Due passi indietro e uno in avanti: la nostra rivoluzione culturale social(e)

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[Photocredit: Obama White House Archives]

Due passi indietro e uno in avanti: è questa la sintesi della rivoluzione culturale che il mondo civilizzato – soprattutto l’Occidente – sta affrontando e in cui è immerso senza neanche rendersene conto. E come potrebbe? Le rivoluzioni culturali sono lente e progressive, le si comprendono solo dopo che sono avvenute studiandole con mente fredda dopo anni, decenni o addirittura secoli, e analizzandone cause e conseguenze.

Eppure, per dirla con Kuhn, è innegabile che la nostra società stia attraversando un cambio di paradigma: il nostro modo di pensare, le nostre azioni, le nostre abitudini stanno radicalmente cambiando, così anche il nostro stesso spazio. Se, infatti, con la globalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa e dei trasporti il mondo è diventato “più piccolo”, con l’introduzione dei social network esso ci sembra addirittura “più stretto”, quasi soffocante, se non addirittura “poco interessante” – di sicuro molto meno del sempre dinamico mondo virtuale.

Si pensi a 10-20 anni fa: cosa si faceva in quel quarto d’ora d’attesa alla fermata dell’autobus? O quando ci si dava appuntamento con qualcuno durante quei suoi immancabili 10 minuti di ritardo? O ancora addirittura nei momenti morti tra amici in cui calava il silenzio perché non si trovavano argomenti di cui chiacchierare? Pochi se lo ricorderanno, ma probabilmente la risposta è molto più facile da indovinare di quanto si pensi: niente, semplicemente si aspettava e, magari, ci si guardava intorno. Oggi quei tempi morti dedicati all’attesa sono stati riempiti da internet e soprattutto dai social network: non ci si mette a leggere un libro o un giornale quando si sa che 10-15 minuti dopo lo si dovrà richiudere, e apparirebbe comunque sgarbato farlo quando si è in compagnia – invece estrarre lo smartphone è quasi accettato del tutto, approfittando del momentaneo silenzio con la scusa di dover rispondere alle notifiche ignorate fino a quel momento.

Prima della rivoluzione tecnologica dei social il tempo dedicato all’attesa era il tempo dedicato all’osservazione del nostro piccolo “noioso” mondo circostante e alla riflessione personale: un momento in cui il tempo si fermava e si era soli con se stessi a pensare. Oggi il tempo scorre più veloce e non si è mai soli: si agguanta il telefono e si partecipa alla vita comunitaria online visualizzando, commentando e condividendo.

Sta avvenendo una trasmigrazione massiccia verso un nuovo spazio dove non si è mai soli con se stessi e dove tutto è dinamico, in continuo movimento: uno spazio dove non ci si ferma mai a pensare con sé e per sé. Ricorda molto ciò che avvenne quasi precisamente un millennio fa verso la fine dell’Alto Medioevo, quando le genti abbandonarono in massa gli arretrati feudi rivitalizzando i più floridi Comuni, rilanciando il commercio e dando nuovo dinamismo alla vita e alla società. Fu una rivoluzione epocale destinata a cambiare per sempre il mondo e che diede vita a una nuova classe: la borghesia.

Oggi sta accadendo la medesima cosa, seppur con mezzi ovviamente più avanzati: il mondo reale appare a noi con sempre meno significato, poco interessante e statico, ed ecco che si trasloca in massa verso un nuovo mondo costruito ad hoc sempre fresco e mai immobile, dove è nato un nuovo popolo già conosciuto molto bene nel gergo del giornalismo online: il popolo del web.

E come in passato fu la borghesia il motore dell’economia e della nuova società costituente, così oggi è il popolo del web a condizionare l’opinione pubblica e il pensiero collettivo. Si pensi alle quotidiane polemiche e battaglie mediatiche che il popolo del web solleva quasi quotidianamente sui fatti che avvengono ogni giorno e al potere di condizionamento che esso ha per mezzo social.

Ma non è solo con la società proto-borghese di fine Alto Medioevo che il popolo del web sembrerebbe avere affinità: il suo modus operandi ricorda molto anche quello delle piccole tribù primitive dove il capo (sovrano e guida) doveva passare per il volere dei membri della comunità e compiacerli. Pena: la destituzione. Fa riflettere quanto accaduto alla celebre conduttrice televisiva italiana di origine elvetica Michelle Hunziker circa una settimana fa, poco dopo la morte dell’amato collega Fabrizio Frizzi: la showgirl infatti è stata bersaglio di insulti e invettive da parte del famigerato popolo del web per non aver espresso cordoglio pubblicamente sui social. La Hunziker ha replicato che il lutto è un argomento delicato e che nessuno ha il diritto di imporre ad altri come affrontarlo. Avrebbe ragione nel vecchio paradigma sociale dove la privacy era uno dei valori fondanti, ma non nella nuova società che sta venendo prefigurandosi dove il popolo è affamato di post e stories – soprattutto dei Vip e ancor più se si tratta di parlare di temi salienti come la morte di un famoso personaggio pubblico. Non si può sfuggire al verdetto del popolo del web. Pena: il linciaggio mediatico. Tutto è trasparente, tutti sanno tutto di tutti, e se non ci si adegua si è estromessi dalla comunità. Esattamente come nelle antiche tribù dove la collettività era il fulcro della vita sociale.

E come la morte è argomento di ampia discussione sui social riflettendone il suo valore comunitario, così lo è anche la nascita di una nuova vita, sempre in chiave tribale arcaica. Nei tempi che furono, infatti, le nuove nascite erano motivo di festeggiamento collettivo, una buona novella da raccontare (e far approvare) a tutti i membri della comunità. Anche oggi parrebbe esserlo: si pensi alla miriade di fotografie e immagini varie di figli e figlie che i genitori postano sui social. Non è che una forma tecnologicamente più evoluta della celebrazione collettiva che avveniva nelle comunità tribali. Si cerca ancora l’approvazione degli altri, riassunti sui social non in festeggiamenti ma in like, reaction e commenti.

E’ un comportamento che agli scettici di questa rivoluzione culturale appare assurda ed egocentrica – e molto probabilmente hanno ragione – ma in realtà non si è fatto altro che recuperare quei fasti collettivi andati persi nell’età moderna e contemporanea, in cui la società era sempre più allargata senza tuttavia uno spazio comunitario adibito a questo tipo di celebrazione, onorando i nascituri e i morti nella ristretta cerchia della famiglia e degli amici.

Oggi lo spazio c’è, e sono i social network. Per questo ciò che sta avvenendo alla nostra società è una rivoluzione culturale che fa due passi indietro e uno in avanti: l’evoluzione tecnologica ci ha permesso di recuperare antichi costumi che sembravano andati persi per sempre (con tutte le differenze che comportano le diverse epoche). La società sta diventando un’immensa tribù il cui territorio sconfinato sono i social network. Che ciò sia un bene o un male lo decreteranno gli storici del futuro, quando si vedranno le conseguenze di questa svolta epocale.
Giuseppe Comper