Francia e Germania rischiano di perdere l’Italia dalle uova d’oro

Il nervosismo a livello europeo per l’Italia è palpabile. Oggi, tanto per dirne una, Macron ha affermato che i populismi «vogliono creare divisioni e l’arretramento nazionalista». I Governi “populisti”, per il presidente francese, in realtà «non sono populisti ma demagoghi nazionalisti» che «dimenticano quello che l’Europa ci ha dato».

Mi domando e vi domando cosa mai l’Europa ci abbia dato, a parte un’iperregolamentazione burocratica e cavillosa, lo spread, la deflazione salariale, la deindustrializzazione, l’immigrazione di massa (a nostre spese) e l’affermazione dell’egemonia franco-tedesca sul continente, alimentata per mezzo della teologia eurista e neoliberista che predica un ossimoro economico, l’austerità espansiva; teologia che in Italia va molto di moda, malgrado questa abbia prodotto una crescita asfittica del PIL (che non va oltre lo zero virgola) e una massa di poveri che oggi si aggira intorno ai 5 milioni di cittadini.

Ma tant’è… Questa è la propaganda. La verità è che in Europa sono terrorizzati all’idea che l’Italia possa uscire dall’euro: primo perché crollerebbe l’intera baracca; secondo, perché a farne le spese sarebbero soprattutto la Francia e la Germania, che d’un tratto perderebbero la gallina dalle uova d’oro. E ciò spiega perché iniziano a farsi sentire gli oracoli dello spread, che paventano immani sciagure se il nostro paese non dovesse rispettare i vincoli del bilancio, non pagasse sommessamente e umilmente quei milardi che paga ogni anno alla UE, e – soprattutto (la chicca delle chicche) – tornasse ad avere una moneta sovrana: Venezuela, Argentina e default, sono i cataclismi più gettonati.

Davanti a queste infauste e malauguranti prospettive, il Governo pentastellato cerca – chiaramente – di tenere la barra a dritta. E per quanto al suo interno vi siano posizioni parecchio sensibili alle sirene euriste, è evidente che queste sirene non sono (grazie al cielo) abbastanza forti e persuasive, e pertanto studia una strategia che possa respingere l’attacco dei mercati ai nostri titoli del debito pubblico, quando verrà presentata la prossima legge di bilancio che, nelle aspettative sovraniste e populiste, dovrebbe segnare una rottura rispetto al passato. E una delle strategie messe sul tavolo – che poi è quella che davvero fa innervosire i burocrati euristi e i nostri partner – è la possibilità che il nostro paese possa trovare “finanziatori” per il nostro debito fuori dall’Europa e segnatamente presso le potenze straniere concorrenti dell’Unione Europea: in primis gli USA (ricordo che la FED è già intervenuta qualche mese fa, quando il Governo Conte stava nascendo e lo spread saliva) e poi la Cina e persino la Russia (quest’ultima ipotesi è però la meno probabile).

L’idea pertanto è arginare gli attacchi, cercando finanziatori extraeuropei con ampie liquidità che possano in questo caso neutralizzare le manipolazioni politiche dello spread, il quale – è bene ricordare – più che un indice economico, è uno strumento di persuasione politica piuttosto formidabile: a titolo di esempio, è sufficiente per farlo salire che la BCE non compri più i titoli del debito italiano oppure che aumenti gli acquisti dei bund tedeschi. Noi italiani, comunque, ne siamo pienamente consapevoli, vista l’esperienza che abbiamo vissuto a cavallo tra il 2011 e il 2012.

E’ chiaro però che una simile strategia, se non è adeguatamente studiata e valutata nelle implicazioni politiche ed economiche, può essere una lama a doppio taglio. Questo non bisogna affatto dimenticarlo. Nel momento in cui affidiamo il nostro debito alle potenze economiche extraeuropee per combattere la potenza eurista, rischiamo di restare imbrigliati nella rete interessata di queste potenze. Perciò il rischio è che si possa cadere dalla padella nella brace. Ma è altrettanto vero che se si vuole neutralizzare un sistema economico pernicioso e nel contempo si vuole perseguire l’obiettivo di ricondurre a più miti consigli l’Unione Europea e i suoi dominus (Germania e Francia), le opzioni sono queste. La semplice uscita dalla moneta unica – per quanto auspicabile – senza un’adeguata preparazione, potrebbe infatti creare più danni che benefici, almeno nell’immediato. E’ necessario perciò prepararsi al meglio e valutare tutte le scelte disponibili; del resto, non si va in mezzo alla tempesta senza indossare almeno il salvagente.