Francesco Perfetti, su Il Giornale, ricorda la profezia di Curzio Malaparte sulla ripresa della Germania dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale. Una Germania che avrebbe ricostruito se stessa e poi avrebbe dominato “un’Europa divisa, stremata dalle lotte politiche e sociali, dalla cattiva amministrazione e dalla fatale inerzia dei governi e dei popoli”. Un’Europa unita sotto il controllo di Berlino, “non sarà più un sogno, sarà una triste realtà”. Una previsione del 1953, tanto per evidenziare la differenza tra un giornalista vero, come Malaparte, e quelli che si impegnano per scovare gli amanti della moglie di un possibile omicida. Malaparte aveva non solo capito la forza tedesca, ma anche i risultati non proprio entusiasmanti di un predominio di Berlino. “Una triste realtà”. Che è poi quello che sognava e prometteva anche il grigiocrate Monti: un’Italia noiosa. In un’Europa altrettanto noiosa e triste. Sfuggono i vantaggi, per i popoli, di una simile situazione. Certo, i tedeschi stanno dominando di fatto l’Europa. Sono, al di là della facciata, gli unici interlocutori credibili di Mosca (il burattino toscano manco viene invitato).

La Francia si è suicidata prima con il vanesio Sarkozy ed ora con il nulla cosmico Hollande. La Germania tratta. Si adegua alle sanzioni ma continua a discutere, unico partner adeguato per Putin. Basta? No, non basta. Perché la Germania e la Merkel non hanno capito che non basta imporre la visione tedesca all’Europa per far funzionare l’Ue. Le regole devono essere diverse a seconda degli Stati, a seconda dei Popoli. Merkel è troppo rigida per capirlo. L’ossessione del risanamento, dei compiti a casa, dell’austerità, ha prodotto solo il disastro. Crollate le economie dell’Europa del Sud, crollati i consumi interni, inevitabilmente calano anche le esportazioni tedesche verso questi Paesi.

E le sanzioni contro la Russia fanno il resto: la Germania frena. E la sopportazione dei Paesi impoveriti si riduce. Non bastano le puttanate degli economisti e dei giornalisti di servizio per consolare ed illudere i sempre più rari lettori. La Spagna cresce grazie ai sacrifici, assicurano. In realtà crescono solo i grandi capitali e le grandi imprese che aumentano gli utili grazie alle esportazioni, sostenute da salari sempre più bassi e dalla povertà crescente. E’ questo il modello da seguire? Forse per Merkel sì. Nella convinzione che, con l’aumento dei salari che scatterà a gennaio, la Germania possa essere autosufficiente grazie all’aumento dei consumi interni. La ricetta, guarda caso, vietata ai Paesi come l’Italia. Perché, nel sogno tedesco, non c’è solo l’Europa noiosa e triste già “vista” da Malaparte. C’è anche un’Europa povera e disperata. Non proprio una grande prospettiva.

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