Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra per procura in Siria

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Sale la tensione in Siria, dove il 18 giugno un Su-22 dell’aviazione siriana è stato abbattuto da un jet americano: si tratta dell’ennesimo attacco in poche settimane diretto contro le forze governative, sostenute da Iran e Russia. Fallita la rivoluzione colorata nel biennio 2011-2012 e la successiva creazione di un Califfato sunnita nel cuore della Mesopotamia (2014-2017), il conflitto in Siria rischia di evolversi da guerra per procura a confronto diretto tra super-potenze. Anche l’estremo tentativo angloamericano di ritagliarsi una sfera d’influenza nell’est della Siria vacilla: a Washington non rimane che accettare la sconfitta o optare per una (improbabile) escalation militare.

Giù la maschera: non siamo in Siria per l’ISIS

Il velo di menzogne ed ipocrisie con cui si ammanta la politica estera più cinica e spietata, presto o tardi, cade, svelando il vero motore gli eventi: arriva il momento in cui la retorica “liberale” (l’esportazione della democrazia, la difesa dei diritti umani, la violenza delle dittature, etc. etc.) esce di scena, incalzata dagli eventi, duri e crudi. Rapporti di forza, sfere di influenza e ambizioni territoriali prendono il sopravvento anche nel dibattito politico e mediatico: cala il silenzio su proteste, dissidenti e minoranze e l’attenzione si sposta su confini, oleodotti e zone cuscinetto. La guerra in Siria non fa eccezione.

Sia chiaro: nessun “addetto ai lavori” ha mai avuto dubbio che in Siria andasse in onda una guerra per procura tra il declinante impero angloamericano e le potenze emergenti. Le prime a prenderne atto furono proprio Russia e Cina che, bruciate dal colpo di mano con cui la NATO rovesciò Gheddafi, si opposero in sede ONU a qualsiasi manovra occidentale contro Bashar Assad, sin dall’autunno 2011. Per due anni, si continuò comunque a a parlare di “insurrezione” e “guerra civile” contro il regime. Nel 2013 si cercò l’intervento militare americano, usando come pretesto il falso attacco chimico da parte delle truppe governative. Nel 2014 l’attenzione si spostò sull’improvvisa comparsa dell’ISIS e sulla successiva “lotta contro il Califfato” condotta dalla coalizione a guida statunitense. Dietro a tutto, si nascondeva la volontà di potenze occidentali e sunnite (USA, GB, Francia, Germania, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita, etc. etc.) di “balcanizzare” la Siria, dividendola su faglie etniche e religiose, e l’opposta determinazione di garantire l’integrità del Paese degli alleati di Bashar Assad (Russia, Iran, sciiti libanesi ed iracheni).

Giunti al settimo anno di guerra e scongiurato (grazie alla campagna militare russa) lo smembramento della Siria, il conflitto si sta facendo finalmente esplicito, mostrando la sua vera natura: uno spietato e sanguinoso braccio di ferro tra potenze, per il controllo dello strategico territorio che unisce il Mar Mediterraneo al cuore della Mesopotamia. Il passaggio da guerra per procura a conflitto semi-diretto è stato sigillato da un’azione militare: il 18 giugno un caccia americano F/A-18 ha abbattuto nei pressi di Raqqa un Su-22 dell’aviazione siriana, impegnato in bombardamenti contro i ribelli supportati dagli USA. La reazione di Mosca non si è fatta attendere: sospensione immediata del canale diretto con le forze americane operanti in Siria ed un sinistro avvertimento del ministero della Difesa: “gli aerei e droni della coalizione internazionale individuati ad ovest del fiume Eufrate saranno d’ora in avanti monitorati e considerati come bersagli”1. Anche l’Iran ha sottolineato il “salto di qualità” nella settennale guerra siriana con un gesto carico di significati: a distanza di poche ore dall’abbattimento del Su-22, nella notte tra il 18 e 19 giugno, le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato una serie di missili a medio raggio Shahab-3, dal territorio siriano verso la città di Deir Ezzor ancora in mano all’ISIS. Se il bombardamento è formalmente una rappresaglia per l’assalto al Parlamento iraniano del 7 giugno, ci sono pochi dubbi che la prova di forza iraniana si inquadri nel più generale crescendo di tensione in corso.

Che la situazione per il blocco atlantico stesse volgendo al peggio, era emerso con chiarezza nell’autunno del 2016, quando le truppe governative avevano riconquistato Aleppo: rinsaldato l’asse tra la capitale ed il cuore economico-industriale della Siria, Bashar Assad poteva considerati raggiunti gli obbiettivi di massima della guerra. Da allora, la coalizione capeggiata da Washington ha dovuto rivedere i piani alla luce degli sviluppi sul campo. La nuova strategia contemplava una balcanizzazione “minima” del Paese: si preveda, in particolare, la nascita di un Kurdistan indipendente nel nord della Siria e la creazione di un feudo controllato dagli USA nell’estremo est del Paese (la zona di Raqqa ed il corso dell’Eufrate) così da impedire la nascita del temuto corridoio Damasco-Teheran via Baghdad. Il primo obbiettivo si è scontrato con la ferrea determinazione di Ankara di impedire la creazione di qualsiasi entità curda a ridosso dei suoi confini, col rischio che questa funga da catalizzatore per i milioni di curdi che vivono nel sud-est della Turchia: ne sono derivati i ripetuti bombardamenti aerei turchi contro i curdi alleati di Washington (SDF o YPG) che hanno incrinato i rapporti tra le due potenze2. Il secondo obbiettivo si è invece concretizzato con il dispiegamento di forze angloamericane nelle stesse zone controllate fino a poco prima dal Califfato.

Sul finire del 2016, gli USA creano (in barba a qualsiasi norma del diritto internazionale) una base nei pressi di At Tanf, ad una cinquantina di chilometri dal confine giordano ed iracheno: insinuandosi dentro i confini siriani, gli angloamericani mirano a tagliare le comunicazioni tra Damasco e Teheran che si avvalgono dell’autostrada per Baghdad ed a creare un cuneo per la conquista di Deir Ezzor, Raqqa e la valle dell’Eufrate. Dalla base di At Tanf, l’aviazione americana lancia saltuari raid contro le forze corazzate siriane in avanzata3, ma l’effetto deterrente è modesto: per impedire che l’enclave angloamericana sia sommersa, il comando militare statunitense decide quindi, ai primi di giugno, di dotare la base di missili balistici tattici con raggio di 300km (HIMARS). La mossa americana ha il sapore della disperazione: l’iniziativa militare è saldamente in mano a Damasco ed è altamente probabile che sia proprio la coalizione russo-iraniana ad entrare per prima a Raqqa e Deir Ezzor (si veda la recente riconquista di Rusafa4). L’abbattimento del Su-22 siriano di pochi giorni fa è nient’altro che il gesto inconsultodi chi vede svanire ogni possibilità di vittoria.

La realtà è molto amara per la coalizione “occidentale”: la pluriennale guerra per procura combattuta in Siria è sostanzialmente persa e con lei svaniscono le residue velleità neo-coloniali di Francia e Regno Unito, i progetti di un Nuovo Medio Oriente di USA ed Israele, le ambizioni regionali dell’Arabia Saudita e del Qatar. Di fronte a questo clamoroso scenario (il primo cambio di regime fallito dal crollo del Muro di Berlino), non resterebbe agli USA che un’ estrema opzione per ribaltare la situazione sul campo: accantonare la guerra per procura e procedere con un conflitto aperto, ingaggiando prima le forze governative siriane, poi l’Iran e, infine, la Russia. Come un incendio di devastanti proporzioni, la guerra si propagherebbe nel giro di pochi giorni dalla Siria all’intero Medio Oriente, dal Mar Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Asia all’Europa, e poi oltre.

È uno scenario possibile ma, considerata la stanchezza economica, politica e militare degli USA, improbabile: più facile, invece, che l’establishment atlantico getti la spugna in Siria e contrattacchi altrove ricorrendo alle tattiche sinora utilizzate. Manovre sui mercati finanziari per abbattere il prezzo del greggio e le entrate fiscali russe (il barile è sceso attorno ai 40$), tentativi di rivoluzioni colorate in vista delle presidenziali russe, rilancio nei teatri periferici (Ucraina, Yemen, Centro Asia). È indubbio che esista una corrente oltranzista ed apocalittica che preme per il confronto militare con l’Iran e la Russia, ma è difficile che Donald Trump, sebbene tenuto sotto scacco dal “Russiagate”, voglia passare alla storia come il presidente che ha rischiato/condotto il primo conflitto nucleare.

La guerra per procura in Siria volge quindi al termine e, nonostante gli ultimi colpi di coda, si profila all’orizzonte una storica disfatta per il blocco atlantico: è l’ennesimo segnale di un sistema che marcia rapido verso il collasso economico, politico e morale.