Il Piave non mormora più

A novembre celebreremo il centenario della fine dell’ultima guerra che da italiani abbiamo vinto, dell’unica che abbiamo  effettivamente vinto per meriti nostri e non per giochi politici di alleanze (Crimea, Seconda e soprattutto Terza guerra d’Indipendenza).
Oggi, 24 maggio, ricorre l’anniversario della nostra entrata in guerra, precisamente il centotreesimo. Una data immortalata nelle generazioni dalle note e dal testo della Canzone del Piave.
Quella guerra del 15-18, detta Grande, ebbe un valore immenso per l’Italia che a quelli che  emersero da tutte le altre trincee unì l’aver cementato un’unità che non esisteva prima nei cuori.
L’unità italiana, volontà e idea di minoranze ristrette, non rappresentava infatti granché per i popoli della Penisola, divisi per tradizioni, gastronomia, storia e lingue, addirittura più di quanto lo siano oggi i singoli popoli europei. Fu la grande tragedia di quei tre anni e mezzo a compiere quello che sembrava impossibile.

Retoriche ignoranti
Tanta retorica elogiativa si è sviluppata in questi tempi celebrativi, accompagnata, è vero, da quella  opposta che condanna la macelleria e lo spirito di classe sullo sfondo della macchina bellica. Retoriche astratte e poco centrate entrambe.
Sicuramente non è vero che la gente accorresse al fronte entusiasta per difendere dei confini minacciati (che se non avessimo dichiarato la guerra non lo sarebbero stati mai). Gli interventisti furono la parte migliore dell’Italia di allora, ma erano minoranze qualificate, esigue e, fortunatamente, coerenti e intere visto che D’Annunzio, Marinetti, Corridoni, Mussolini e tanti altri presero le armi e combatterono, sacrificando spesso la propria vita.
Gli italiani, quasi sempre strappati a forza dai campi, inizialmente andarono al fronte perché costretti. Il ruolo dei Carabinieri nelle decimazioni alla cieca fu terribilmente funesto e lasciò il segno a lungo. Ho conosciuto volontari allora minorenni che combatterono l’intera guerra e mantennero quello spirito per tutta la vita, durante il fascismo e anche dopo: quasi nessuno poteva guardare una divisa dei Carabinieri senza provare un brivido, tanta e tale fu la repressione a cui vennero impiegati senza criteri di autentica giustizia. Per motivi disciplinari i soldati fucilati solo perché estratti a sorte furono migliaia.

Un effetto magico e metafisico
Questo lo condanna senza mezze misure la sinistra storica. Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, trasposto sugli schermi con il titolo Uomini Contro, è una denuncia implacabile di quella macelleria. Alla sinistra sfugge, o vuol sfuggire, quello che in ogni caso i retorici patriottardi nemmeno hanno colto: l’effetto magico e metafisico di una tragedia che più di ogni altro dipinge Ernst Jünger in Tempeste d’Acciaio.
In quel momento in cui, per dirla con Venner, s’incontra la coppia divina del coraggio e della paura, c’è trasfigurazione. Se non cedi dentro di te, se non ti perdi nella vigliaccheria, ti accorgi che vali, che puoi, che i limiti della routine sono artificiali, che vanno valicati. Meglio un giorno da leone che cent’anni da pecora, viene proprio di lì. E ti accorgi che non devi essere per forza disertore, imboscato, o passivo, puoi diventare Ardito.

La vittoria di Caporetto
Quello che vale per l’uomo può valere per il popolo. La disfatta di Caporetto, con l’inattesa reazione all’unisono da parte degli italiani fino ad allora non compatti, segnò la nascita della Vittoria, del Fascismo e anche degli Italiani.
La più grande vittoria fu proprio Caporetto: segnò la reazione al dramma e alla tragedia.
Per ventisei anni, da quell’ottobre, l’Italia fu una, al di là delle classi, e fu guerriera.
La trincea fu la scintilla della rivoluzione nazionale, così come altrove lo fu di quella proletaria.
L’Italia divenne allora sinonimo di spirito giovane e ardito, disposto a raccogliere qualsiasi sfida nel mondo, di essere pioniere in ogni campo.

Una vuota celebrazione
Quel 24 maggio il Piave mormorava alla presenza dei primi fanti, qualche anno dopo avrebbe addirittura comandato “indietro va’ o straniero!”.
Ma cent’anni dopo non mormora più. Settantacinque anni di giravolte, di cedimenti, di furberie, oltre mezzo secolo di cultura e di formazione intesa contro lo spirito guerriero hanno ridotto il centenario a una celebrazione vuota e parolaia. Con i residui della sinistra che ne approfittano per rimasticare la chewing gum del pacifismo e la tentazione della destra codina di opporre il Tricolore alle altre nazioni, in una regressione storica anti-europea che, oltre alle altre aberrazioni che contiene in sé, riesce pure a scordare che uno degli elementi maggiori di quella guerra fu la fratellanza eroica tra le schiere contrapposte, seguita dalla marcia di ciascuna di esse sulle loro città e dalla nascita di nazionalismi rivoluzionari che si vedevano affini se non identici, opposti al colonialismo dei ricchi, e innamorati dell’idea di Europa che nacque – o rinacque – proprio di lì.

Pie illusioni
In una società floscia e flaccida e in un’epoca in cui ci s’illude che le ostentazioni dei bulli abbiano qualcosa in comune con l’arditismo e lo squadrismo, è praticamente impossibile rendere onore ai giganti della Grande Guerra, soprattutto quando ci si mette a farlo, senza sapere nemmeno cosa si stia dicendo né di che gente si stia parlando.
Il Piave è solo.