La strumentalizzazione del corpo femminile in televisione

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Le immagini non sono solo immagini: sono comunicazione, memoria, sapere, educazione. Di certo non immaginavo che le immagini televisive fossero uno specchio così preciso per alcuni comportamenti”: sono queste le parole di incipit con cui Lorella Zanardo apre il documentario “Il Corpo delle Donne”, relativo alla strumentalizzazione del corpo femminile all’interno dei media. La televisione, più degli altri media, riesce a dissimulare pur rappresentando il reale, proponendo così dei corpi oggettivati che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono sempre di genere femminile. La presenza della donna in tv è una presenza di quantità, raramente di qualità; è una cornice decorativa, che asseconda i presunti desideri maschili, impegnata in una gara contro il tempo che la sottopone a trasformazioni mostruose.

Il vero problema è che la donna non riesce più a distinguere i propri bisogni da quelli maschili, avendo introiettato il modello maschile ormai per troppo tempo. “Ci guardiamo l’un l’altra con occhi maschili, come pensiamo che un uomo ci guarderebbe” ed è per questo motivo che la pubblicità utilizza riferimenti sessuali maschili per attrarre pubblico femminile. La donna è costretta a vergognarsidei segni sul suo volto lasciati dal tempo che passa, un sopruso non imposto a nessun uomo. Dal documentario si evince che le poche immagini di donne adulte non artefatte dalla chirurgia sono feroci e si accaniscono su giovani donne per umiliarle. Si preferisce inquadrare il corpo piuttosto che il volto, negando alla donna la sua autenticità e ogni forma di relazione.

A volte si pensa che “non guardare la televisione” ci renda meno responsabili di ciò che avviene all’interno del medium. Eppure oggi guardare la tv è diventato un atto di militanza e cittadinanza attiva. In particolare, in Italia il 97 % delle persone guarda una tv generalista; in particolare gli adolescenti guardano spezzoni di tv online il giorno dopo insieme ad altri contenuti. Il Censis afferma che nel Nord Italia vi sono 1/2 apparecchi televisivi per nucleo familiare, mentre da Roma in giù si parla di 3/4 apparecchi per famiglia. La televisione è quindi in quasi tutte le stanze ed è quasi sempre accesa, accompagnando la vita quotidiana. L’apparecchio televisivo costituisce uno dei principali mezzi di narrazione del mondo, in un contesto in cui l’italiano medio non continua più ad apprendere una volta conclusi gli studi: il 38% degli italiani, infatti, soffre di analfabetismo funzionale.

Secondo una ricerca del Censis dal titolo “Donne e media in Europa”, in televisione la rappresentazione delle donne è generalmente decorativa e servile. L’Italia è stata più volte redarguita dall’Unione Europea per i suoi programmi d’intrattenimento senza alcuno scopo educativo. Il corpo femminile è sempre un corpo voyeristico, da buco della serratura, quasi mai nudi integrali. Le riprese sono sempre dal basso, quasi ginecologiche, che invece di liberare il corpo lo imprigionano in un’ottica maliziosa.

Per quanto riguarda il Gender Gap, ovvero l’indice che misura la differenza tra uomo e donne nei Paesi del mondo, l’Italia ricopre la 50esima posizione e la rappresentazione delle donne nei media contribuisce a questo risultato. In Italia non esiste un’educazione ai media, per cui è difficile riuscire a decodificare le immagini al di là degli stereotipi. In molti format televisivi, le inquadrature delle donne partono dal basso fino ad arrivare al volto, scoprendone lentamente i particolari; gli uomini, al contrario, ricevono inquadrature frontali, senza subire processi di oggettivizzazione. Spesso, mentre una donna parla, la telecamera si concentra su qualche particolare del suo corpo, che può essere un tatuaggio sulla caviglia o una collana particolarmente vistosa, come a voler sminuire ciò che sta dicendo la donna in quel momento.

Non è sbagliato mostrare la coscia o la scollatura, è sbagliato che le parti del corpo vengano prima del volto ed è sbagliato identificare la donna nel seno o nel sedere. E’ fondamentale cominciare a proporre modelli alternativi agli stereotipi che da 30 anni vengono veicolati dai media, fornendo così gli strumenti per difendersi dalle manipolazioni comunicative. Roger Silverstone diceva: ”Al di là della nostra esperienza diretta, conosciamo la quasi totalità del mondo attraverso i media”; e forse è ora di cambiare il mondo rivendicando un ruolo attivo nella produzione di contenuti multimediali.

di Antonella Gioia