L’ipocrisia di Saviano sul caso del sedicenne suicida a Lavagna

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E’ di ieri la notizia che vedrebbe il segretario generale del Coisp (Sindacato di Polizia), Franco Maccari, schierarsi contro la tesi di Saviano sulla morte del ragazzo di Lavagna, dopo un controllo da parte della Guardia di Finanza su richiesta della madre.
 
Lo scrittore, in un articolo su Repubblica, non si era fatto attendere denunciando l’episodio e interrogandosi: “Vi starete chiedendo cosa sarebbe cambiato se la cannabis fosse stata legale. La madre non avrebbe potuto chiamare la Guardia di finanza, non solo, non ne avrebbe forse nemmeno sentito la necessità”. Ma ne siamo davvero certi?
 
Già, perché come ci ha tenuto a ribattere Franco Maccari, “purtroppo ci sono ragazzi che si suicidano per tanti altri motivi”, continuando: “C’è chi si uccide a causa dei brutti voti, allora meglio abolire la scuola. C’è chi si uccide a causa di cose che accadono in Rete e lo coinvolgono, allora meglio abolire Internet. E potremmo continuare a lungo”.
 
Saviano aveva criticato la scelta delle forze dell’ordine (“quelle stesse che lo difendono offrendogli la scorta”, ricorda Maccari) di fare irruzione nella casa del giovane, dimenticando le ragioni che avrebbero indotto la madre a chiamarle, com’è emerso in un secondo momento, probabilmente in preda alla disperazione, per il bene di quel figlio oramai isolato in un mondo parallelo. Una madre che nel giorno del funerale del ragazzo ha ribadito la necessità di denunciare coloro i quali vogliono far credere che “fumare una canna sia una cosa normale”. Soprattutto quando questa diventa una consuetudine tale da creare un mondo in cui i giovani, soprattutto in età adolescenziale, preferiscono rinchiudersi, allontanandosi dai problemi che li circondano.
 
Ma la tesi dello scrittore non era andata giù nemmeno ai senatori Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi, i quali prontamente avevano accusato lo scrittore di usare la vicenda “strumentalizzando l’accaduto per uno spot pro legalizzazione”, politicizzando il tutto tanto da far insorgere lo stesso sindacato di polizia, accusato da parole diffamatorie in un “subdolo riferimento alla ‘colpa’ delle forze dell’ordine”.
 
Perché è pur vero che la questione, come ha ribadito Saviano dopo le critiche a lui mosse, rappresenta ancora oggi un tabù di cui spesso non si parla o non si discute adeguatamente. Ma è altrettanto vero che il giovane di Lavagna non si è suicidato per colpa degli uomini della guardia di finanza, i quali probabilmente hanno fatto il loro lavoro nel rispetto assoluto di quella legge che sembra contare tanto poco per il nostro scrittore rivoluzionario, e non certo perché è comodo perseguire i singoli che violano le norme come ci ha tenuto a precisare lo stesso Maccari.
 
E non è “una questione di vergogna sociale”, come scrive lo scrittore, forse è qualcosa di più, che poco o nulla ha a che fare con la questione della legalizzazione e delle responsabilità dirette dello Stato. Non è questione di creare scandalo e nemmeno di puntare il dito, giudicare e punire. Perché, a ruoli inversi, è lo stesso scrittore che giudica l’incomprensione da parte di uno Stato “complice”, ma di cosa? Di un suicidio che forse nemmeno Saviano sa da cosa possa essere stato mosso? Forse sarebbe meglio lasciarlo dire alle autorità competenti, agli inquirenti, che ancora indagano sulle cause.
 
E non serve correre a giudizi sommari, come ricorda Maccari. Forse serve solo un po’ di silenzio e comprensione. Quella stessa comprensione che lo scrittore ha chiesto a gran voce alle forze dell’ordine, allo Stato, ignorando però (dall’alto della sua celebrità) che
i problemi sono ben altri e non hanno nulla a che fare con il fatto che legalizzare una droga eviti ad un ragazzino di uccidersi o alla criminalità organizzata di essere debellata.
 
Forse occorrerebbe capire che questa non è una delle tante storie da romanzo e che scrivere e combattere le criminalità a parole, sui libri, non serve a nulla se poi non si garantisce quella legalità che, in casi come questo, rischia di diventare infine vana, tollerata e insignificante. In quel grande vortice in cui le colpe ricadono sempre sulle scelte delle forze dell’ordine, o sul fatto che la droga leggera non sia ancora oggi socialmente riconosciuta e accettata: forse a non essere ancora accettati sono i problemi di coloro che ne abusano, rifugiandosi troppo spesso in essa. 
Giuseppe Papalia

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  1. […] E’ di ieri la notizia che vedrebbe il segretario generale del Coisp (Sindacato di Polizia), Franco Maccari, schierarsi contro “la tesi” di Saviano sulla morte del ragazzo di Lavagna, dopo un controllo da parte della Guardia di Finanza su richiesta della madre.  Lo scrittore, in un articolo su Repubblica, non si era fatto attendere denunciando l’episodio e interrogandosi: “Vi starete chiedendo cosa sarebbe cambiato se la cannabis fosse stata legale. La madre non avrebbe potuto chiamare la Guardia di finanza, non solo, non ne avrebbe forse nemmeno sentito la necessità”. Ma ne siamo davvero certi? Già, perché come ci ha tenuto a ribattere Franco Maccari, “purtroppo ci sono ragazzi che si suicidano per tanti altri motivi”, continuando: “C’è chi si uccide a causa dei brutti voti, allora meglio abolire la scuola. C’è chi si uccide a causa di cose che accadono in Rete e lo coinvolgono, allora meglio abolire Internet. E potremmo continuare a lungo”. Saviano aveva criticato la scelta delle forze dell’ordine (“quelle stesse che lo difendono offrendogli la scorta”, ricorda Maccari) di fare irruzione nella casa del giovane, dimenticando le ragioni che avrebbero indotto la madre a chiamarle, com’è emerso in un secondo momento, probabilmente in preda alla disperazione, per il bene di quel figlio oramai isolato in un mondo parallelo. Una madre che nel giorno del funerale del ragazzo ha ribadito la necessità di denunciare coloro i quali vogliono far credere che “fumare una canna sia una cosa normale”. Soprattutto quando questa diventa una consuetudine tale da creare un mondo in cui i giovani, soprattutto in età adolescenziale, preferiscono rinchiudersi, rifugiandosi dai problemi che li circondano.  Ma la tesi dello scrittore non era andata giù nemmeno ai senatori Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi, i quali prontamente avevano accusato lo scrittore di usare la vicenda “strumentandone l’accaduto per uno spot pro legalizzazione”, politicizzando il tutto tanto da far insorgere lo stesso sindacato di polizia, accusato da parole diffamatorie in un “subdolo riferimento alla ‘colpa’ delle forze dell’ordine”. Perché è pur vero che la questione, come ha ribadito Saviano dopo le critiche a lui mosse, rappresenta ancora oggi un tabù di cui spesso non si parla o non si discute adeguatamente. Ma è altrettanto vero che il giovane di Lavagna non si è suicidato per colpa degli uomini della guardia di finanza, i quali probabilmente “hanno fatto il loro lavoro nel rispetto assoluto di quella legge che sembra contare tanto poco per il nostro scrittore rivoluzionario, e non certo perché è comodo perseguire i singoli che violano le norme“ come ci ha tenuto a precisare lo stesso Maccari. E non è una questione di vergogna sociale, come scrive lo scrittore, forse è qualcosa di più, che poco o nulla ha a che fare con la questione della legalizzazione e delle responsabilità dirette dello Stato. Non è questione di creare scandalo e nemmeno di puntare il dito, giudicare e punire. Perché, a ruoli inversi, è lo stesso scrittore che giudica l’incomprensione da parte di uno Stato “complice”, ma di cosa? Di un suicidio che forse nemmeno Saviano sa da cosa possa essere stato mosso? Forse sarebbe meglio lasciarlo dire alle autorità competenti, agli inquirenti che ancora indagano sulle cause. E non serve correre a giudizi sommari, come ricorda Maccari. Forse serve solo un po’ di silenzio e comprensione. Quella stessa comprensione che lo scrittore ha chiesto a gran voce alle forze dell’ordine, allo Stato, ignorando però (dall’alto della sua celebrità) che i problemi sono ben altri e nulla hanno a che fare con il fatto che legalizzare una droga eviti ad un ragazzino di uccidersi o alla criminalità organizzata di essere debellata.  Forse occorrerebbe capire che questa non è una delle tante storie da romanzo e che scrivere e combattere le criminalità a parole, sui libri, non serve a nulla se poi non si garantisce quella legalità che, in casi come questo, rischia di diventare infine vana, tollerata e insignificante. In quel grande vortice in cui le colpe ricadono sempre sulle scelte delle forze dell’ordine, piuttosto che sul fatto che la droga leggera non sia ancora oggi socialmente riconosciuta e accettata. Forse a non essere accettati sono i problemi di coloro che ne abusano, rifugiandosi in essa. Articolo non riproducibile. Tutti i diritti restano riservati. […]

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