Precario, insicuro, insoddisfacente, assente: sono aggettivi imprescindibili se oggi si vuole parlare di lavoro. Quella attuale è una fase di evaporazione del lavoro, successiva all’epoca di umiliazione del mestiere. E’ la fase di massima espressione di un capitalismo meschino, che si esprime attraverso il trionfo del consumismo. “L’ozio è il padre dei vizi” e, di conseguenza, “il lavoro nobilita l’uomo”. Un uomo che oggi si sente mortificato, snaturato, incapace di affrontare un futuro incerto.

Centocinquant’anni fa, Karl Marx scriveva:“In cosa consiste ora l’espropriazione del lavoro? In primo luogo in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato, ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, ma mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito”. Marx aveva compreso la perversione del rapporto salariale, in cui la forza lavoro individuale era ridotta sempre più ad appendice viva del lavoro morto. Le parole del filosofo tedesco risultano spaventosamente attuali, soprattutto con l’evoluzione tecnologica. Il lavoro necessario, svilente, poco appagante; un lavoro che nel migliore dei casi portava alla pazzia e nel peggiore alla morte.

Qui è tutto uguale, come alla fabbrica. Solo che la sera non mi fanno uscire”: a parlare è Militina, operaio matto rinchiuso in manicomio. La scena è tratta dal capolavoro di Elio Petri, “La classe operaia va in paradiso”, e l’ambientazione è la fabbricaorologio ideata da Ford nel lontano 1903. Nella sua biografia, Ford scriverà:”Il primo passo innanzi nell’opera di montaggio avvenne quando s’incominciò a portare il lavoro agli operai e non gli operai al lavoro”.

Misurazione tempi e movimenti, sostituzione del metodo “rule of thumb” con un rigoroso metodo scientifico, assunzione per merito, formazione continua, task management, divisione dei compiti: Frederick Taylor sembrava aver pensato proprio a tutto. Dal punto di vista dei dirigenti. Con la sua organizzazione scientifica del lavoro, l’ingegnere statunitense aveva dimenticato l’altra faccia della medaglia, gli operai, trattandoli alla stregua di macchine da collaudare e sfruttare. Il ritornello che i lavoratori ascoltavano tutte le mattine in fabbrica faceva più o meno così:”Lavoratori, buongiorno. La direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse, trattate la macchina che vi è stata affidata con amore. Badate alla sua manutenzione. Le misure di sicurezza suggerite dall’azienda garantiscono la vostra incolumità. La vostra salute dipende dal vostro rapporto con la macchina. Rispettate le sue esigenze, e non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione. Buon lavoro”. Una perfetta commistione tra Capitale di Marx, vademecum taylorista e musiche di Ennio Morricone.

Poi, negli anni Settanta, un barlume di speranza: la one best way, la via migliore e l’unica possibile, viene soppiantata dal toyotismo, con una nuova considerazione dell’operaio, il quale verrà coinvolto e responsabilizzato. C’è una nuova consapevolezza del lavoratore, il quale sembra essere chiamato finalmente a sentirsi artefice del proprio lavoro. Un lavoro che garantisce sicurezze sociali e che costituisce un habitus di distinzione all’interno della società. Castel parlerà di una netta separazione tra popolazione attiva e inattiva: è la nascita del famoso “posto fisso”. L’operaio acquista un nuovo status sociale, quello di “consumatore”. Negli anni Settanta avevano ben compreso che si deve garantire la possibilità d’acquisto, se si vuole guadagnare sul mercato, perché è l’unione di produzione e consumo che consente la crescita del capitale.

Nell’epoca post-fordista, il lavoro era dunque una proprietà sociale, ciò per cui si aveva diritto ad assistenza sanitaria, istruzione, copertura previdenziale. La situazione del lavoratore cessa di essere la condizione precaria vissuta ogni giorno nell’angoscia del domani: “Essa è divenuta la condizione salariale sulla quale il lavoratore può contare per dominare il presente e agire sul futuro” afferma Castel, riconoscendo un nuovo ruolo allo Stato, il quale opera come riduttore di rischi.

Ma si sa, le epoche si susseguono velocemente e nessuna è destinata a durare in eterno: cosa è cambiato dagli anni Settanta ad oggi? Perchè si parla di neoliberalismo? Dardot e Laval hanno riscontrato una nuova ragione del mondo, passata attraverso l’esplosione della società salariale. Oggi ognuno di noi è chiamato ad essere “imprenditore di se stesso”, in grado di vendere i propri talenti. Ad ognuno è richiesto un portfolio di competenze da condividere all’interno di reti sempre più fitte ed estese. La parola chiave della società odierna è “rischio”, che il lavoratore è costretto ad essere in grado di fronteggiare.

Charles Andy ha proposto di superare l’idea tradizionale di “posto di lavoro” e di sostituirlo col concetto di un portfolio di attività che ognuno gestisce per conto proprio. Le attività in cui il lavoratore sceglie di impegnarsi hanno una scadenza ed ecco che si torna alla situazione di lavoro precario, per cui il susseguirsi di progetti garantisce l’estensione delle reti. Si delinea così il profilo del lavoratore moderno tanto richiesto: entusiasta, disponibile a nuovi legami, reattivo, mobile fisicamente e intellettualmente. In questo scenario, il grande è “un ladro di idee”, dotato di intuizione e talento, flessibile e tollerante.

La storia si ripete e il mood del lavoratore, oggi, è lo stesso dell’operaio alienato di centocinquant’anni fa, senza garanzie né prospettive. Non gli resta che la religione o, attualizzando, i social network, per alleggerire la propria condizione. Arthur Conan Doyle diceva che “il miglior antidoto al dolore è il lavoro”: a quanto pare, per il momento, l’uomo moderno è destinato a soffrire.

Di Antonella Gioia