Le grandi città turistiche abbandonano il globalismo


I globalisti stanno perdendo colpi. Non solo in termini di consensi elettorali, ma anche nella vita quotidiana.

Un fenomeno sempre più evidente nelle città turistiche, proprio quelle che – nella considerazione di chi si sente cittadino del mondo senza patria e senza radici – avrebbero dovuto rappresentare l’avanguardia dell’Uomo nuovo, globale, anglofono, privo di un passato e non interessato al futuro ma solo al presente.

Qui ed ora. Dove il Qui è totalmente indifferenziato, con cibi comuni, stili identici, la valigia sempre in mano.

Non è andata così e gli abitanti delle città turistiche scoprono il fastidio di presenze ossessive di torme di visitatori che arricchiscono ristoratori e negozianti dei centri storici ma che rappresentano un costo per tutti gli altri. Un costo ed un fastidio, perché affollano strade, sporcano, lasciano rifiuti, occupano posti sentiti come propri dalle popolazioni locali, determinano un aumento dei prezzi.

E allora, nelle città che non hanno perduto le radici, si torna a sentire parlare la lingua locale, il dialetto. Ostentato come differenza sostanziale rispetto a chi arriva da fuori e si sente il padrone solo perché, per qualche giorno, paga il conto al ristorante e in albergo.

Già in passato un assurdo servizio su Striscia la Notizia aveva stigmatizzato il comportamento di alcuni ristoratori veneziani che al turista straniero facevano pagare il prezzo pieno ma applicavano sconti all’avventore italiano e sconti maggiori a quello veneziano.

Non si è liberi neppure di concedere sconti, nel paradiso globale.

Ma lo stesso avviene a Firenze, a Roma. I clienti del luogo fanno sentire, parlando, di non essere turisti da mordi e fuggi. Si crea una sorta di complicità con l’esercente.

Noi siamo noi e gli altri sono solo presenze occasionali.

Non fanno parte della cultura locale, delle tradizioni, della vita della città.
D’altronde chi va a visitare Venezia vuole ammirare i palazzi dei Dogi, chi sceglie Firenze pensa a Lorenzo il Magnifico, chi preferisce Roma si immagina l’impero, chi arriva a Torino ha come riferimento i Savoia.

Il turismo in Italia non si accontenta di una sky Line di grattacieli anonimi, è un turismo culturale, paesaggistico, enogastronomico. E le lingue locali sono una parte fondamentale di questo retaggio culturale. Chi vuole solo vino dal sapore internazionale può restare a casa propria ed ordinarlo online. Chi vuole il vino italiano preferisce acquistarlo ascoltando la parlata toscana, veneta, piemontese, lucana, romana, sarda.

Si sta ricominciando a sentirle nelle città più tradizionalmente turistiche, dove probabilmente l’insofferenza per le troppe presenze è più evidente. Mentre i parvenu del turismo sono ancora convinti che rinunciare a se stessi ed alla propria cultura sia un fattore di successo.

Augusto Grandi
Informazioni su Augusto Grandi 364 Articoli
Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".