MAFIA ROMENA, PIU’ PERICOLOSA DI QUELLE ITALIANE

Miro Renzaglia, nel corso di una recente presentazione del suo libro “Un popolo di debitori”, aveva sottolineato come la tenuta dell’economia italiana, per quanto minima, fosse legata alla criminalità organizzata: le mafie, per la necessità di ripulire e riciclare il denaro sporco, sono obbligate a reinvestirlo ed a farlo circolare. Ma anche questa voce del Pil nazionale e’ destinata a ridursi. La globalizzazione sta sconfiggendo mafia, camorra e ‘ndrangheta. Possono esultare i sostenitori dell’antimafia? No, proprio per niente. Perché le mafie “storiche” italiane stanno venendo soppiantate da quelle importate. Quelle che i cerebrolesi del politicamente corretto continuano a non vedere. E non possono rifugiarsi neppure dietro il paravento delle accuse ai “razzisti”, perché la mafia che sta facendo i maggiori danni e’ bianca e parla una lingua neolatina. Dunque nessun razzismo ma, semplicemente, la presa d’atto di un fenomeno estremamente preoccupante e ancor più dannoso per l’economia italiana. Perché la mafia romena non reinveste i soldi del crimine sul territorio italiano, ma li porta fuori. In questo modo diventa più difficile controllare i flussi e diventa impossibile procedere a sequestri dei beni. Ovviamente i mentecatti del buonismo a senso unico ricordano solo le ricadute positive del lavoro degli stranieri in Italia. Ignorano i 5-7 miliardi all’anno che escono legalmente con le rimesse degli immigrati. Soldi guadagnati onestamente e che, tra l’altro, evidenziano un sacrosanto attaccamento alle famiglie d’origine ed alla loro terra. Ma che rappresentano un salasso colossale per l’economia italiana. Ma quando si passa dalla rimesse degli immigrati ai proventi del crimine, i mentecatti non hanno più scuse. Dunque preferiscono evitare l’argomento. Preferiscono continuare a raccontare di zingari che fanno i calderai, di zingari che allevano i cavalli. Non vedono i roghi nei campi per bruciare i cavi rubati e ricavare il rame. Non vedono i soldi che, attraverso anche la criminalità “minore”, affluiscono alle grandi organizzazioni criminali romene. Non vedono omicidi e violenze. Non vedono lo sfruttamento dei nuovi schiavi immigrati per garantire manovalanza del crimine. Tutto tace, sul fronte dei buonisti. E la mafia non chiede di meglio.

Augusto Grandi

Augusto Grandi
Informazioni su Augusto Grandi 346 Articoli
Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".

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