Milano, ragazza uccisa in vetrina per il «Black Friday». E’ forse questo ciò che siamo diventati?

"Io sono, sì. Ma solo ciò che ho e ciò che consumo".  "Le uniche soluzioni odierne per l’individuo senza punti di riferimento dove ciò che più conta è l’apparire a tutti costi. L’apparire come unico valore"

E’ accaduto alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In piena febbre (o delirio) da “Black Friday” ecco che sulle vetrine del noto brand di lusso di moda Philipp Plein, in pieno centro a Milano in corso Venezia 7, sono comparse immagini raccapriccianti ritraenti uno scheletro di un manichino incappucciato e armato di mannaia mentre fa a pezzi una modella, con lo slogan «Price killer».

Una “trovata pubblicitaria” che, vista la coincidenza con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha sicuramente colto nel segno: far parlare di sè. E nonostante sabato pomeriggio, dopo l’ondata di indignazione sui social, i manifesti siano stati tolti dalle vetrine, la campagna pubblicitaria con l’hashtag #PriceKiller continua ancora ad essere visibile sui social del marchio Philipp Plein. Ma siamo davvero sicuri che tutto questo non sia un segnale sul quale provare a fermarsi un secondo a riflettere?

Forse, se ci fermassimo e provassimo razionalmente a pensare a quel cartellone e a ciò che si nasconde nel profondo del messaggio pubblicitario, al di là dell’ironia in stile “black humor” (più che “black friday”), verrebbe da pensare che qualcosa non va. O che non va più da un po’ di tempo.

Eccessivo consumismo, disgregazione dei rapporti fomentati da un uso dei mezzi di comunicazione di massa senza alcuna regolamentazione e totale indifferenza alla cosa pubblica hanno foraggiato, insieme a modelli e stili di vita imposti dall’alto, un modello di pensiero a tratti distorto: totalmente menefreghista e non curante dell’ambiente che ci circonda e della società di cui facciamo parte.

E così viene da pensare che forse il vero fascismo di cui oggi dovremmo preoccuparci (a discapito di quello che politicamente altri millantano strumentalmente) e a cui già diverso tempo fa si rifaceva Pier Paolo Pasolini, sia proprio questo: una nuova forma di totalitarismo imposto dall’economia consumistica, nella quale lo schiavismo e l’isolamento dell’individuo, delle masse, regna sovrano. Privo di ogni etica e morale, ma guidato solo dai suoi istinti più basilari. Dai bisogni che i geni della comunicazione e del marketing hanno appositamente creato per lui; per farlo sentire più completo e, in apparenza, felice.

E proprio Pasolini a tal proposito scrisse in “Scritti Corsari”:

“Il fascismo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.

Una feroce critica di Pasolini che se al tempo, seppur in apparenza, poteva apparire forzata oggi trova all’interno del sistema consumistico nostrano tutti i suoi più tragicomici riscontri. Perché a vedere certe scene, se non ci credessimo veramente, verrebbe pure da ridere. Eppure oggi sono più che mai attuali, anche e soprattutto visto l’attuale dominio (quasi assoluto, in tutti i settori) della società dell’immagine; dalla politica all’economia, dalla cultura all’informazione, fino a toccare i rapporti umani.

Una “mercificazione totalizzante di tutti o quasi gli aspetti della nostra vita”. Intrattenere, manipolare e plasmare l’opinione pubblica rendendola inerme e isolata, conformata e omologata è divenuto non più soltanto l’obiettivo, ma il risultato di anni di educazione a comportamenti e schemi imposti. Senza nemmeno la possibilità, quest’ultima spacciata per libertà, di rendersene conto.

Quel che oggi viene da chiedersi è infine cos’è la felicità, dinnanzi alla povertà dell’essere umano. Perché è pur sempre vero che oggigiorno tutto si può acquistare, meno che la nostra integrità morale. E quando anche questa ci verrà portata via allora sì che sarà troppo tardi.

Perché, sempre come sosteneva Pasolini,

il mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.

Adoratori di niente spacciato per tutto. Alla faccia di quanto diceva nel suo trattato filosofico, seguito poi da Bauman nelle sue considerazioni sociologiche sulla “società liquida” riprese anche da Umberto Eco, un altro grande del calibro di Erich Fromm. “Io sono, sì. Ma solo ciò che ho e ciò che consumo”.  “Le uniche soluzioni odierne per l’individuo senza punti di riferimento dove ciò che più conta è l’apparire a tutti costi. L’apparire come unico valore”. 

Articolo a cura di Giuseppe Papalia

Informazioni su Giuseppe Papalia 162 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.