MILANO TRA LUCI E OMBRE: UNA GENERAZIONE DIVISA TRA EMIRI E DISILLUSI

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Negli anni ’90 l’opulenza e una certa predisposizione allo sperpero, cambiò per quasi un decennio le esigenze e le fasi oniriche dei sogni degli italiani. L’estetica apparente dei milanesi in particolare, spesso alle prese con l’intermezzo piacevole di un aperitivo contornato dalle starlette dell’epoca, è un lontano ricordo. Piccoli frammenti che riportano all’intelligenza e al cervello fine di Valerie Morris, la madre di Naomi Campbell, molto diversa dalla figlia. Certo, indubbiamente, meno intrigante dello sguardo di ghiaccio di Linda Evangelista, quando sorrideva ad una battuta divertente ma non eccezionale.

Quest’ultima, meno borghese di quanto si pensi e partecipe ai tavoli dell’ozio (aperta a qualsiasi discorso sull’attualità e non solo), senza nessuna esigenza di indossare, come sua abitudine lavorativa, un abito imbellettato e magnificante uno spirito, programmato dell’assurdità di quei pochi anni. Riuscendo alla sua maniera a leggere come pochi, la finzione e il credo comune che molti ossequiavano diligentemente: la separazione dal quotidiano e il consolidamento del classismo attuale. Sognava le città metropoli dagli immensi pennacchi d’acciaio e tutto quello che rappresentava un’elevazione ?

Le alte torri d’Occidente erano un simbolo. Desiderato da tanti e accentuato da un’esuberanza dello stato personale, situata nell’immaginario intracollettivo e pronta per diventare uno stato mentale. Una patologia ai margini dei marciapiedi che ospitavano le porte di ingresso dei primi locali della movida milanese, e dei retaggi della filosofia made in “London Social Science”; sottile e accorta nel far credere che Milano avesse tutte le carte in regola per emulare la City. Punti di vista.

Un’assurdità che creò una specie di tensione cognitiva di massa, per quei disillusi che scambiarono la ruota panoramica del luna-park le “Varesine” con quella londinese in costruzione (un parco giochi di diversa natura, poco incline a ricevere perfetti sconosciuti) e, tutte le aspettative di vedere anche nella città di Napoleone e Radetzky, l’insorgere di un nuovo spirito aperto alle contaminazioni tamigine. Che poi, queste, fossero realizzabili anche sotto l’aspetto architettonico ed urbanistico, poco importava. Un’illusione rimane un’illusione e per parecchio tempo rimase un vezzo irrealizzabile. Una pazzia che ritrovò la sua ragione d’essere nel 2011.

Quando, lo stato del Qatar, un “bugigattolo” di emirato circondato dal golfo Persico, cambiò una delle rotte dei suoi investimenti. Milano, tutto d’un tratto, scoprì le scaltre lusinghe a buon mercato dei fondi di investimento della famiglia reale Al Thani e della loro società Katara Hospitality. La venuta di milioni e milioni di petrodollari, stanno ubriacando sul serio la città. A chiarire alcune delle modalità e la tempistica è l’articolo di Corinna De Cesare, uscito sul Corriere della Sera del 28 febbraio 2015, dal titolo inequivocabile:«Qatar. Bosco verticale, torri Unicredit e Diamante. Agli arabi l’intero quartiere dei grattacieli». Un vero e proprio salto nella cronaca del presente che ci riporta a Quell’idea barbina di Smart City che avevamo raccontato su Destra.it il 29 novembre 2014.

L’Hotel Gallia e il nuovo Polo di Porta Nuova, ora risplendono. Pur essendo all’ombra della speculazione edilizia tutta italiana (si fa per dire) ma ineluttabilmente, non da quella della petromonarchia arabo-saudita del Qatar e di una dinastia che vive del suo riflesso e di una pratica consolidata, molto tempo prima: assimilandosi per uso e per interesse, parlando fitto e a bassa voce con la confidente di sempre, la Gran Bretagna. Bene, ma ora cosa rimane agli orfani delle 19.00 in poi, dei piattini sovraccarichi ogni misura e della padronanza dello «slang» inglese-italiano, sciolinato tra un gin tonic e un birra media ? Il finanziamento quatariota che ha spodestato Gheddafi e gli interessi italiani, per provare subito dopo a fare le scarpe ad Assad.

Un misto esplosivo di connivenze con Jabhat al-Nura, noto ai più come il “Fronte del soccorso al popolo di Siria” di matrice quedista e chissà perché, quando il caso non tedia una certezza ed è in concomitanza all’aiuto dell’Arabia Saudita al Fronte Islamico, tutto questo non conta più nulla. Ogni tanto il passato è ingombrante:i figli del decennio che vivevano dell’eredità degli anni ’80 e che avvalorarono ogni tipo di suffisso, purché finisse con Y lunga, non lo sanno. Ignorano. Ma tutto sommato, loro, hanno già finito di fantasticare quando decisero di emigrare oltremanica. Quando il miraggio dell’Occidente, tangibile e originariamente sconosciuto, svelò, come ora ai milanesi, la certezza di essere un piccolo pignone in un sistema più grande.

Quella forzatura volubile di colui che crede nell’armonia del mondo e del dito che gli indica la luna.

Francesco Marotta

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