OPERA DI ROMA, ATTACCO ALLA CULTURA CON LA SCUSA DEI COSTI

Avranno sicuramente esagerato, orchestrali e coro dell’Opera di Roma. Avranno preteso, per la sopravvivenza in trasferta, più del dovuto e più di quanto percepito dai loro colleghi di altre città italiane. Tutto vero. Ma il loro stipendio è tutto tranne che faraonico. La Busiarda, il quotidiano degli Elkann-Agnelli, sostiene che sia comunque troppo elevato rispetto ai giorni di effettivo lavoro tra prove ed esecuzioni pubbliche. Si parla di poco più di 2mila euro al mese. Ma lo stesso quotidiano non ha nulla da obiettare di fronte ai 900 euro al mese elargiti per ospitare, negli hotel della Riviera Romagnola, ciascun clandestimo. Che, per una famiglia di 4 persone, fa la bella cifra di 3.600 euro al mese. Siamo sicuri che nelle famiglie degl orchestrali arrivino tutti questi soldi? E se gli orchestrali lavorano poco, quanto lavorano i clandestini? Ma è curioso che questi attacchi colpiscano la musica classica, casualmente una delle espressioni della cultura europea. Costa troppo, assicurano i critici che, invece, non fiatano di fronte ai finanziamenti per qualsiasi manifestazione culturale multietnica. Ed allora si dimentica che un professore d’orchestra non si limita alle esibizioni o alle prove ufficiali. Studia lo strumento a casa propria, come può confermare chiunque abbia la fortuna (o sfortuna) ai abitare vicino ad un orchestrale o ad un corista. Ore e ore di studio, di allenamento, di preparazione tra le mura domestiche. Magari ripetendo lo stesso brano all’infinito. Ma questo, per chi vuole eliminare ogni manifestazione di una cultura europea, non conta assolutamente nulla. Quanto incassa un concerto a teatro? Quanto rende? Qual è il valore della cultura? Certo, si possono mettere sotto contratto precario ragazzotti senza arte né parte che, però, chiedono cachet da fame. Certo, invece di 12 violini se ne possono utilizzare 3, con un contrabbasso, un oboe ed un corno. Certo, gli strumenti che, nel corso di un concerto, vengono suonati per meno di 10 minuti complessivi possono venir eliminati. Ma il risultato è qualcosa di diverso, di molto diverso, rispetto a ciò che deve essere. Oppure si possono aumentare i prezzi dei biglietti, riservando la tradizione musicale europea ai soli ricchi. Per il popolo bue devono bastare bonghi e ocarina. O un cd suonato in una piazza. La cultura è alla base di un popolo, è alla base anche dello sviluppo economico. Se vendiamo il made in Italy è perché all’estero hanno ancora un’immagine dell’Italia legata al bello, alla cultura nostra, alla nostra musica. Sostituire Verdi con un rapper sarà anche moderno e permetterà risparmi, ma servirà solo a cancellare una cultura e pure l’immagine del made in Italy.

Augusto Grandi
Informazioni su Augusto Grandi 353 Articoli
Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".

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