Per capire il presente dobbiamo capire il passato

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Quante volte, nell’anno appena passato, abbiamo ascoltato in televisione accorati appelli per la distruzione dei tempi di Palmira e per le offese che gli islamici fondamentalisti avrebbero arrecato all’arte dei loro paesi? Storie non nuove: qualche anno or sono, si parlava dei talebani e delle devastazioni delle statue e dei templi del Buddha. Per non parlare dei film anglosassoni, secondo i quali, durante le seconda guerra mondiale, i nazisti avrebbero probabilmente perso la guerra, perdendo gran parte del tempo e delle energie di cui disponevano per razziare i tesori d’arte che, curiosamente, pare appartenessero tutti e solo a famiglie ebraiche. Le festività lasciano il tempo per riflettere sulle cose, per leggere qualche libro e, magari, per accorgersi di come viviamo in un mondo di soli slogan e parole d’ordine che, queste sì, inquinano il cervello fino in fondo. Non che si tratti di questioni fondamentali, sia chiaro, ma dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, che ormai siamo tutti calati in una dimensione americanoide, di stampo hollywoddiano, in cui la fiction in cui siamo chiamati a fare da comparse coincide tristemente con la realtà. Non solo, infatti, si punta il dito – come denuncia Vittorio Sgarbi – contro chi devasta un tempio romano in Siria, quando dalle nostre parte si lasciano marcire impunemente le gloriose vestigia del passato, ma proprio chi agita questo genere di propaganda, solo qualche decennio addietro, non si comportava di certo meglio, anzi. Basterebbe ricordare la devastazione dell’Abbazia di Montecassino che, se oggi è ancora fruibile ai nostri occhi, lo si deve alla premura con cui proprio i tedeschi – messo al sicuro tutto quanto era trasportabile da quella gloriosa chiesa-monastero – portarono in Vaticano tutto ciò che riuscirono a salvare, prima che si scatenasse la furia aerea degli Alleati. In quel caso, però, seppur non sia affatto vero, qualcuno potrebbe replicare che si trattò di un danno collaterale alla guerra in corso. Però, per citare un altro esempio, la guerra era finita quando, delle tantissime opere che costellavano i palazzi pubblici tedeschi, oltre il 90% degli splendidi monumenti di Arno Breker furono ridotti in polvere dagli americani. Breker era nazista, certo, ma era anche ilMichelangelo moderno e, probabilmente, l’insuperato scultore del Novecento, il quale continuò anche dopo la guerra a realizzare, apprezzato in tutto il mondo, le sue opere d’arte. Lo stesso Josif Stalin, a fronte della sua superba maestria, laddove arrivarono le sue, di truppe, fece requisire i monumenti, magari cambiandone le dediche e le collocazioni, ma non le fece distruggere. Per capire la dimensione di questa barbara follia, basta digitare il nome di Breker su Google e selezionare la voce Immagini: gran parte di ciò che si vede, in foto d’epoca, è scomparso definitivamente, per sempre. Per non parlare, poi, delle opere d’arte di cui erano pieni i musei iracheni e che, oggi, apparentemente svaniti nel nulla, decorano le collezioni private dei magnati Usa e occidentali in genere.  Perché, quindi, parlare di tutto ciò, il 2 di gennaio? Perché, i primi giorni dell’anno, sono giorni di buoni propositi e il più urgente da formulare è quello di provare a vivere in un mondo che non si faccia condizionare dal frastuono della menzogna funzionale di turno – che fonda la sua forza nell’ignoranza generalizzata -, ma veda crescere una maggior coscienza pubblica nella diffusione e, soprattutto, nella percezione delle notizie che condizionano il pensare e l’agire di tutti.

Massimiliano Mazzanti

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