Perché l’Italia non ha subito alcun attentato terroristico?

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Da quando la propaganda integralista islamica dell’ISIS e di altre società radicali ha sfondato la rete del WEB con video e foto, Roma e l’Italia sono sempre state soggette a minacce ed attacchi verbali, specialmente perché ospitano lo Stato Vaticano. Tuttavia, malgrado le numerose intimidazioni, ad oggi (per fortuna) l’Italia non è stata oggetto di alcun attentato terroristico, sebbene la paura dilaghi anche qui – come testimonia l’episodio in piazza San Carlo a Torino, che ha visto la morte di una donna e più di 1500 feriti.

Ma perché ancora l’Italia non è stata presa di mira, come gli altri Stati europei in vista? Il quotidiano britannico The Guardian, dopo i numerosi attacchi dei quali è stato protagonista il Regno Unito, si è posto la medesima domanda.

Secondo il giornale, i fattori sono molteplici. In primo piano il controllo esercitato su tutti i sospettati di radicalizzazione: ad esempio viene portato Youssef Zaghba, uno dei tre attentatori di London Bridge, italo-marocchino controllato a vista nel nostro Paese ma ignorato in Gran Bretagna.

In secondo luogo viene sottolineata l’esperienza italiana in materia di terrorismo, ricordando gli Anni di Piombo e gli anni Novanta: secondo il Guardian l’Intelligence italiana ha imparato dagli errori del passato a non tralasciare alcunché. Come le intercettazioni telefoniche ad esempio, che nel Bel Paese possono essere utilizzate come prova nei processi, al contrario del resto d’Europa. O come il monitoraggio del territorio, visto che “l’assenza di luoghi simili alle banlieu parigine [comuni che si trovano nelle vicinanze di una grande città] nelle metropoli italiane e la predominanza di città medio-piccole rende più facile il controllo della situazione”, come ha affermato l’ex direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) Giampiero Massolo.

Fondamentale sarebbe poi la mancanza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere suscettibili alla propaganda dell’ISIS: le autorità si concentrano sui non-cittadini a rischio espulsione fin dai primi segnali di eccessivo integralismo. “Da gennaio sono state espulse 135 individui”, ha ricordato Arturo Varvelli, esperto di ricerca e di terrorismo all’ISPI (l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano).

Inoltre vengono usati i mezzi già testati per la lotta a Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta: i sospetti vengono invitati a collaborare attraverso alcuni incentivi quali permessi di residenza o simili: tenere in prigione un sospettato è rischioso, perché proprio come per i capi mafiosi “La prigione è considerata un territorio privilegiato per il reclutamento e la creazione di reti”, come ha evidenziato Francesca Galli, assistente alla Maastricht University ed esperta di antiterrorismo.

In fondo le cifre confermano le parole degli esperti: secondo il Ministero degli Interni, le autorità hanno fermato ed interrogato 160.593 sospettati tra il marzo 2016 e il marzo 2017; di questi, circa 34.000 sono stati catturati negli aeroporti. In più sono stati arrestati circa 550 sospetti terroristi e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati oscurati e chiusi, partendo dai 500mila monitorati.

C’è da ricordare un altro fattore, forse non considerato abbastanza dal giornale. L’Italia è ormai la porta dell’Europa, attraverso il Mediterraneo la maggior parte degli immigrati passano da qui. Sarebbe probabilmente controproducente per sedicenti kamikaze far saltare in aria lo Stato che fornisce loro la chiave per accedere ad altri territori.

Un’analisi che, si spera, possa essere confermata ancora a lungo.

Silvia Vazzana