SE SALVINI SCEGLIE L’UOVO

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Premetto che con Salvini sono d’accordo sullo Ius Soli, forse, ma è da verificare, sull’immigrazione e probabilmente su niente di più. Quindi non mi metto di certo a piangere per il fatto che abbia mancato una grande occasione perché, evidentemente, non si sente ancora sicuro di sé come leader. Se si sentisse sicuro proverebbe la grande avventura: “con me senza nessuno!” Si lancerebbe al centrosud senza fare l’occhiolino ai resti della destra parlamentare e senza favorire la raccolta dei cocci. O la va o la spacca. Potrebbe, in tal caso, anche essere sonoramente sconfitto ma potrebbe risultare travolgente: cosa impossibile se all’elettorato offrirà la mediazione dei trombati. Così come si è posto (insieme con alleanzini vari e destri in uscita) le sue uova del drago dietro la Linea Gotica assomigliano troppo a un cimitero d’elefanti.

Una critica per fare e non per darsi un alibi

Ora però sgombriamo il campo dagli equivoci. Non sto chiamando nessuno a rinchiudersi in una torretta d’avorio in nome di un purismo che, poi, viene solitamente tradito dagli atteggiamenti accattoni, piattino in bocca, dei duriepuri de no’antri. Cerco ancora una volta – sono incorreggibile! – di proporre canoni politici, efficaci ed oggettivi.

Questi vertono nell’identificare il soggetto politico, le sue valenze, le sue possibilità, al di là della simpatia e della condivisibilità.

Oggettivamente, pur concordando sì e no sul dieci per cento del discorso salviniano ed essendo a dir poco critico sul resto, non posso non sostenere che il personaggio al momento rappresenti a vostra scelta o la calamita odierna o il tappo del lavandino per frenare il gorgo di scarico del populismo di destra. Con ambizioni di leader e potenzialità da scoprire potrebbe essere ben altro. Nel panorama purtroppo non si vede alcunché, salvo il solito Berlusconi che pure nel momento più compromissorio della sua attività esprime proposte così realizzabili e quindi potenzialmente rivoluzionarie che questi se le sognano, come la nazionalizzazione di Bankitalia e l’introduzione di una Moneta di Complemento.

E adesso?

Ciò detto che si fa?  Se non si acquisisce la mentalità politica di base, due sole sono le direzioni in cui spingono il cuore e le trippe, per i quali organi il cervello mente e continua a mentire: (il miraggio del)la carriera politica per qualcuno e per altri l’identificazione in un campione idealizzato. Finché questi sono i criteri non si andrà da nessuna parte con Salvini come non ci si andò con Berlusconi ma, dico di più, con questa mentalità non si sarebbe andati da nessuna parte neppure con Mussolini.

Qui va operato il taglio profondo, qui va rimosso l’ascesso, specie ora che la scelta delle alleanze salviniane sta prospettando un ghetto istituzionale di venti o trent’anni ché di altro non si parla visto che l’atteggiamento schizofrenico è quello di fare sì un’opposizione a toni alti (e quindi con poca capacità di penetrazione al di fuori di un target minimo) ma con gli stessi personaggi camomilla e diarrea che hanno contrassegnato il consociativismo mediocre dell’ultimo decennio.

Un freno

La storia insegna e non tradisce mai. Le rivoluzioni si fanno con pensieri hard (Weltanschauung) e atteggiamenti soft. Augusto, Federico II, Napoleone, Mussolini: è sempre stato così. In tonalità minore vediamo chi ha cambiato più o meno le cose in modo ardito nel dopoguerra in Europa: De Gaulle, Mattei, Mitterrand, Kohl, Craxi. Berlusconi, Orban.

Quando si ricorre a toni forti, demagogici e sloganistici si batte il passo. L’antagonismo sta alla rivoluzione come l’estremismo sta al radicalismo: cioè come la sciatica all’atletica.

Una fusione tra i due elementi è possibile solo mediante le ghigliottine e i plotoni d’esecuzione.

Ma dubitiamo che il neo-antagonismo del populismo punti alla guerra civile. Diventerà, quindi, per poca duttilità e scarsa programmaticità oltre che per scelta di toni, un elemento di polarizzazione e di freno, rafforzando inevitabilmente il renzismo che non troverà avanti a sé alternative maggioritarie.

D’altronde come immaginare le cose diversamente se al centrosud l’alleanza privilegiata è con i già politicanti di mestiere? E come esprimere una critica seria al governo? Per esempio il ministro degli Esteri Gentiloni che prova timidamente a tracciare una linea non ignobile, lo si può criticare se si hanno come esponenti il ministro della Difesa dell’attacco alla Libia (La Russa) e quello degli Esteri delle primavere arabe e del lingua in bocca con lo jihadismo anti-Assad (Terzi)?

Se ci fossimo

Non propongo di chiuderci in torrette d’avorio, dicevo, ma di prendere atto della realtà.

Allora se oggi il solo soggetto non renziano – Cinque stelle a parte – è Salvini e se lì intorno arranca il populismo residuo di destra, tre sono le possibilità: ubriacarsi; chiudersi a riccio oppure acquisire quella che Mussolini come Lenin avrebbero definita “mentalità rivoluzionaria”.

Ovvero, si tratta di non immedesimarsi in nessuno e di non fare il tifo per nessuno ma di operare in pressing nei confronti della politica.

Il che significa affiancare le battaglie politiche gettandovi il carico. Carico che in soldoni si chiama “azione diretta per il contropotere economico” sia locale, sia di categoria. Significa affiancare le battaglie non a scopi elettoralistici e non cercando di essere eletti bensì per cambiare velocità e per imporre vittorie sociali, popolari, assolutamente autogestite e da non consegnare agli altri.

Significa creare potere e di lì farsi lobby con potere contrattuale (perché senza il potere contrattuale si gioca e basta) e anche formare quadri e intraprendere una rivoluzione culturale che rettifichi, potenziandola dove necessario, la caotica ideologia populista altrui. E non significa affatto, come invece accade oggi, farsi sedurre dalle teorie fobiche, liberiste, regressive e refrattarie delle destre europee.

E non solo

Se l’ambizione poi è più ampia, più alta, se si ha a cuore il futuro dell’Europa Nazione e quindi la rifondazione dell’Italia che lì tornerebbe ad essere soggetto storico di prim’ordine, l’operazione è più articolata e complessa e guarda non soltanto verso il precipitato post-berlusconiano e la sua interpretazione salviniana ma si fa trasversale verso le élites strategiche. E ancora trasversale nel movimentismo perché ci sono interi settori di destra, di sinistra e soprattutto di non etichetta che hanno una forte necessità di una soluzione peronista che non può essere data dall’attuale portato dell’antagonismo di centrodestra così come si pone.

Di che essere contenti?

Se tutte queste premesse vengono rispettate, non dico ammesse e liquidate retoricamente, ma rispettate e dunque considerate come le priorità assolute, allora si può agire politicamente – sempre in autonomia, da fuori e senza mire elettorali dirette – con quello che offre il convento. A patto di rivoltarlo il convento e di andarsi a recuperare molto da fuori.

Se invece ci si vuole accontentare di darsi le calle come si dice a Roma, allora si faccia pure.

Un giorno poi qualcuno verrà a spiegarmi di cosa dovremmo essere soddisfatti se, dopo ventidue anni, gli stessi che hanno fallito l’appuntamento con la storia, si rimettono assieme per raggiungere percentuali da prima repubblica e lo fanno senza un’idea-forza che sia nostra.

O come possiamo immaginare che stiano sfidando il sistema visto che i senatori della Lega hanno votato in massa a favore della legge che manderà in galera anche chi osi, in futuro, non solo mettere in discussione i  numeri della Shoah ma parlar bene del Comandate Borghese o del Generale Graziani e se i Fratelli d’Italia, nell’attesa di fare altrettanto, si sono opposti al riconoscimento  dello Stato di Palestina. A meno che non ci vengano a raccontare che hanno notato la straordinaria coincidenza per la quale sia in Norvegia che in Francia subito dopo quel voto capitano stragi e che ce le hanno volute risparmiare….

Ergo

In conclusione due sono i dati reali. Il primo è che Salvini non si sente ancora sicuro di sé e preferisce un incasso sicuro a un investimento ambizioso, ma l’uovo oggi non darà brodo di gallina domani. Il secondo è che indiscutibilmente non si può affidare nulla a nessuno. Si può fare invece tanto, forse qualsiasi cosa; ma dipende dal come, dal metodo che si usa, dalla Weltanschauung che si ha, dalla mentalità rivoluzionaria che si apprende e che si mette in azione.

La delega, l’aspettativa, la democrazia spettacolo, l’attesa della manna, togliamocele di torno, per piacere! Va bene che siamo in un’epoca in cui cresce il deserto ma vediamo di differenziarci e di smetterla d’imitare chi viene di là.

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