Todo Modo: il film che inscenò in anticipo la morte di Moro

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Quarant’anni fa si consumava il delitto cardine dell’Italia repubblicana: il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e la sua esecuzione da parte delle Brigate Rosse. Con la morte di Moro fu definitivamente stroncato il disegno di portare il PCI al governo, il “compromesso storico” che Moro aveva meticolosamente intessuto e che nel marzo del 1978 era sul punto di concretizzarsi. L’ipotesi di un governo DC-PCI era da scongiurare ad ogni costo, non soltanto perché avrebbe messo in forse la permanenza dell’Italia della NATO ma anche, e forse sopratutto, perché avrebbe rafforzato il suo ruolo nel quadrante mediterraneo, ponendo su basi più solide la politica estera di Moro. Contro questa eventualità si scagliò, nel corso degli anni ‘70, il mondo culturale liberal e anglofilo: con “Todo Modo”, uscito nelle sale in vista delle elezioni del 1976, si inscenò persino l’esecuzione del presidente della DC.

Il compromesso storico ucciso al cinema

Perseguire l’interesse nazionale è, per qualsiasi classe dirigente, un’impresa storicamente difficile: significava e tuttora significa, il più delle volte, schierarsi contro quei poteri anglofoni e finanziari che controllano l’Occidente. Fu un impresa ardua e complessa per la Francia del generale De Gaulle, che pure poteva vantarsi di figurare (formalmente) tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale ed era dotata di una robusta ossatura militare-burocratica. Fu un’impresa ancora più difficile per l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra: eppure, grazie alla tenacia, all’inventiva e all’intraprendenza dei uomini, il nostro Paese riuscì tra, gli anni ‘50 e la fine degli anni ‘80, a riconquistare una potenza economica e una proiezione internazionale impensabili nell’immediato dopoguerra. È la fase interrotta nel 1992 con Tangentopoli, fase cui subentra il lungo periodo di decadenza che sta toccando lo zenit in questi ultimi anni.

Enrico Mattei, Ezio Vanoni, Amintore Fanfani furono gli artefici del primo decollo dell’Italia, basato sulla sostanziale continuazione (benché fossero formalmente abiurate) delle politiche fasciste: intervento dello Stato nell’economia, focus sul Mediterraneo, filo-arabismo. Non aveva poi così torto Pier Paolo Pasolini nel definire il “regime democristiano come la pura e semplice continuazione del regime fascista”: suo torto, al massimo, era di non accorgersi che quel regime così denigrato stava riducendo, anno dopo anno, il divario tra l’Italia e le altre potenze europee. Era “il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo” contro cui si scagliavano, quasi contemporaneamente, i liberals di Eugenio Scalfari.

Una figura chiave della rinascita italiana fu anche Aldo Moro, sebbene il suo attivismo in politica estera sia stato a lungo misconosciuto, prima perché argomento “riservato” e poi perché elemento chiave per decifrarne l’omicidio: soltanto negli ultimi anni, qui e là (si pensi ai lavori di Giovanni Fasanella), si comincia a parlare dell’Aldo Moro “geopolitico”, del democristiano che aveva una chiara visione dell’Italia nel bacino mediterraneo. Aldo Moro, infatti, era noto ai più “per parlare a lungo senza dire nulla”, per lo sguardo eternamente spento e annoiato, per l’aspetto esangue al limite del malato. Pochi coglievano che dietro all’impassibilità di Moro, ai suoi discorsi indecifrabili, all’assenza di emozioni, si nascondesse un’esigenza: mantenere l’assoluto riserbo, alzando un muro invalicabile tra sé ed il mondo, ostile, che lo circondava. Fare, ma nascondere quel fare in un labirinto inestricabile di parole.

Perché Aldo Moro, definito in una nota del Dipartimento di Stato del 1964 come “uno dei più intelligenti e abili politici che sono apparsi sulla scena italiana dopo la morte di De Gasperi”, faceva. Eccome se faceva.

Durante la sua permanenza alla Farnesina (1969-l974), si consuma il golpe con cui il colonnello Muammur Gheddafi detronizza il filo-britannico re Idris (settembre 1969), si svolge il colpo di Stato con cui l’ex-carabiniere Siad Barre sale ai vertici della Somalia (ottobre 1969), si sventa il piano anglo-francese “Hilton Assignment” per rovesciare Gheddafi (1971), si fornisce aiuto al premier maltese Dom Mintoff nel suo burrascoso divorzio del Regno Unito (1971). È lo stesso Moro che comprende appieno l’importanza dei servizi segreti (è nota la sua vicinanza al direttore del SID, il generale Vito Miceli, e allo 007 italiano più famoso del Levante, il colonnello Stefano Giovannone), che afferra il nesso imprescindibile tra politica estera e industria degli armamenti1, che è tanto filo-palestinese quanto insofferente alle ingerenze angloamericane. Cavalcando il “terzomondismo” già tracciato da Enrico Mattei, Aldo Moro proietta così l’influenza italiana non soltanto sul Mediterraneo, ma sul Medio Oriente allargato.

La progressiva erosione alle urne del centro-sinistra e l’ostilità di molti esponenti della DC ad un terzomondismo dall’inconfondibile sapore anti-atlantico (si pensi al filobritannico Francesco Cossiga, al filoamericano Paolo Emilio Taviani, al “destrorso” Giulio Andreotti), convince Aldo Moro che l’ingresso del PCI al governo sia inevitabile: non soltanto, infatti, si annullerebbe un’anomalia tutta italiana che impedisce al secondo partito di accedere al governo, ma allargando a sinistra la compagine di governo, si regalerebbe all’Italia una stabilità tale da affrancarsi definitivamente dal giogo angloamericano e da condurre una politica mediterranea in piena autonomia. Affondare il “compresso storico” non significa, visto da Londra e Washington, soltanto mantenere l’Italia nell’orbita atlantica, ma anche ribadire la sua subalternità alle potenze uscite vincitrici dall’ultima guerra.

Se il “compromesso storico” è il fattore per stabilizzare l’Italia e rafforzare il suo peso geopolitico, le cancellerie straniere non possono che rispondere con una destabilizzazione violenta dell’Italia: le bombe, il terrorismo, le gambizzazioni, quelle “stragi di Stato” che si avvalgono di complicità italiane ma hanno sempre regia straniera.

Si comincia con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in risposta all’attivismo “libico e somalo” di Aldo Moro e ai primi progetti di un ingresso del PCI nella compagine di governo, e si termina il 16 marzo 1978, con la strage di Via Fani ed il rapimento dello stesso Aldo Moro. Già, perché se il presidente della DC non fosse stato giustiziato dopo 55 giorni di prigionia, avrebbe quasi certamente vinto l’imminente corsa per il Quirinale (dopo averla mancata per un soffio nel 1971) e, sedendo al Colle, avrebbe finalmente condotto in porto il suo ambizioso piano: un governo esteso anche al PCI di Enrico Berlinguer. Tra questi due estremi, 1969 e 1978, si assiste ad un’escalation di terrorismo che si intensifica quando il “compromesso storico” sembra concretizzarsi e si raffredda quando sembra allontanarsi: i due anni precedenti al rapimento di Moro, il 1976 ed il 1977, quando l’ingresso del PCI nel governo è ormai nell’aria, sono i più terribili.

Si è scritto molto degli “anni di piombo”, delle responsabilità dei servizi nelle stragi, della connivenza del SISMI nel rapimento dello stesso Moro, delle pressioni atlantiche esercite sul governo italiano (e sul Vaticano) perché nessuna trattativa fosse intavolata con i brigatisti e Moro fosse, di conseguenza, giustiziato: è un Moro, quello detenuto nella “prigione del popolo”, che prende progressivamente coscienza di essere stato tradito e abbandonato da tutti e, perciò, dà precise disposizioni perché ai suoi funerali partecipino esclusivamente i famigliari. Il rito funebre nella basilica di San Giovanni in Laterano, presieduto da Paolo VI e presenziato da tutto il mondo politico, sarà infatti disertato dalla moglie e dai figli del defunto Moro.

Un aspetto secondario, forse un po’ effimero, ma sicuramente interessante è, invece,l’assassinio “culturale” del compromesso storico e della DC impersonificata da Aldo Moro. La temutissima convergenza tra DC e PCI non doveva essere soltanto stroncata con le pressioni politiche, le intimidazioni e persino il terrorismo, ma doveva essere demolita anche a livello di intellighenzia e di opinione pubblica: i “liberals” dell’Espresso e della Repubblica (fondata nel 1976), gli anglofili riuniti attorno a Eugenio Scalfari, furono tra i più severi detrattori di Aldo Moro e del suo “compromesso storico” e per affermarsi dovettero sgomitare in un mondo culturale ancora dominato dal PCI.

Ma la carta stampata è, si sa, un bene di lusso; il piccolo schermo, poi, era in quegli anni monopolio della RAI, lottizzata da democristiani e comunisti. Restava il grande schermo, una delle armi psicologiche preferite dagli angloamericani: demolire il “compromesso storico” al cinema, ecco cosa bisognava fare. Anzi, meglio ancora: inscenare in anteprima un’esecuzione di Aldo Moro sul grande schermo. Chissà che l’ex-ministro degli Esteri, vedendo il film, non si fosse ravveduto…

L’assassinio di Moro è consumato cinematograficamente due anni prima che il cadavere del presidente della DC sia ritrovato in Via Caetani, nel bagaglio della Renault 4 (probabilmente non distante dal luogo in cui Moro era stato tenuto prigioniero, come evidenziato nel libro “La storia di Igor Markevic: Il direttore d’orchestra nel caso Moro”). L’esecuzione di Moro (cinque colpi di pistola alla schiena, anziché la decina in pieno petto sparati dalla Skorpion usata nella realtà) appare nelle sale nella primavera del 1976, in vista delle imminenti elezioni politicheè la scena saliente di “Todo Modo”tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, diretto da Elio Petri, prodotto da Daniele Senatore e dalla Warner Brothers, interpretato da Gian Maria Volonté.

È una pellicola piuttosto rara, che merita però di essere cercata e vista perché rappresenta il punto più alto della campagna mediatico-culturale contro Aldo Moro ed il compromesso storico. Tutto di questo film merita di essere analizzato, partendo, ovviamente, dal testo di Leonardo Sciascia.

Lo scrittore di Racalmuto (1921-1989) è una personalità complessa, senza dubbio più profonda di Eugenio Scalfari e dei “liberals” che ruotano attorno a Il Mondo, l’Espresso e la Repubblica: ciò non toglie che anche Sciascia abbia abbracciato, forse in buona fede, gli stessi ideali cari a quei circoli anglofili (e massonici). Non è certo casuale se l’opera omnia di Sciascia sia attualmente pubblicata da una casa editrice “esoterica” come Adelphi.L’opposizione al compromesso storico, la tesi che l’assassinio Moro sia “una strage di Stato” tutta interna all’Italia (“L’Affaire Moro”,  edito nel 1978), l’ingresso nel Partito Radicale, l’avversione al generale Dalla Chiesa e al magistrato Borsellino, il sostegno alle battaglie di Amnesty International, compongono l’identikit di un intellettuale che gravita nell’orbita liberal-anglofila. In particolare, intraprendo un percorso che lo allontanerà dal PCI sino alla rottura definitiva (1977), Sciascia si schiera apertamente contro la convergenza PCI-DC, da lui presentata come una sorta di corruzione del Partito Comunista: opporsi alla degenerata Democrazia Cristiana è la funzione di Botteghe Oscure, non unirsi a lei. Posizioni, ovviamente, gradite a Londra e Washington e che lasciano interdetti i comunisti.

Nel corso degli anni ‘70, quando l’ipotesi di un PCI “governativo” cresce e matura, Sciascia pubblica due romanzi che suonano come una severa condanna al compromesso storicoIl contesto” (1971) e, appunto, “Todo Modo” (1974). Nel primo lavoro, un giallo sui generis, il Partito Comunista è presentato così organico al potere da insabbiare persino, per ragioni di Stato, la verità sull’omicidio del proprio segretario. Nel secondo libro, il protagonista, un pittore disilluso e agnostico, soggiorna nel misterioso eremo Zafer, dove il luciferino padre Gaetano ospita cardinali, ministri e boiardi di Stato per gli annuali esercizi spirituali: due indecifrabili omicidi culminano con l’assassinio dello stesso don Gaetano per mano del pittore, che compie così una sorta di redenzione. Il “giallo” è un durissimo attacco alla Democrazia Cristiana, dipinta come un nido di serpi, un informe ammasso di ladri e bigotti, devoti soltanto al potere e all’arricchimento personale. Il pittore-protagonista sogna “di vederli tutti annaspare dentro una frana di cibi in decomposizione”: è lo stesso sogno che coltivano gli ambienti anglofili e liberal, sogno poi avveratosi nei primi anni ‘90 con la stagione di Tangentopoli eterodiretta da Washington e Londra.

Passa qualche anno e, in vista delle elezioni del giugno 1976 (dove il PCI raggiunge il massimo storico, toccando il 34% dei consensi), crescono i timori che il compromesso storico si inveri: insediatosi il nuovo Parlamento, formato un governo con l’appoggio esterno dei comunisti, eletto Aldo Moro al Quirinale, il PCI potrà finalmente entrare a pieno titolo nella compagine governativa, dando all’Italia una stabilità (ed un peso geopolitico) senza precedenti. La macchina propagandistica si mette perciò prepotentemente in moto: i due romanzi di Sciascia sono un’ottima base per produrre altrettanti film, destinanti al grande pubblico, per denigrare il PCI, la DC ed il temutissimo compromesso storico.

Il contesto” è riproposto abbastanza fedelmente nel film “Cadaveri Eccellenti” diretto da Francesco Rosi e uscito nella sale nel novembre 1976: la frase di chiusura, “la verità non è sempre rivoluzionaria”, è fedele allo spirito del libro e, messa in bocca ad un dirigente comunista, tratteggia un PCI totalmente succube degli intrighi e delle logiche di potere.

Todo modo” esce nella sale nell’aprile del 1976, nonostante alcuni dirigenti della DC facciano pressione sulla Warner Brothers, attraverso Dino Laurentiis, per bloccarne o, perlomeno ritardarne, l’uscita. La trama subisce però profondi e significativi cambiamenti, per adattare il film alla precisa situazione politica del 1976: scompare il pittore-protagonista ed appare una misteriosa epidemia di peste che affligge il mondo esterno (una probabile allusione al terrorismo dilagante), permane la figura di don Gaetano (interpretato da Marcello Mastroianni) e sopratutto compare la figura di Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté. La scia degli omicidi consumati nell’eremo si allunga e culmina con la plateale e brutale esecuzione di Aldo Moro: inginocchiato a terra, piagnucolante, Moro è giustiziato dal suo autista con una raffica di colpi alla schiena. Due anni prima dell’effettiva esecuzione nella “prigione del popolo”, Aldo Moro muore così sul grande schermo: taluni la definiscono una “profezia”, ma fu piuttosto un avvertimento mafioso.

Regista del film è Elio Petri, divenuto celebre nel 1970 con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, una corrosiva rappresentazione delle forze dell’ordine, rozze e prevaricatrici, che si colloca nell’incandescente clima di Piazza Fontana e dell’omicidio Pinelli. I produttori di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” furono Marina Cicogna e Daniele Senatore. La prima, all’anagrafe Marina Cicogna Mozzoni Volpi di Misurata, è la titolare della casa Euro International Film, nonché nipote di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata: è la rampolla di una ricca e potente famiglia, da sempre legata all’Inghilterra per ragioni economiche e di obbedienza massonica. Il secondo, Daniele Senatore, è anche il produttore, assieme alla Warner Brothers, di “Todo Modo”: fondatore della “Vera Film”, con cui produce insieme alla Universal Pictures e alla Vic Films di Londra, la prima coproduzione anglo-italiana (In search of Gregory)2, produttore di una lunga serie di film di denuncia sociale (“La classe operaia va in paradiso”, “Mimì metallurgico”, etc.) lascia l’Italia dopo l’uscita di “Todo Modo” per vivere tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Tornerà in Italia nei primi anni ‘90, assumendo la carica di consulente di Telecom per le tecnologie avanzate.

Un film, “Todo Modo”, concepito, scritto e prodotto dagli ambienti liberal e anglofoni: gli stessi che, a distanza di due anni dall’uscita dal film, diressero poi l’effettivo rapimento di Aldo Moro e ne decretarono la morte, seppellendo insieme al suo corpo il compromesso storico e la nascita di una nuova Italia, poggiante su basi più forti e stabili. Vedendo la pellicola, Aldo Moro avrà senza dubbio colto il messaggio, neppure troppo subliminale, inviatogli dagli angloamericani: andò comunque avanti, non pensando forse che tutti lo avrebbero tradito.