Chi assiste i familiari invalidi a casa ha diritto alla pensione. Via libera a richiesta di Urzì

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I familiari che assistono a casa parenti invalidi che hanno bisogno di una presenza costante e la trovano appunto in un congiunto, devono meritare una forma di riconoscimento e soprattutto una copertura pensionistica. 

Oggi la decisione di percorrere questa strada è stata approvata all’unanimità dal Consiglio provinciale. La richiesta è stata presentata da Alessandro Urzì attraverso un emendamento, condiviso anche dal capogruppo della Svp Oswald Schiefer, che, rivolto al Parlamento ed al Governo, afferma questa precisa volontà: “ definire il pieno ed uniforme riconoscimento, la tutela ed il sostegno, sotto il profilo previdenziale, della figura del familiare assistenti” (chiamato a livello internazionale Caregiver).

Un passo deciso, ad inizio legislatura, rivolto quindi alla nuova maggioranza di Governo perché dal tergiversare del passato si passi al riconoscimento delle migliaia di persone che in silenzio si prendono cura dei propri familiari, anziani o malati. Certo è una questione di cuore ma questa alle volte comporta severissime conseguenze.

Secondo quanto emerso dalle ricerche condotte su questo delicato tema, i familiari assistenti, logorati da un carico assistenziale senza pari, sono stati costretti nel 66 per cento a lasciare del tutto il lavoro e nel 10 per cento dei casi a chiedere il part-time o il telelavoro.

Prendersi cura di un proprio familiare è una scelta d’amore che deve essere valorizzata e sostenuta dallo Stato, ha sostenuto Urzì. Il familiare assistente deve farsi carico dell’organizzazione delle cure e dell’assistenza; può trovarsi, dunque, in una condizione di sofferenza e di disagio riconducibili ad affaticamento fisico e psicologico, solitudine, consapevolezza di non potersi ammalare, per le conseguenze che la sua assenza potrebbe provocare, il sommarsi dei compiti assistenziali a quelli familiari e lavorativi, possibili problemi economici, frustrazione.

Queste persone vivono in una condizione di abnegazione quasi totale, che compromette i loro diritti umani fondamentali: quelli alla salute, al riposo, alla vita sociale e alla realizzazione personale e che l’impegno costante del familiare assistente prolungato nel tempo può mettere a dura prova l’equilibrio psicofisico del prestatore di cure ma anche dell’intero nucleo familiare in cui è inserito.

E’ stato citato anche Il Premio Nobel 2009 per la medicina, Elizabeth Blackburn per il quale i familiari assistenti hanno una aspettativa di vita fino a 17 anni inferiore alla media della popolazione.

Già le legislazioni di molti Paesi europei prevedono specifiche tutele per i familiari assistenti, tra le quali supporti di vacanza assistenziali, benefici economici e contributi previdenziali, come avviene in Francia, Spagna e Gran Bretagna, ma anche in Polonia, Romania, Bulgaria e Grecia.

Da qui la richiesta di prevedere alcune forme di tutela (soprattutto previdenziale) anche in Italia. La mozione di Urzì e sostenuta ufficialmente dalla Svp, ora approvata dal Consiglio provinciale, va finalmente in questa direzione. Essa arriverà ora sul tavolo del Governo e del Parlamento. A loro la competenza di seguire queste linee guida e i criteri indicati dal voto del Consiglio provinciale a Bolzano.

“Ritengo quanto avvenuto oggi – ha commentato Urzì – un passo non solo formale che riaccende la speranza di regolarizzare questo delicatissimo settore che vede impegnate anche in Trentino Alto Adige migliaia di persone senza diritti e onori.  E’ tempo che si pensi anche a loro. Le forze di governo nazionali saranno sollecitate ad approvare i relativi provvedimenti a livello di governo e Parlamento”, ha concluso Urzì ringraziando l’intero Consiglio provinciale.

Un analogo indirizzo dettato da Urzì era stato recentemente approvato anche dal Consiglio regionale.