Il M5S non è vergine, ma Rimborsopoli non è Tangentopoli

E' semplicemente assurdo paragonare questo scandalo interno al M5S al più grande sconvolgimento politico della Prima Repubblica. Questo non toglie che ci siano molti dubbi circa la trasparenza dei 5 Stelle.

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[Photocredit: La Stampa]

Luigi Di Maio è corso ai ripari: ieri su facebook il candidato Premier per il M5S ha postato una fotografia di lui assieme al giornalista delle Iene Filippo Roma intenti a controllare i suoi bonifici versati al Microcredito, il fondo del MoVimento in sostegno delle piccole-medie imprese.

I germogli dello scandalo Rimborsopoli sono iniziate quando il Blog delle stelle ha annunciato che il deputato Andrea Cecconi e il senatore Carlo Martelli del M5S erano stati segnalati al collegio dei proibiviri in seguito a riscontrate irregolarità nelle rendicontazioni mensili. I due parlamentari avevano già effettuato i versamenti delle restituzioni, comunicando qualche giorno dopo su facebook le loro dimissioni nel caso venissero eletti il 4 marzo – dal momento che la legge non prevede la possibilità di ritirarsi da una candidatura – anche se la procedura di dimissioni per un parlamentare eletto è molto lunga e difficile. Luigi Di Maio ha immediatamente preso atto della loro decisione, elogiando la scelta conforme ai valori del MoVimento.

La comunicazione di sospensione dei due parlamentari sul blog arrivava a ridosso di un servizio delle Iene in cui, appunto, venivano contestate loro le suddette irregolarità nei versamenti al Microcredito. Eppure Cecconi e Martelli non risulterebbero tra i peggiori, men che meno gli unici, eletti pentastellati irregolari nei rimborsi: su 122 parlamentari il senatore Martelli si posiziona settantesimo nelle restituzioni mentre il deputato Cecconi centoquindicesimo, secondo il sito maquantospendi.it che registra le somme versate dai singoli parlamentari (senza tener conto tuttavia dello stato di avanzamento mensile). Lo scandalo si è quindi allargato, comprendendo altre irregolarità e scoprendo buchi nei rimborsi sempre più grandi.

Così il vice Presidente della Camera Luigi Di Maio ha tenuto a precisare pubblicamente che da parte sua tutto fosse in regola e che tutti gli oltre 150mila euro di rimborsi nel corso di questa legislatura fossero stati restituiti. Osservando tuttavia le copie dei bonifici si può riscontare che i pagamenti di ottobre, novembre e dicembre 2017 sono stati effettuati il 9 febbraio 2018, cioè dopo che la questione era già stata sollevata dalla stampa.

Immediata infatti è stata la reazione dei mass media sulla vicenda: fiumi di pixel sono stati scritti, mettendo sotto la lente d’ingrandimento gli avanzamenti nelle rendicontazioni controllandone l’esattezza delle cifre. Sulla faccenda ha avuto l’ardire di spendere due parole anche l’ex-Premier Matteo Renzi: “I 5 Stelle non hanno mantenuto la promessa di diversità. (…) Sono sei anni che ci fanno la morale ma ci sono truffe acclarate; si sono presentati come diversi dagli altri ma sono come tutti gli altri“. Parafrasando: “Come tutti noi“. Renzi ha paragonato poi la bufera abbattutasi in casa M5S in questa campagna elettorale a Tangentopoli.

La reazione politica del segretario Pd appare indubbiamente esagerata, come tutta la narrazione mediatica costruita attorno alla vicenda: Tangentopoli era un covo di corruzione e illegalità, in questo caso si sta parlando di ritardi più o meno gravi di rimborsi volontari a sostegno delle pmi promessi da una (singola) forza politica. La polemica costruita attorno a questo scandalo si macchia di ridicolaggine soprattutto dal momento che i dati denunciati massicciamente negli ultimi giorni come se si trattasse di uno scoop sensazionale sono sempre stati di dominio pubblico e sotto gli occhi di tutti: qualunque giornalista, qualunque avversario politico, qualunque attivista, infatti, avrebbe potuto consultare i dati registrati sul sito tirendiconto.it e constatare i ritardi nei rimborsi degli eletti pentastellati in qualunque momento.

La strumentalizzazione mediatica e politica eccede tanto di esasperazione che il leader e fondatore del MoVimento Beppe Grillo ha commentato tra l’ironico e il gioioso: “Ora tutti, anche il panettiere qui all’angolo, sanno che i nostri si tagliano gli stipendi e restituiscono soldi che gli altri si tengono in tasca”, sicuro che la vicenda emersa arriverà a favorire il M5S.

Il punto focale della questione è che il M5S, restando nei parametri della legalità e della legge, ha preso sottogamba la promessa fatta ai suoi elettori contravvenendo alle rendicontazioni senza fornire alcuna spiegazione o comunicazione. D’altra parte è inutile che il popolo pentastellato si sorprenda: alcuni dei pilastri originari del MoVimento erano la democrazia diretta, la trasparenza, l’attivismo della base nel monitorare l’andamento degli eletti; e a quella stessa base che oggi si scandalizza del tradimento dei suoi parlamentari sono stati messi a disposizione tutti gli strumenti per controllare e segnalare le inadempienze nei rimborsi prima che la questione si allargasse e scoppiasse la polemica.

Un altro pilastro fondamentale sorreggeva il progetto politico del MoVimento 5 Stelle, ossia che “uno vale uno”. Secondo quale principio non personalistico allora Andrea Cecconi e Carlo Martelli annunciano dimissioni in conformità ai valori del M5S mentre Di Maio, che ha effettuato i bonifici dopo i due parlamentari sconvolti dalla tempesta mediatica, continua indifferente e indisturbato la sua campagna elettorale, spacciando pure sui la sua presunta innocenza ed estraneità a questo caso (che non esiste)?

In tante chiacchiere spese sul nulla, questo è l’unico dubbio a cui ci interessa una risposta.

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