CHE NE SARà DI NOI? LA GIOVANE SFIDA DELLA DESTRA TRA MEMORIA E SPERANZA

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L’inizio di ogni anno visto da destra è un tripudio di commossi ricordi e gesti di rispetto. Due indubbiamente gli avvenimenti che maggiormente scaldano il cuore e rinvigoriscono l’animo di chi milita a destra e ricorda. Il primo è una storia di gente comune, di ragazzi giovani,idealista,studiosi e appassionati, mentre l’altro è il gesto eroico di un uomo libero.

Il 7 Gennaio del 1978 furono assassinati nel quartiere tuscolano a Roma Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, i quali erano appena usciti dalla sede del MSI e si apprestavano a svolgere un volantinaggio, come sempre con la convinzione di chi è generoso verso la causa, ma un gruppo armato dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale decise che quello sarebbe stato l’ultimo pomeriggio che quei tre giovani avrebbero passato nella sede del loro partito. La strage, compiuta con delle armi automatiche, fu talmente efferata ed insensata da sconquassare anche l’ambiente dell’estrema sinistra che riusciva con difficoltà a comprendere la scelta di quei loro “compagni” macchiatisi di omicidio. Il clamore e la tragicità di quell’evento portano ancor oggi chi ha militato o milita a destra a ricordare e salutare le tre giovani vittime, uccisi per dei volantini e un’Idea, cosa avvenuta anche il 7 Gennaio appena trascorso. Il ricordo non conosce confini partitici, logiche di poltrone e riesce ad accantonare i dissapori personali dei politici dell’area, questo giusto per inciso, per spiegare l’utilizzo così generico del termine “destra”.

Il 19 Gennaio 1969 invece si svolse la vicenda dell’uomo libero di cui sopra, ma questa è una vicenda che non solletica le corde della malinconia, bensì quelle del coraggio, dell’impeto, dell’ardore e della passione politica. In quel giorno di fine Gennaio Jan Palach, studente universitario di 21 anni, decise di celebrare a Piazza San Venceslao, cuore di Praga, il rito antisovietico per eccellenza, la rimostranza anticomunista più forte che un civile abbia compiuto in un Paese sotto il dominio russo. Jan Palach si cosparse di benzina , si diede fuoco e lasciò scritto ” Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo”; anche la morte di Palach viene ricordato a tutt’oggi da chi conserva la memoria e non rigurgita la Storia. Le due vicende non si assomigliano, il filo tra la tragedia e la “morte eroica” è tutt’altro che sottile, eppure sollecita gli stessi animi, e alcuni sentimenti comuni, tra cui l’ostinazione nel desiderare una realtà diversa. Questo lungo excursus è funzionale per un’analisi del futuro della destra partitica ed ideale vista con gli occhi dei più giovani. Gli anni ’70, cosparsi di odio e di sangue, hanno rappresentato un momento di svolta nella militanza giovanile di destra, il momento in cui le nuove generazioni scontente del ruolo marginale occupato dal Fronte della Gioventù (giovani MSI) durante il 1968 decisero di sciogliere il guinzaglio che li legava al partito di Almirante e di provare, attraverso iniziative editoriali, progetti e spirito rinnovato ad occuparsi di quanto accadeva nel mondo, smettendo almeno parzialmente i panni dei rivoltosi contro il Mondo moderno, guarendo dal torcicollo storico per aprirsi al dialogo, anche con le forze di sinistra, per fare qualcosa di concreto contro un sistema che li opprimeva da sempre. Questi risvolti storici condussero anche alla formazione di frange violente che naturalmente non capirono il senso del movimentismo di quegli anni. Dall’epoca è cambiato tutto, in un modo o nell’altro la destra è uscita dalle fogne, e con lei anche i suoi giovani militanti, qualcuno dei quali è diventato anche Ministro più recentemente. Dall’epoca è cambiato tutto tranne le ragioni per cui un giovane milita a destra: dall’epoca il senso di smarrimento, la solitudine e le crisi esistenziali degli adolescenti non si sono placati, anzi hanno amplificato i loro effetti e mietuto sempre più vittime. Quell’inettitudine a vivere che sfianca chi non ha ancora una personalità matura per respingere i mostri del relativismo culturale e di un pluralismo delle idee esasperato e schizofrenico. Chi riusciva e riesce a vedere questi mali nella propria generazione solitamente è al contrario accompagnato dalla fermezza di valori assoluti ed immutabili nella tradizione, che sono necessari per il buon andamento della nazione. Ecco, sono ancora quei ragazzi, quei giovani animati da un altruismo ed una consapevolezza più grandi di loro, a sposare la causa della militanza di destra. Allora in un momento cruciale per l’assestamento politico del Paese, ove gli italiani si sentono pugnalati dalla crisi e spogliati della propria sovranità, sarebbe interessante capire qual’è il ruolo che spetta ai giovani militanti che ancora s’impegnano per il bene di questa nostra Italia, mentre si avvicinano le elezione Europee forse più importanti di sempre e dagli uffici della Fondazione Alleanza Nazionale è stato resuscitato il simbolo storico della destra italiana. La deriva qualunquista, cerchiobottista ed arrogante raggiunta dalla sinistra, il populismo esasperante di quasi tutti i soggetti politici impongono di domandarci quale potrà essere il ruolo giocato dai naturali eredi del mondo che ho voluto raccontare in questo articolo. L’ammiccamento verso la realtà francese della Le Pen sembra una scelta arguta, benché sia difficile sapere quanto possa fruttare in termini di consenso e se vi siano anche in Italia le condizione per una sperimentazione simile.

Per tutte queste ragioni ho deciso di scrivere queste righe che non contengono alcuna notizia d’attualità, ma che aprono ad una riflessione che molti dei nostri lettori hanno certamente a cuore e che sono intrise di speranza e paura, sentimenti che quasi sempre si accompagnano tra loro in cerca di risposte. Proprio perché tale pensiero meriterebbe una risposta ho immaginato che questo pezzo sia letto proprio da Giorgia Meloni, sulla quale gravano i compiti sopra descritti, e che l’Onorevole abbia il buon cuore di risponderci.

Raffaele Freda

 

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