Il 22 maggio 1988, esattamente un giorno dopo Pino Romualdi, e più giovane di lui di un anno, moriva Giorgio Almirante poche settimane prima di compiere settantaquattro anni. Quasi trentenne aveva aderito alla Guardia Nazionale Repubblicana all’indomani del tradimento di Badoglio: in breve sarebbe divenuto capo gabinetto del ministero di cultura popolare agli ordini dell’adamantino Fernando Mezzasoma.

Miracolosamente scampato alla carneficina dell’epurazione, insieme a Pino Romualdi e ad Arturo Michelini, fu tra i fondatori del Movomento Sociale Italiano nel giorno di Santo Stefano del 1946. Dopo la fugace presenza di Giacinto Trevisonno alla segreteria nazionale, Almirante incarnò la massima carica per pochi anni. Nel 1950 dovette lasciare il posto ad Augusto De Marsanich che propugnava una linea particolarmente moderata. Dal 1954 al 1969 fu segretario Arturo Michelini, uomo di prassi e sintesi contro il quale Almirante si scontrò ripetutamente da posizioni definte più di sinistra. Quando, alla morte di Michelini, per la scelta precisa di Romualdi, Almirante tornò alla segreteria, si trovò a riprendere e fare sua in toto la linea-Michelini, talvolta addirittura con spunti alla De Marsanich.
La segreteria di Giorgio Almirante storicamente ha attraversato la stagione della Strategia della tensione, del Compromesso storico e della ristrutturazione capitalista e si è conclusa immediatamente prima della caduta del Muro di Berlino di cui egli non farà in tempo a vedere il crollo.

Personaggio provvisto di un sicuro fascino e di una notevole capacità oratoria che si sposava con una preparazione culturale di rilievo, Almirante è oggi osannato, idolatrato o denigrato a seconda delle diverse nature passionali. Lo si deve al periodo di tempesta nel quale, comunque si vedano le cose, seppe tenere a galla un battello che, una volta in porto, trovò nuovi armatori. Ma questa è un’altra storia.