“L’Italia ha un futuro più grande del proprio passato. Questo clima di rassegnazione, stanchezza deve finire: basta piangere”.

Queste le parole del premier Matteo Renzi che, dallo stabilimento L’Orèal di Settimo,  manda un messaggio di fiducia nonostante le stime di Confindustria confermino un’Italia in recessione da tempo.

A poche ore dallo spacco all’interno del suo PD sulla riforma del lavoro, e dell’accusa da parte della Procura di Genova nei confronti del padre, indagato per bancarotta fraudolenta, ecco che il premier sembra riporre (nonostante tutto), una buona dose di fiducia oltre che di pazienza nelle istituzioni. Sarà che per attuare e mettere in moto le sue nuove riforme, serve ancora altro tempo?

Riportando dati concreti, secondo la CNA è stato stimato che solo in Italia, dal 2008 (anno in cui è iniziata ufficialmente la crisi economica) ad oggi, ben 80mila aziende hanno chiuso i battenti, costringendo gli imprenditori ad andare via, incrementando in maniera allarmante quel tasso di disoccupazione che sembra non volersi arrestare. La realtà parla di una riduzione di oltre 200mila posti di lavoro, come se contemporaneamente avessero chiuso gli stabilimenti italiani della Fiat, le Ferrovie dello Stato e l’Eni. Un disastro passato completamente sotto silenzio. Un silenzio che i dati  sembrano recriminare, dando importanza ai fatti. Quei fatti che hanno lasciato spesso posto alle parole, quelle inutili, vuote, in memoria di un glorioso passato. Ma il futuro?

Per ora si critica il “vittimismo” di quella povera gente che a fatica arriva a fine mese. Come se la rassegnazione e la stanchezza che il popolo ripone nel proprio governo e sulla situazione che da anni lo attanaglia, costringendolo a stringere la corda sui risparmi, fosse la prova inconfutabile di un vittimismo dannoso e controproducente alle sorti di un paese ormai  in declino da tempo.

Dannoso e controproducente è il commento incompetente di chi spera di risollevare le sorti di un paese con qualche buona parola e qualche riforma. Perché nulla di concreto è stato fatto fino ad ora. Volendo fare il punto della situazione, a che punto è Renzi? Cosa di quel che ha promesso ha fatto?

Sono 210 giorni da quando è entrato in carica il governo presieduto da Matteo Renzi. Nelle prime otto settimane si sono fatte parecchie promesse, ci sono state molte chiacchiere sui provvedimenti presi o anticipati dal suo governo e diversi contrattempi. Ma in pratica, il governo ha fatto diverse cose, ne ha rimandate altre e ne dovrà fare ancora entro poco tempo.

Si sono messi in moto gli 80 euro in busta paga, anche se quel che ora rimane è solo mero scetticismo su questa “manovra” dai dubbi risvolti in termini economici.  Si è discusso sul documento di Economia e Finanza (DEF), il più importante documento finanziario dello Stato. Approvato con poche modifiche rispetto a come era stato votato in Consiglio dei Ministri l’8 aprile, l’unica significativa aggiunta è stata di rimandare la decisione sul pareggio di bilancio “strutturale” al 2016. D’altronde c’è tempo.

Si è poi discusso sul Decreto Lavoro, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 marzo introducendo sostanzialmente due modifiche alla normativa sul lavoro vigente. La durata dei contratti di lavoro determinati, veniva innalzata da 12 a 36 mesi, arco di tempo in cui il datore di lavoro può decidere di rinnovare un contratto fino ad un massimo di otto volte. Giusto perché il posto fisso è monotono. L’altra modifica riguardava la semplificazione da parte dei datori di lavoro, di assumere apprendisti. Anche se di semplice sembra non esserci nulla visto le 93 aziende chiuse ogni giorno, stando a quanto affermano i dati della Camera di Commercio. Un balzo indietro che ci porta al lontano 2005, in un drammatico ma “concreto”, ritorno al passato.

Si è parlato di delega fiscale, per semplificare e ridurre i termini burocratici della PA, di legge elettorale, ribattezzata ambiziosamente dallo stesso premier “Italicum”,  e sostanzialmente ancora ferma al Senato, nonostante Renzi e Berlusconi ne starebbero ancora discutendo . L’ultimo faccia a faccia a Palazzo Chigi tra il premier e il leader di Forza Italia è stato proprio pochi giorni fa.

Si è infine parlato di  abolizione delle province e di riforma costituzionale (quest’ultima vedrebbe un’importante modifica della seconda parte della costituzione, all’articolo V, sull’autonomia delle Regioni, causando tra gli altri problemi, un numero molto elevato di contestazioni tre le Regioni e lo Stato centrale).

Siamo sicuri che discutere di certe riforme possa portare per l’Italia ad un futuro migliore del proprio passato? Perché mentre si discute sulla riforma costituzionale la gente muore di fame e le imprese continuano a chiudere . Di sicuro per l’Italia, l’unica cosa certa è il riproporsi di un passato che, come un fantasma, sembrerebbe presentarsi ogni qual volta la storia è pronta a ripetersi. Prima con Berlusconi, poi  con Prodi, poi di nuovo Berlusconi, poi Monti, Letta e poi il governo attuale. Con gli inganni delle parole, con le truffe semantiche, cambiano il nome alle cose per  farcele digerire. Perché se le chiamassero con il loro vero nome, non le accetteremmo mai. E così, magicamente, l’IMU diventa TASI, gli inceneritori termo-valorizzatori, le mazzette si trasformano in regalie da parte degli imprenditori. E Berlusconi diventa Renzi. Cambiano il nome ma sono la stessa identica cosa.

Guseppe Papalia.

 

 

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