DA EINAUDI AI FORCONI: IL BERLUSCONISMO COME IDEOLOGIA

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Vent’anni. 7mila e 300 giorni. 175mila e 200 ore. A prescindere dall’unità di misura ne è passata di acqua sotto i ponti dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi in politica.

Dopo un periodo così lungo è certamente fondamentale chiedersi cosa è rimasto del berlusconismo in Italia. Ma, siccome già in molti nel presente e nel passato hanno sviluppato questa analisi da più punti di vista, non è quello che ora ci interessa.

La domanda infatti che, dopo un ventennio, la politica e la società italiana devono porsi è: cos’è il berlusconismo? E chi è, politicamente parlando, Silvio Berlusconi?

Rispondere è difficile. Un po’ perchè, visto che questo periodo della nostra storia non è certamente alle spalle ma è ancora parte del nostro vissuto quotidiano, è difficile togliersi di dosso il ruolo di tifoso o di critico. Ma anche perchè, a differenza di altre prospettive politiche, Silvio Berlusconi non ha mai messo nero su bianco il proprio pantheon ideologico di riferimento.

Forza Italia nasce nel 1994 come partito “liberale ma non elitario”. E questa frase, pronunciata più volte in alcuni discorsi dell’epoca dallo stesso Silvio Berlusconi vale già più di mille risposte. Infatti il liberalismo cui spesso accenna tutt’ora il Cavaliere non è e non era quello, per intenderci, del Pli e della prima repubblica. Quello cioè basato sul liberismo economico duro e puro, sull’antistatalismo aggressivo e sul liberalismo etico e morale, venato a volte d’anticlericalismo.

No, il liberalismo berlusconiano è sempre stato invece qualcosa di diverso. Un’opposizione strenua e a tratti einaudiana a un’interpretazione rigida dello Stato come elemento a tratti repressivo della libertà d’espressione individuale, da qualsiasi punto di vista: fiscale, giudiziario e burocratico ma con una sensibilità popolare e sociale totalmente assente invece nel liberismo puro. Ecco che allora lo Stato per il berlusconismo non è una bestia da combattere, un nemico, come ad esempio invece lo è per l’Oscar Giannino di turno. No, lo Stato è un’organo che regola la vita dei cittadini, che deve avere un perimetro ben delimitato e che deve essere efficiente, ma anche presente quando necessario.

Del resto in Forza Italia si mescolavano diverse tradizioni, poichè il movimento raccolse dal primo giorno l’eredità lasciata da partiti come la Dc, il Psi e il Psdi.

Ma il berlusconismo, a differenza delle sigle sopra citate, nasce in un’era post ideologica. E anzi fa di questo un punto di forza. Nel 1994 infatti gran parte della breve e vincente campagna elettorale di Berlusconi fu basata sul fatto di rappresentare l’unica alternativa di Governo a una sinistra ancora legata all’ideologia marxista.

Nel berlusconismo della prima ora vi è anche dunque un pragmatismo di fondo, il famoso “Governo del fare”, che diventa, sfruttando anche il successo personale e professionale dell’uomo Berlusconi, un cavallo di battaglia importante in una società che, come quella italiana degli anni ’90, si era formata nei ruggenti anni ’80 degli yuppies, del disimpegno e della Milano da bere e che dunque non apprezzava le posizioni, viste come troppo filosofiche, di un centrosinistra che guardava ancora alla Prima Repubblica.

Ma il successo di Berlusconi sta anche nella sua capacità di adattarsi ai tempi. Se il Cav della prima ora si presentava appunto come un imprenditore di successo figlio del boom, quello degli anni 2000 è già un Berlusconi diverso. Più istituzionale rispetto a quello degli esordi. Più politico che manager o imprenditore. In questi anni abbiamo infatti il Governo più lungo della storia repubblicana, durato un’intera legislatura, dal 2001 al 2006 e il Berlusconi protagonista ai meeting internazionali e storico mediatore tra la Russia di Vladimir Putin e gli Usa di George Bush e fondatore del Popolo della Libertà, versione italiana di un moderno partito di centrodestra pluralista e di Governo.

Il rovinoso crollo d’immagine legato al caso Ruby del 2010 e a quella che può essere definita la “tangentopoli 2” della politica italiana, cioè lo scoppio a ripetizione di scandali giudiziari legati per lo più a esponenti politici di centrodestra rischia di affondare Berlusconi. Il passaggio di mano con Mario Monti e la virulenta crisi economica globale rischiano di affondarlo. Ma, come un’araba fenice, il Cav risorge.

Ed eccoci dunque al Berlusconi attuale. Un Berlusconi che è passato dall’atlantismo e dall’europeismo d’ordinanza a una simpatia con la Russia anti sistema di Vladimir Putin che mai poteva capitare più a fagiolo, visto il generale dissenso registrato, a causa della crisi finanziaria, dalle organizzazioni sovranazionali, Unione europea e Fondo monetario internazionale in testa.

Sì, perchè è un Berlusconi a tratti peronista quello che si affaccia a una nuova campagna elettorale: critico con l’austerity, più patriottico che internazionalista, simpatico anche alla destra sociale e simpatizzante con il movimento dei Forconi che del resto, come ha ben capito e ben detto, è sempre stato il suo elettorato.

Già, un elettorato composto da quei 30-40enni che nel 1994 chiedevano meno tasse per arricchirsi di più e oggi invece, arrivati ai 60 anni e massacrati da un biennio durissimo di austerità imposta da Governi tecnici o di larghe intese, si accontenterebbero di qualche garanzia in più sul proprio futuro. E su quello dei propri figli.

Cristiano Puglisi

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