Marcello Veneziani, classe 1955, è un giornalista e scrittore italiano. Laureato in filosofia all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, è considerato attualmente, uno tra gli intellettuali italiani più liberali sotto il punto di vista del pensiero. Autore per quotidiani quali La Repubblica, La Stampa, Il Mattino, Il Secolo d’Italia, L’Espresso, Panorama, La Nazione, Il Messaggero, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale e Il Resto del Carlino, ha fondato prima “Il Mensile”, nel 1981, e in seguito “Pagine Libere” diretto fino al 1992.

Proprio dopo il suo incontroSerata Italiana. Cento Comizi d’Amore, tenuto ad Atreju 2015 a Roma, ha gentilmente concesso un’intervista a Secolo Trentino, per il quale lo si ringrazia.

Cosa pensa che possa dare Atreju nel medio-lungo termine ai giovani, o comunque sia a coloro che partecipano a questo evento, in termini non solo di politica ma anche di trasmissione di valori, di identità e cultura? Lei ha fatto molto riferimento alla storia del Paese Italia: secondo Lei, cosa può lasciare questo evento di importante?

Io penso possa dare due cose: uno, la sensazione che ci sia ancora una comunità vivente di persone che credono in alcuni valori condivisi, valori che un tempo si sarebbero chiamati di Destra, ma che oggi non so se chiamarli così, ma legati anche all’idea di tradizione, di sovranità nazionale e all’idea che ha sempre sorretto, ossia il primato della politica, che ha sempre sorretto diciamo la visione della Destra. L’altra cosa che può lasciare una manifestazione come Atreju è qualche momento, indipendentemente da quello che è la manifestazione, in cui uno ha scoperto un lato che non conosceva, ha visto anche che c’è la possibilità di provare emozioni che non sono solitamente somministrate dai mezzi pubblici più forti, e quindi il tentativo di scoprire l’altra faccia della realtà, quella più profonda, quella alle volte anche più spirituale, se così possiamo dire. Quindi mi auguro che possa servire anche a queste cose una manifestazione come questa, e comunque è un granello che un domani può dare anche qualche frutto.

Ho visto che ha citato molte volte Pasolini, e da giovane mi rivedo molto in lui sotto certe tematiche: la lotta, quell’anticonformismo a quel modo di fare politica oggi che un po’ ricorda Tangentopoli, dove bisogna arraffare più di tutti, più dell’altro, quasi ci fosse una tavola imbastita di cibo e tutti sono lì, prendono il posto che forse non gli spetta, senza cederlo al più giovane. In un mondo e in un’Italia globalizzata, ma in ogni caso dove un giovane vuole emergere, vuole fare politica, e (perché no), giornalismo, Lei cosa consiglierebbe? Soprattutto tenendo conto che è stato redattore di diversi quotidiani importanti…

Devo dire che mai come in questo momento la situazione è quasi ai limiti della disperazione, perché c’è da una parte il crollo proprio verticale delle vendite dei giornali, e anche un altro fatto che bisogna ricordare, che sotto i 40 anni quasi nessuno più compra il giornale in edicola, e quando i giornali vengono letti soltanto su internet e quindi gratuitamente, si tagliano di fatto le basi per l’attività professionale del giornalismo: il giornalismo a quel punto diventa un’impresa ricreativa che viene fatta nei momenti di libertà. Quindi io penso che oltre al problema del nostro Paese, che è quello che meriti e capacità non vengono mai riconosciuti, perché c’è l’idea della rottamazione ma poi non c’è l’idea della meritocrazia (sì, rottami, ma non basta dirlo sulla base dell’età, bisogna dirlo sulla base delle capacità, se uno è bravo o se non lo è). Oltre a questo problema gigantesco nel nostro Paese c’è il problema professionale, che è davvero difficilissimo. Quando io ho incominciato, ed erano la fine degli anni ’70, mi pareva più difficile, anche perché venivo da Destra e quindi non erano rappresentate le mie idee, ma pur vivendo allora in quel momento una difficoltà, devo dire che rispetto a quella di oggi vivevamo in un’epoca d’oro rispetto alle possibilità proprio professionali che avevamo. Oggi i giornali sono tutti in ritirata, chiudono, tagliano i loro dipendenti, quindi questo rende in effetti eroica l’impresa di chi voglia avventurarsi nel giornalismo.

Paradossalmente oggi, e Lei l’ha citato anche durante la sua esposizione, siamo nell’era dei “nativi digitali”, quindi dei giovani che comunque riescono ad emergere proprio grazie a internet, mediante siti di informazione online e testate giornalistiche in rete. Sì, effettivamente i giornali faticano a vendere, ma crede comunque che internet possa rappresentare, paradossalmente, un punto di svolta? O solo un qualcosa di nocivo?

Io sono convinto che non sia nocivo, ha degli aspetti che oggettivamente distruggono quello che era presente e precedente, ma dall’altra parte promuove possibilità, dà spazi impensati. Il vero problema, riguardo all’attività giornalistica, è che con internet è più facile scrivere, ma è più difficile che questo possa diventare un’attività professionale, perché di fatto quando ci sono migliaia, decina di migliaia che scrivono articoli, blog o sui social o in altro modo, diventa difficile anche scegliere tra chi fa giornalismo che può essere d’interesse pubblico e chi esprime semplicemente e rispettabilmente le sue opinioni, ma senza aggiungere molto altro al panorama. Quindi diciamo che la situazione è più complicata rispetto ai miei tempi.

Ricordo un’esternazione di Umberto Eco in merito a questo tema. Affermava che effettivamente internet ha dato la parola anche ai più stupidi e agli uomini da bar.      

Sì, una democrazia assoluta, e quindi non c’è differenza tra chi, diciamo, ha i titoli per poter documentare una cosa e chi parla a vanvera, dove è possibile dare delle visioni che sono totalmente prive di aggancio con la realtà: se vogliamo, questi sono i pregi e i limiti di internet, quindi viviamo comunque in questo mondo, e dobbiamo accettare quest’idea; però resta il fatto che diventa più difficile immaginare che qualcuno possa comprare le tue opinioni, o, meglio, le opinioni si esprimono gratuitamente.

Le faccio un’ultima domanda, e mi riferisco alla Buona Scuola di Renzi, quindi alla riforma che questo Governo sta attuando sulla scuola: Lei, dichiaratamente e ideologicamente di Destra, cosa pensa di questo tema? Pensa che questa riforma si rifaccia in parte alla riforma Gentile? Se, come Lei ha affermato, dobbiamo guardare alla nostra storia per migliorarci, risalendo quindi all’identità e ad un passato che ci trasmetta qualcosa, cosa ci riserba il futuro?

Diciamo che questa riforma era partita da due o tre punti che mi parevano condivisibili, cioè premiare il merito, quindi non soltanto l’anzianità, i riferimenti sindacali e così via, e dall’altra parte, una cosa molto importante, dare responsabilità, ai presidi che si prendono le loro responsabilità, i capi d’istituto che addirittura possono assegnare o togliere incarichi, eccetera: questo era il punto di partenza. Poi le mediazioni sono state tali e tante, le pressioni sindacali, della base degli insegnanti sono state così forti che, alla fine, anche questa riforma rientra nel caleidoscopio delle tantissime riformette che ogni governo ha accennato e che poi magari non ha realizzato. Io non credo che sia quel disastro che dicono i professori, non mi pare peggiorativa, mi sembra anzi che tutto sommato non sia peggio di prima, la scuola vista da Renzi; però, da qui a considerarla una grande riforma o paragonarla alle riforme Bottai e Gentile, le grandi riforme del passato, insomma, molto ce ne corre.

Quindi possiamo terminare affermando che alla fine l’Italia vive nella sua “grande bellezza” e la bruttezza che emerge alla fin fine comunque qualcosa di buono la può  portare?

Sì, diciamo però che il brutto avanza e la bellezza sta ferma.

di Giuseppe Papalia.

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