È già finita l’era populista?

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Da più parti, in Italia e nel mondo, si era gridato al pericolo populista (o alla salvezza populista, dall’altra campana) dopo la Brexit e dopo l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America di Donald J. Trump. Nel marasma di due eventi comunque segnanti della storia contemporanea, si potevano ascoltare odi funebri per la libertà e la democrazia, contrapposte a inni di giubilo per la doppia disfatta dell’establishment euro-atlantico.

I primi mesi di presidenza Trump, con scelte abbastanza in linea con le sue promesse, davano speranza a molti movimenti populisti europei, primo tra tutti l’FPÖ, impegnato con il suo Norbert Hofer in un delicatissimo secondo ballottaggio per le presidenziali austriache. Tuttavia, complice qualche “scivolone” del candidato sul tema della pena di morte, l’Austria ha scelto di eleggere presidente lo sfidante Van der Bellen, esponente del partito verde ed europeista.

Altro scenario dove si prevedeva la svolta populista era quello olandese, dove il PVV di Geert Wilders era dato da più sondaggi in vantaggio sugli altri, portando lo stato più liberale d’Europa a diventare un “soviet populista”; il mese finale di campagna elettorale ha però assicurato al premier uscente Rutte di riconquistare il governo, imponendo misure restrittive verso i musulmani, come ad esempio il divieto di fare comizi pro-Erdogan nelle città. Certo, il PVV ha ottenuto 20 seggi e si è classificato come secondo partito del paese, ma il 13,1% di voti raggiunto è nettamente inferiore alle aspettative.

Altro crollo quello dell’AfD di Fauke Petry, che nelle elezioni del Saarland ha ottenuto la metà dei consensi rispetto a quanto previsto dai sondaggi. Non un buon segnale per un partito che ha l’obiettivo dichiarato di essere la terza forza e l’ago della bilancia nella sfida al Cancellierato tra la MerkelMartin Schulz, leader dell’SPD.

E ora, alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, dove la caduta dei candidati “moderati” Fillon Hamon sembra poter favorire l’elezione di Marine Le Pen, che al ballottaggio dovrebbe vedersela con Emmanuel Macron, la crisi siriana rischia di far affondare definitivamente i sogni populisti.

La “svolta” di Trump su Assad, con il conseguente bombardamento della base da cui è partito l’attacco di Idlib, ha segnato il distacco tra i populisti, rimasti “leali” a Putin (come ha, ad esempio, dichiarato Salvini) e gli europeisti, incredibilmente vicini al presidente americano. Nel dibattito se ci si debba schierare con Trump o con Putin, non si è ragionato se magari possa essere Trump (o Putin, ovviamente) a schierarsi con l’Europa.

Non è un caso che sia l’AfD sia, in misura minore, il Front National stanno limitando le loro perorazioni anti-europeiste, avendo compreso che nel gioco geopolitico contemporaneo una serie di Stati svincolati da un’unione politica rischierebbe di diventare una vasta platea di osservatori impassibili, obbligati ad obbedire ai diktat dell’una o dell’altra potenza.

La speranza, ora, è quella di ottenere un largo consenso alle prossime elezioni europee del 2019 tramite il gruppo ENF (Europa delle Nazioni e della Libertà), così da poter imporre una linea forte dell’Europa e da far cambiare lo slogan da “America First” in “Antequam Europa“.

Un gruppo europeo euroscettico abbastanza forte da rendere necessaria un’alleanza con il PPE per arrivare a un governo stabile, sostenuto da un potenziale presidente di Francia e da un presidente del consiglio in Italia potrebbe mettere in condizione l’Europa di non dover essere più una forza diplomatica da “usare” per fermare le istanze di una potenza rivale, diventando così un nucleo solido che possa dettare legge alla pari degli Stati Uniti e della Russia.

Riccardo Ficara