L’Expo 2015 sembra proprio non trovare pace. Ancora una volta, tra ritardi, arresti e scandali, torna a soffiare su di esso l’ennesima bufera giudiziaria, raccontandoci la triste storia che spesso, il nostro paese porta con sé. Una storia senza morale, che ci invita a riflettere.

Questa volta si parla di rapporti fra la criminalità organizzata calabrese ed esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario lombardo. Tredici, fra esponenti di due cosche della ‘Ndrangheta e politici del Pd, sono stati arrestati fra la Lombardia e la Calabria dai carabinieri del Ros, con accuse che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso al concorso esterno, dall’estorsione alla detenzione di armi, fino al traffico di droga, al termine di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.

Tra gli arrestati, ecco figurare l’ex-consigliere del Comune di Rho,  Luigi Calogero Addisi, già esponente del Pd, accusato di riciclaggio e abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, reciclando denaro della cosca Galati per l’acquisto di un terreno nella zona di Lucernate di Rho  per poi votare a favore in Consiglio comunale per il cambio di destinazione d’uso che ne avrebbe aumentato il valore. Addisi, eletto con il Pd alle amministrative nel 2011, si era dimesso nell’aprile del 2014 quando il suo nome era finito fra gli atti dell’operazione Metastasi condotta sempre dalla Dda di Milano e dalla guardia di Finanza con accuse gravissime che avevano travolto un altro esponente del Pd, il consigliere comunale di Lecco, Ernesto Palermo, arrestato dalle Fiamme Gialle assieme ad altre 9 persone. In quel caso il Gip aveva sottolineato come Luigi Calogero Addisi poteva contare su un vasto bacino elettorale proprio grazie agli strettissimi rapporti con le famiglie calabresi. Rapporti e legami, che vedrebbero proprio l’esponente del Pd, sposato con Annunziata Corsaro la cui madre, Antonia Mancuso, è sorella dei fratelli Mancuso,  tutti con precedenti per associazione di tipo mafioso e al vertice della omonima ‘Ndrina operante nella provincia di Vibo Valentia.

Questa volta, i clan mafiosi, avevano via via infiltrato il tessuto economico e politico lombardo, portando avanti il proprio business milionario, attraverso speculazioni immobiliari e in subappalti di grandi opere connesse proprio ad Expo 2015. L’indagine ha così portato i militari dell’Arma nelle province di Milano, Como, Monza-Brianza, Vibo Valentia e Reggio Calabria ed ha consentito di accertare che gli indagati avevano rapporti, fra l’altro, con un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario e con alcuni politici, consiglieri comunali di Comuni nel Milanese, un mondo di relazioni variegato dal quale i due sodalizi criminali ottenevano vantaggi, notizie riservate e finanziamenti.

Nulla di nuovo, se non fosse per il fatto che questa volta l’Expo di Milano, sarebbe dovuto essere un’occasione di riscatto per l’Italia. Un’occasione per rilanciare non solo il “made in Italy”, ma un intero paese alla deriva da tempo. Un paese segnato da troppe inadempienze istituzionali, al quale servirebbe tutto, meno che l’ennesima bufera giudiziaria. Una tangentopoli l’abbiamo già avuta, la storia avrebbe molto da insegnarci.

Ma è proprio vero, a volte la storia si ripete.E  la tragedia maggiore non sta tanto nel ripetere determinati errori, bensì nella vacuità della classe dirigente, che sembra non rendersene conto. Continua a ostentare un’intramontabile ottimismo, quell’ottimismo che (ancora una volta), svelerebbe tutte le inquietudini di una facciata che per troppo tempo si è retta a fatica, perdendo negli anni di credibilità e potenza. Una intramontabile continuità, ingannevole forse, ma che conferma una costante, quella dell’illegalità. Illegalità che già nel 1993, vedeva il Censis segnare un 12,5% di attività criminose nel Pil Italiano. In quel perverso contenitore la cui somma da addebitare alle “tangenti”, era di poco inferiore a quella lucrata con furti e rapine. Dati che già allora, riflettevano l’immagine di un paese privo di regole e consapevole di esserlo. Di un dilagare dell’illegalità che ci caratterizzava, identificandoci nell’implosione di un sistema politico chiuso e profondamente corrotto, intramontabile.  Intramontabile tanto quanto la sua storia. Non proprio delle più felici.

Giuseppe Papalia

 

 

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