Giuseppe Conte alla Scuola della Lega: “Destra e sinistra sono categorie superate”

Photo credit: Libero Quotidiano

Nella mattinata di domenica, il presidente del consiglio Giuseppe Conte è intervenuto alla scuola politica della Lega a Milano; la kermesse è giunta al secondo anno dove i militanti leghisti si confrontano con ospiti illustri e importanti personalità del mondo politico, economico e giornalistico. E non poteva mancare l’attuale premier di questo governo, che è intervenuto in una conferenza di fronte ad una platea gremita di attivisti salviniani.

La biografia del Capo del governo è stato il tema con cui si è aperto il suo intervento: un uomo della società civile che si ritrova a fare il politico, non come tecnico alla Mario Monti, ma come garante del patto di governo firmato dalla Lega e dai Cinque Stelle; la chiamata da parte di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio di servire l’Italia in questo ruolo non ha ricevuto una risposta immediata.

“Credo che il primo ingrediente della politica sia l’attenzione verso la res publica e la tensione verso il bene comune”

La proposta” dei grillini e dei leghisti, ha aggiunto Conte, “mi ha fatto molto pensare, e non è stato facile neanche accettare” considerato che è un incarico, il suo, che richiede molto sacrificio e di rivoluzionare la propria vita – famigliare e professionale. Ciò che lo ha spinto ad accettare il ruolo è nella possibilità di “far del bene per la nostra società“; questa prospettiva, ha proseguito, “è stata così stimolante che non ho avuto dubbi nell’adesione“.

Poi è stata la volta di una riflessione sul concetto stesso della politica, che oggi non gode di molto prestigio anche perché “col tempo si è creata una frattura tra le élite della politica e la società civile“; non irrimediabile: “le nuove forze politiche, che sono le fondamenta dell’esperienza di questo governo, hanno saputo interpretare fortemente il senso di cambiamento; pure per aver proposto un nuovo modo di far politica e di comprendere i bisogni della gente.

E la destra e la sinistra? “Sono cateogrie politiche superate – dichiara – perché i vecchi sistemi ideologici avevano la velleità di essere onnicomprensivi“; prosegue, però, tentando di riabilitare le due etichette “sono comunque due valori che io pongo come basi per qualsiasi sistema democratico: senza l’uno né l’altro non si va da nessuna parte“.

“Le vecchie ideologie proponevano una Weltanschauung, una visione del mondo, e il tramonto di questi sistemi ha portato ad un mutamento di prospettiva, e all’inattualità di quelle antecedenti”

Non considerarli significa far male alla politica, perché deve assicurare ad un tempo libertà e uguaglianza a tutti; in questo senso, oggi, tracciare un discrimine così netto non è indicativo“. Dunque, cosa propone Giuseppe Conte? “Bisogna concentrarsi sulla libertà e sull’uguaglianza, entrambi modi di restituire l’azione politica sia sul piano individuale che comunitario”.

Un primo passo in questa direzione è il bilanciamento dei diritti e dei valori fondamentali della persona: “anche se in Occidente stiamo sperimentando la perdita di tutti quei valori che caratterizzano pure lo spirito identitario di una comunità“. Per ovviare a questo processo di impoverimento, la soluzione è il populismo.

“Io sono populista”

Rimane inevasa una domanda: cosa significa fare politica? Conte cita Max Weber: “bisogna, per far politica, avere passione, dedizione, senso di responsabilità e lungimiranza“. E in tutto questo, anche assumere posizioni scomode: “vi posso assicurare che mi sono ritrovato in situazioni in cui ho dovuto assumere delle decisioni poco simpatiche“.

“Il politico dev’essere anche uno stratega: non può vedere solo il punto, ma anche la linea”

Noi dobbiamo occuparci anche del futuro, altrimenti la politica non può chiamarsi tale“. E’ necessario un patto intergennerazionale, bisogna pensare a come si lascerà il pianeta ai figli e ai nipoti. “Noi politici siamo i custodi di questo pianeta“. E aggiunge: “purtroppo oggi il politico ha due grandi difetti: la vanità e l’arroganza“; il populismo da questo punto di vista è il contrario: “è occuparsi dei bisogni della gente e starle vicino“.

E sul contratto di governo apre una parentesi “è quanto più oggi necessario rispettare quel patto, perché altrimenti si indebolisce l’esecutivo e la sua compatezza. Quel contratto ci da la forza per proseguire; ecco perché quando siamo in sede di valutazione ci rifacciamo continuamente a quel contratto, che è l’esempio di lungimiranza e dedizione che noi interpretiamo con passione.

Le nostre riforme sono oggetto di critiche più o meno costruttive, ma necessarie: perché dovranno trasformare il nostro Paese. La crescita non significa soltanto destinare ingenti finanziamenti, purtroppo il nostro è un sistema incrostato: la digitalizzazione, meno burocrazia, la riforma del codice degli appalti, quella fiscale sono quei passi con cui si può rilanciare l’economia e la crescita“.

Non possiamo attuare” chiosa “la riforma fiscale tutta in un tratto“: perché altrimenti non sarebbe ancora soddisfacente. Sono necessarie diverse riforme in diversi ambiti per poter far ripartire il volano dell’economia.

“Dobbiamo trovare il sistema per far crescere il nostro Paese”

Se i governanti ragionano a compartimenti stagni e non in sinergia non si va lontano. E conclude: “la politica stessa deve creare occasioni di lavoro“, mentre difende il reddito di cittadinanza “nessuno vuole stare a casa, quelle persone che sono a casa vogliono avere la dignità di un lavoro“.

Alessandro Soldà
Informazioni su Alessandro Soldà 44 Articoli
È nato a Valdagno (Vicenza) nel 1996; dopo la maturità classica al liceo Pigafetta di Vicenza, studia ora Filosofia all’Università degli studi di Trento. Si occupa di filosofia, politica e società.