I Talebani confermano la morte di Mullah Omar

Il Mullah Omarleader spirituale e fondatore del movimento dei Taliban, è morto. A dare la notizia è stato il governo afghano il 29 luglio, che afferma che il leader dei talebani sarebbe morto nell’aprile del 2013 in Pakistan (forse a Karachi); a sua volta tale notizia è stata suffragata dagli stessi familiari del Mullah Omar, che sarebbe deceduto per una malattia non meglio specificata.

A questa notizia nel corso dei giorni se ne sono succedute altre, come quella che indica che il consiglio dei talebani ha eletto il Mullah Akhtar Mansour come nuovo leader in un’assemblea nella città di Quetta, in Pakistan, o come quella secondo la quale gli Stati Uniti, per bocca del portavoce della Casa Bianca Schultz, riterrebbero credibili le notizie in tal senso.

L’uso del condizionale è d’obbligo specialmente in questi momenti, dove in una situazione fluida e pericolosa quanto quella afghana e pakistana molto non giunge qui in occidente, o, se vi arriva, capita sovente che sia distorto.

Ad esempio, le voci sulla “presunta” morte del Mullah Omar circolano da mesi e hanno origine nel gennaio 2011, secondo le quali il leader dei talebani era stato ricoverato in un ospedale a Karachi per un supposto infarto.

Queste voci sono state a loro volta smentite nel corso degli ultimi mesi, giacchè il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan continuava a mostrare suoi messaggi, come quello di una decina di giorni fa in cui si sosteneva l’ipotesi di un colloquio fra i ribelli di Islamabad e delegati del governo presieduto da Ashraf Ghani.

Tale colloquio, forse da svolgersi il 31 agosto, viene messo in discussione dalla morte del Mullah Omar, perché, come tali notizie si sono diffuse velocemente, altrettanto vengono smentite, non solo dall’Emirato islamico (che ad aprile diffuse una biografia per celebrare il 19° anno dalla nomina del Mullah Omar come comandante supremo), ma anche da alcune fonti della sicurezza pachistana, che ritengono la notizia una fandonia per minare i prossimi colloqui fra talebani e Kabul.

dubbi nascono anche perché, ad esempio, gli ordini del Mullah Omar venivano impartiti specialmente tramite messaggi sul web, e nessuno avrebbe visto mai un ordine scritto, o anche per le tempistiche: le notizie sulla sua morte sono state accentuate subito dopo lo “sbarco” del movimento estremista dell’ISIS in Afghanistan. Gli adepti del Califfo sono stati tra i primi a discuterne l’esistenza e l’autorità.

Il punto non è di secondaria importanza: i propensi al dialogo sono i talebani in Pakistan (le “colombe”) guidati da Mansour opposti a chi combatte in Afghanistan (i “falchi”) capeggiati dall’intransigente figlio ventiseienne di Omar, Mohammad Yaqub. La morte di un personaggio importante come il Mullah Omar rende la situazione ancora più perigliosa.

Costui, nato forse nel 1959 vicino a Kandahar da una povera famiglia pashtun, si fece un nome ai tempi dell’invasione dell’URSS e lui, come tanti altri futuri guerriglieri, combatté i sovietici nella fazione dei mujaheddin. Venne forse ferito all’occhio da una granata (e leggenda vuole che, per togliere le schegge, Omar se lo sia strappato), ma tale ferita rappresentò una svolta, perché favorì l’incontro con Osama Bin Laden.

L’alleanza fra i due continuò fino all’ospitalità data in Afghanistan ai soldati di al-Qaeda e sembra che sia stato rinsaldato quando Omar sposò una figlia di Bin Laden e il capo di al-Qaeda a sua volta sposò una delle figlie del mullah.

Sembra difficile che un astuto capopopolo come lui, che ha impersonato 14 anni di lotta contro Kabul sia scomparso da 2 anni e nessuno, tanto i suoi alleati quanto i suoi nemici, se ne sia accorto: specialmente l’intelligence americana, che, a quanto racconta un’altra leggenda, si lasciò sfuggire Omar che su una motocross raggiunse rocambolescamente il Pakistan.

Nelle trattative di pace il governo pakistano rischia tutto, specialmente dopo che il presidente afghano Ghani ha bloccato l’imponente programma di collaborazione militare siglato da Karzai con l’India con il chiaro scopo di non urtare Islamabad.

I talebani, invece, possono prendere tempo, aspettando il ritiro delle ultime truppe alleate, e forti delle vittorie ottenute contro i reparti governativi e i soldati avversari dello Stato Islamico.

Aspettando un annuncio esplicativo dall’Emirato islamico dell’Afghanistan la situazione resta problematica e preoccupante, specialmente per quanto concerne la sicurezza.

Di Pasquale Narciso

Informazioni su Pasquale Narciso 49 Articoli
Nato ad Aversa il 26 agosto 1994, s'è laureato in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli nel febbraio 2017. Collaboratore del Secolo Trentino dal maggio 2014, è un accanito lettore e aspirante giornalista, che sogna un giorno di trasformare la sua passione per la scrittura in un lavoro. Attualmente studia alla facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università Sapienza di Roma.