Questa mattina il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è recato al Senato della Repubblica per chiedere la fiducia del Parlamento al nuovo esecutivo legastellato nato dopo ottantotto lunghi giorni di trattative, colpi di scena e con il rischio di ritrovarci un governo tecnico, o “neutrale” (mutuando la definizione dal Capo dello Stato Sergio Mattarella).

Il consueto discorso di inizio mandato è durato poco più di un’ora; ma si è fin da subito contraddistinto per l’asciuttezza, la concretezza e la quasi totale mancanza di retorica che dovrebbe anzi essere, al contrario, la caratteristica di chi invece è abituato a scrivere arringhe o ad usare l’arte della parola com’è un avvocato, o un professore universitario. Certo, affermare che la retorica fosse assente non sarebbe possibile: d’altronde, il suo è stato un discorso per chiedere la fiducia in Parlamento, doveva convincere i senatori di essere favorevoli a questo esecutivo che si autodefinisce “del cambiamento”. La sua non è stata una retorica pomposa, autoreferenziale e autocelebrativa quale invece si era rivelata quella di Matteo Renzi quando si ritrovò nella stessa situazione di Giuseppe Conte cinque anni fa. Ma pacata, senza uno stile barocco e pesante. D’altronde, e lo afferma il premier in persona all’inizio del suo intervento, non parla solo a coloro i quali siedono sugli scranni di Palazzo Madama, ma pure ai cittadini dell’intero Paese: bisogna essere, anche nei discorsi, diretti e concreti.

Entrando più nel vivo della questione, e cioè i temi toccati da Conte durante il discorso, la parola d’ordine è concretezza. La difesa degli italiani e la risoluzione degli annosi problemi che attanagliano il Paese sono in buona sostanza i punti fondamentali. Anche in questa sede, il nuovo Presidente del Consiglio si è definito l'”avvocato che tutelerà l’interesse dell’intero popolo italiano“. Una carica, questa, che non richiede altro che totale abnegazione alla causa, ma allo stesso tempo umiltà. E se da una parte ciò potrebbe sembrare, e forse non a torto, un elevarsi e un mostrarsi tipico degli egocentrici e forse dei megalomani, è giusto constatare d’altro canto come Conte sia il primo ad aver voluto, tra coloro che nell’immediato passato hanno ricoperto il medesimo ruolo, definirsi in questa maniera. Nei fatti è lui che ora rappresenta l’Italia nel mondo; non solo, però, come Stato, ma pure come Comunità e di questa deve fare i suoi più intimi interessi: non è un semplice funzionario, ma colui il quale si è caricato delle diverse istanze del popolo italiano, e per adempiere al mandato conferitogli alla fine della crisi istituzionale dal Presidente della Repubblica. Giuseppe Conte ha giurato di agire nell’interesse esclusivo della Nazione; e nel discorso traspare chiaramente questo intento: la lotta senza quartiere alla criminalità organizzata; il taglio dei privilegi politici; l’eliminazione delle sanzioni verso la Russia, che hanno danneggiato molte delle imprese italiane perché importanti esportatrici verso Mosca; ritornare ad investire nella cosa pubblica, potenziando quegli enti meritevoli ed eliminando invece quelli inutili e dispendiosi e al contempo eliminare i tagli alla spesa che tanto hanno danneggiato sia la nostra sanità, sia l’istruzione; pragmatismo nella pubblica amministrazione; il diritto al lavoro, il fondamento della nostra Carta Costituzionale; i diritti sociali, come pure le pensioni che devono divenire più dignitose e le tasse più eque. E tanti altri punti, come la fine del business dell’immigrazione -che si è fatto strada sotto l’egida della falsa solidarietà e carità-, della corruzione e della criminalità. Ma non è stato solo questo l’intervento di Giuseppe Conte.

C’è pure l’impegno di eliminare la discriminazione di genere, in particolare verso le donne che, in ambito lavorativo ad esempio, non sono tutelate. Ci sono, però, due punti critici in ciò che oggi il Presidente del Consiglio ha riferito al Senato durante il suo discorso per la fiducia: la considerazione degli Stati Uniti come alleato militare privilegiato; e l’elevato apprezzamento che l’Italia deve avere verso l’Unione Europea, sia perché ne è membro fondatore sia perché l’UE è “la nostra casa”. Perché “critici”? Guardiamo la storia recente: il pantano in cui l’Italia si è bloccata nelle diverse esportazioni della democrazia a seguito delle decisioni di Washington contro gli stati canaglia del Medio Oriente o del Nord Africa; o i dubbi di Bruxelles e di Berlino circa il nuovo esecutivo retto dai populisti, perché non confacente ai mercati e alla finanza. Insomma, se da una parte c’è una questione geopolitica a vantaggio preminente degli Usa, e non di più ampio respiro come la sicurezza e la pace mondiale, dall’altra un’istituzione, l’Europa, che da l’impressione di essere più interessata allo Spread o ai mercati e alle borse piuttosto che al benessere dei suoi cittadini e al rispetto delle scelte di questi. Bisogna vedere come Conte si giocherà ora le sue carte su questi molteplici e variegati fronti. All’estero come all’interno del Paese.

Ci si augura che il nuovo Primo Ministro si faccia serio portatore delle istanze della comunità italiana in Europa come alla Nato, rappresentando un Paese nuovo con cui si può dialogare ma che soprattutto non chiede, anzi esige un dialogo sullo stesso piano con la Germania come con la Francia come con l’America: l’Unione Europea non deve rappresentare uno strumento di dominio di un ipotetico asse franco-tedesco, ma un consorzio di stati che collaborano tra loro sotto diversi aspetti e problematiche; né la Nato una propaggine delle forze armate statunitensi, piegata all’imperialismo di Washington. Così come nel dibattito parlamentare riesca, assieme all’esecutivo, a portare avanti i punti che ha esposto oggi durante il suo intervento e che sono presenti nel famoso contratto di governo.

Probabilmente molti di quei punti non verranno toccati, né portati avanti, per diverse questioni; ma se già il nuovo esecutivo riuscisse a portare a casa qualche risultato degno di nota sarebbe per l’Italia già un bel risultato. Perché la politica non è solo amministrare uno stato; ma è fare l’interesse dei cittadini, non dell’economia e della finanza.

Non è populismo, ma senso dello Stato e della Nazione. Nei prossimi mesi si vedrà se questa abnegazione sia vera e reale. Alle belle e splendide parole devono seguire le azioni.

 

Alessandro Soldà