IL PARTITO DELLA BANANA

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La lotta al razzismo è una cosa seria. Da un po’ di tempo, invece, l’antirazzismo sembra una moda. Se infatti da un lato è doveroso impedire che qualcuno venga maltrattato o irriso per il colore della propria pelle o per la propria provenienza geografica, d’altro lato non solo non è doveroso ma è pure un po’ supponente sbandierare ai quattro venti la propria avversità al razzismo; come se, facendolo, si dimostrasse di essere migliori, degli eletti con maggiore senso civico degli altri. Prima di procedere, però, facciamo un passo indietro e ricordiamo l’antefatto. Qualche giorno fa, nel corso di una importante partita di calcio, Villarreal-Barcellona, un tifoso del Villareal – mostrando scarsa sportività e pessima educazione – ha lanciato una banana a Dani Alves, brasiliano che gioca nel Barcellona. Costui, Alves, sotto l’occhio delle telecamere ha prontamente raccolto il frutto e lo ha mangiato, dando così il via ad un autentico tormentone antirazzismo che ha fatto il giro del mondo. Morale della favola: è un’alluvione continua, specie sui social network, di gente che si fa immortalare mentre impugna il frutto tirato ad Alves. Nel frattempo, il tifoso del Villarreal – autore di un gesto inqualificabile, urge sottolinearlo – è stato arrestato per razzismo della polizia e verosimilmente sarà processato.

Tutto dunque è bene quel che finisce bene? Non proprio. Il lieto fine sembra esservi (la vittima ha avuto solidarietà mondiale, il cattivo le manette), eppure c’è qualcosa di non convincente, anzi di patetico. Ci riferiamo alla già accennata e virale diffusione di fotografie di persone interessate, facendosi fotografare con una banana, non già a manifestare solidarietà al calciatore del Barcellona (il quale è stato gravemente offeso, ma non essendo nato ieri sa bene quanto sia prolifica la mamma degli imbecilli, tanto da dichiarare:«Sono in Spagna da 11 anni e queste cose accadono da quando sono qui»), bensì a certificare al mondo la propria immunità dal virus razzista; senza che nessuno abbia chiesto loro nulla di nulla. Per questo, per la stessa ragione per cui non è opportuno, per esempio, raccontare in giro la beneficienza fatta, la scelta di esibire gratuitamente il proprio antirazzismo – oltre a non concorrere al contrasto alle varie forme di razzismo, e ve ne sono anche di più gravi di quella subita da Alves (su tutte, pensiamo al razzismo prenatale, con bambini abortiti nell’indifferenza generale solo perché affetti dalla sindrome di Down) – sa tanto di autocertificazione di purezza e, quel che è peggio, di moda. Ma la lotta al razzismo è una cosa seria, invece le mode passano. E se non abbiamo una vera educazione, non sarà la foto con una banana a salvarci dalla tentazione, sempre presente, di non rispettare il prossimo.

Giuliano Guzzo

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