Marcucci (Pd) querela giornalista: quando la libertà di stampa non è un’opinione

Pagare 10 mila euro per domanda. Questo è quanto si è visto recapitare un giornalista, sotto accusa dal senatore (Pd) Andrea Macucci, in merito ad un’intervista in cui si riportavano, a seguito delle due domande, due risposte che gettavano una cattiva luce sul senatore in questione.

L’autore, Andrea Cosimini, giornalista ventiseienne precario, si è visto così recapitare (a tre anni di distanza da quell’intervista) la richiesta di risarcimento da parte della famiglia Macucci: 20 mila euro, nessuno sconto.

E così, i molti che qualche giorno fa hanno letto la notizia – non troppo diffusa sui quotidiani nazionali – si sono domandati se non si trattasse piuttosto di un fatto avvenuto nella più “dittatoriale” Turchia. Probabilmente, sempre gli stessi lettori, saranno rimasti delusi nel constatare che invece si trattava del nostro paese: quest’anno addirittura al 77° posto per la libertà di stampa.

Così in un anno, l’Italia è riuscita a passare dal 65° posto, nel 2015, al 77° nel 2016, perdendo ben dodici lungimiranti posizioni. Un record tutto nostrano. Dopotutto le “troppe minacce” e i “processi ai giornalisti” aiutano nel poderoso declino delle libertà e delle tutele concesse agli stessi, oramai facenti parte di un albo (rispetto ad un dovere-diritto etico e deontologico, non più primario) non più in grado di tutelare la professione giornalistica.

Per tale ragione, paradossalmente, appare scontato che il fatto del cronista in questione non sia emerso più di tanto fra l’opinione pubblica. E la vicenda è passata inosservata, tra le innumerevoli altre storie quotidiane di giornalisti e professionisti dell’informazione troppo spesso ridotti col bavaglio alla bocca. O con le manette ai polsi.

Questa volta l’accusa, da parte del senatore e di tutti i suoi familiari, nei confronti di Cosimi, arriva dopo che già era stata avviata una maxi inchiesta contro il direttore dello stesso giornale del cronista, (la Gazzetta del Serchio) in merito alle diffamazioni nei confronti del premier Renzi, dipinto come “un traditore da fucilare alla schiena”. Sicuramente affermazioni gravi, ma che nulla c’entrano con quanto svolto dal cronista Cosimi.

In questo caso, l’accusa è arrivata per via delle risposte date in merito all’utilizzo di un terreno di proprietà su cui sarebbe dovuto sorgere un ospedale. All’interno, “alcune fonti, citate usando il condizionale, ricollegavano queste terre ai Marcucci. Ma il sindaco le smentì e la sua risposta fu riportata completamente”.

Ad essere penalizzato, tre anni dopo, è stato il giornalista, che ora dovrà risarcire 10 mila euro per domanda, se la richiesta verrà accettata. Cifra proporzionale allo stipendio del cronista o accusa esemplare per aver fatto ciò che, secondo alcuni, non va fatto? Ovvero fare il proprio lavoro nella correttezza e nella trasparenza professionale?

Il caso sembra ormai avviato, ma quello che stona è l’accanimento nei confronti del giovane giornalista, quando (e bisogna ricordarlo) in Italia c’è chi fa ben peggio e senza rispettare alcuna norma o attinenza professionale.

La famiglia Marcucci “si considera vittima di un atteggiamento persecutorio – come riportato su ilfattoquotidiano.it – su una vicenda, quella del terreno per l’ospedale, inventata di sana pianta […] Si verifica la visura catastale dell’area […], non lo si chiede al sindaco”.

Ma in molti, sotto ai post riportanti la notizia sui social, si chiedono se non sia invece il giornalista ad aver ricevuto un trattamento vessatorio per il semplice fatto di aver posto due domande al sindaco di un paese, riportandone correttamente le risposte.

Dopotutto, come dichiarato dallo stesso Cosimi: “la mediazione obbligatoria è saltata. Perché riteniamo che qui si parli di libertà di stampa e non vedevamo come si potesse mediare una questione di libertà di stampa […] ci hanno chiesto di abbassare i toni e ci hanno detto che le mie domande sono diffamatorie perché si basano su voci di cui non ho dichiarato le fonti. Ma io non posso dichiarare le fonti”.

Già, proprio così. Il segreto professionale, nella professione giornalistica, consente di ricevere e dare notizie garantendo l’incolumità e la tutela delle fonti, risalente all’articolo 622 del codice penale del 1930 e (ancora) in vigore.

di Giuseppe Papalia

[Photocredit: ilfattoquotidiano.it]

 

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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.