Israele contro l’Ucraina: inizio di una crisi?

Gli ultimi giorni prima del Natale appena trascorso sono stati molto burrascosi riguardo la diplomazia internazionale, tra l’attentato a Istanbul in cui ha perso la vita l’ambasciatore russo Andrey Karlov, i nuovi combattimenti nel Donbass, ma soprattutto il voto contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che resistevano dal giugno 1967.

Quest’ultima soprattutto ha scatenato delle reazioni poco composte: andando con ordine, il 23 dicembre col voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo Stato di Israele è stato condannato per i sopraddetti insediamenti. Ciò è stato possibile poiché gli Stati Uniti d’America, stato tradizionalmente filo-israeliano, non hanno votato contro la risoluzione (essendo in vigore il diritto di veto bastava un voto contrario per non approvare una mozione), bensì si sono astenuti.

Un colpo di coda dell’Amministrazione Obama che, a meno di un mese dall’insediamento ufficiale di Donald J. Trump alla Casa Bianca, sembra quasi un “dispetto” fatto dai Democratici al nuovo Presidente, che in fatto di politica estera aveva dimostrato di avere un programma più chiaro rispetto a quello di Hillary Clinton.

La reazione del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere: il 25 dicembre, infatti, ha vietato al Primo Ministro ucraino Volodymyr Groysman di arrivare a Gerusalemme per il già fissato incontro tra i due capi di governo. Ciò è avvenuto perché l’Ucraina, membro provvisorio del Consiglio di Sicurezza, ha votato a favore della condanna. La controrisposta ucraina è stata quella di richiamare a Kiev l’ambasciatore israeliano, il che fa pensare a un crollo dei rapporti diplomatici tra i due Paesi.

Tutto ciò, però, non deve far pensare a un avvicinamento dello Stato israeliano alla Russia di Putin, in chiave anti-ucraina: infatti, anche la Russia ha votato a favore della condanna – essendo, come detto, Israele un fedele alleato americano.

Se la condanna di Israele è da considerarsi in fin dei conti anche corretta (un rapporto del 2013 aveva già condannato gli insediamenti in Palestina, dando formalmente ragione allo “Stato” di Ramallah) e se l’atteggiamento di Netanyahu può sembrare quantomeno “poco diplomatico”, ciò che sorprende è proprio il tradimento degli Stati Uniti.

Ora la patata bollente spetta proprio a Trump, che dovrà trovare il modo di ricucire lo strappo con Israele se vorrà avere un alleato nel Medio Oriente. La soluzione potrebbe essere già in tasca: conoscendo infatti i buoni rapporti tra il Tycoon e Putin, l’Ucraina rischia di essere abbandonata dagli States, risarcendo così moralmente Israele.

Soluzione che però manderebbe letteralmente in crisi l’Unione Europea: è infatti risibile la posizione dell’UE che, quando ad essere condannato per l’attività bellica in Ucraina fu Putin, procedette in modo molto rigido, supportata anche dagli americani. Ora che ad essere stato condannato è Israele, nulla sta facendo per fermare il piano di Netanyahu che, non curante della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ha dato il via alla costruzione di oltre 600 case proprio nelle zone interessate.

Qualunque decisione prenderà Trump, in ultima analisi, non avverrà certamente senza conseguenze: starà al nuovo Presidente degli Stati Uniti decidere se sacrificare l’Ucraina in nome di un rinsaldato legame con lo Stato ebraico oppure se rinunciare al più fedele alleato nel Medio Oriente in favore di una situazione diplomatica con l’Europa più pacata.

di Riccardo Ficara