Jair Bolsonaro: il “Trump sudamericano” che piace ai mercati

Domenica 28 ottobre 2018 il Brasile ha eletto Bolsonaro come 38° presidente della sua storia. Il conservatore e liberale Jair Bolsonaro, non solo perché capace di incassare il 55% dei consensi, ma anche per le sue dure prese di posizione e la sua spavalderia verso i media e i suoi contestatori, si è aggiudicato il soprannome di “Trump sudamericano”.

Da quando Bolsonaro ha iniziato ad acquisire, durante la sua corsa alle elezioni, sempre maggior popolarità, i mercati hanno accolto favorevolmente la sua figura: il Bovespa, principale indice borsistico brasiliano, aveva raggiunto il massimo storico a inizio 2018 quando ci fu l’inasprimento  (e conseguente incandidabilità) della condanna comminata all’ex presidente Lula per corruzione, nell’ambito della maxi inchiesta “Operazione Lavaggio Auto”. Da quel momento in poi, dopo alcuni mesi di lateralizzazione, non ha fatto altro che scendere sino a toccare i minimi raggiunti nel novembre 2017. Ma da quando Bolsonaro è cresciuto nei sondaggi, l’indice è tornato a salire di nuovo fino a toccare per la seconda volta i massimi che erano stati raggiunti ad inizio anno.

Parallelamente, i rendimenti del decennale brasiliano, che si sono impennati ben due volte nel corso dell’anno, sino a toccare il 12,6%, sono poi scesi enormemente dapprima a seguito dell’attentato, successivamente in seguito alla sua vittoria al primo turno, fino ad arrivare all’odierno 10,25%.

Non da meno è stato il real brasiliano, sceso vertiginosamente dallo scambio a 0,3206 rispetto al dollaro di inizio anno, allo 0,2375 di inizio agosto, per poi iniziare a recuperare e attestarsi ora a 0,2745.

Ma quali possono essere le ragioni per cui Bolsonaro sembra essere così market-friendly? Innanzitutto, il Brasile governato negli ultimi 15 anni dalla sinistra (con Lula prima e con Dilma Rousseff poi) pur avendo conosciuto nel periodo 2003-2014 un notevole impulso economico dato dalle politiche di stimolo della domanda e dal “Programa de Aceleração do crescimento”, varato dall’amministrazione Lula, è sempre stato vittima di corruzione dilagante, culminata nella condanna di quest’ultimo e nella procedura di impeachment della Rousseff per aver truccato i conti pubblici.

Proprio il passaggio dal governo Lula al governo Rousseff ha sancito per il Brasile il passaggio da “mercato-opportunità” a “mercato-spazzatura”, come il livello a cui sono stati declassati i titoli di stato dall’agenzia di rating Fitch. Un PIL che nel 2010 cresceva del 7,9%, nel 2015 si contraeva del 3%. Nel medesimo anno, una disoccupazione oltre la doppia cifra, un’inflazione al 9,49% e una produzione industriale automobilistica in caduta libera, il tutto suggellato, come accennato prima, dalla falsificazione dei conti pubblici.

Risulta allora facile comprendere come i mercati guardino con favore alla vittoria di Bolsonaro, le cui politiche liberiste “alla Trump” dovrebbero, se non altro, aiutare il paese a riacquistare efficienza e competitività, evitando di farlo sprofondare nello stesso baratro in cui sono finite Argentina e Venezuela.

Bolsonaro, d’altronde, non è che l’ennesima prova del malcontento che negli ultimi anni i governi di centro-sinistra di vari paesi hanno contribuito a generare, non riuscendo a rispondere ai bisogni dei cittadini che quindi virano verso destra, nella speranza di trovare qualcuno che ascolti le loro parole.