È una delicata situazione quella che sta vivendo il centrodestra in occasione di queste elezioni regionali, crisi che porta a una serie di conclusioni.

È inutile rapportarsi al modello vincente del 1994 dato che questo modello è sonoramente fallito. Si ricorda che il progetto era quello di creare un unico partito di centrodestra che si sarebbe progressivamente spostato su posizioni di destra, imitando una struttura simile a quella del Partito Repubblicano negli Stati Uniti o dell’ UMP in Francia. Così non è stato per espresso volere di Berlusconi che non ha voluto dare  uno sviluppo storico-politico al PdL tra il 2009 e il 2012. Su questo concetto di partito unico avevano del resto puntato tutto i dirigenti di Alleanza Nazionale, tra i primi Gianfranco Fini.

Il secondo aspetto riguarda la figura del centrodestra nella Terza Repubblica. Attualmente si sta vivendo in una fase di transizione, un lasso di tempo che intercorre tra un regime partitico e un altro. Quello ormai al tramonto è il sistema costruito da Berlusconi, quello nuovo è in divenire. Non è un passaggio politico pacifico, come in molti potevano sperare, quanto piuttosto uno scontro rivoluzionario interno ai partiti.

È evidente che Berlusconi non ha alcuna voglia di vincere, il leader di Forza Italia ama del resto il Renzismo. È necessario anche ricordare che comunque le sue origini sono nel Partito Socialista Italiano di Craxi. Non è mai stato a tutti gli effetti un esponente di centrodestra, quanto piuttosto un soggetto politico, dal rilevante appeal mediatico, che è stato accettato da un mondo che necessitava di una figura non proveniente dal mondo  post fascista.

Ciò porta ad affermare che è inutile guardare il centrodestra come noi lo conosciamo: Giorgia Meloni lo ha ben capito, sollecitata dalle aree di destra sociale, che il percorso che dovrà seguire nei prossimi anni non sarà quello di un leader rimesso alla volontà di Berlusconi.  È la cruda realtà dei fatti. Ci si deve rapportare con un elettorato dalle molteplici anime e che porta come conseguenza quello di garantire un sistema di partito che tuteli il pluralismo e la trasparenza assoluta nella formazione delle classi dirigenti.

Il centrodestra, anche se sarebbe più giusto parlare di Destra, della Terza Repubblica dovrebbe applicare quindi un modello di partito su scala federale, volto a tutelare le comunità politiche e militanti, le regole della democrazia interna all’interno dei singoli ambienti e una leadership che non imponga il suo pensiero dall’alto, ma che intervenga in via sussidiaria solo in caso di grave necessità.

È una situazione in divenire. Se dovesse formarsi un polo alternativo a Renzi, questo danneggerà il Movimento 5 Stelle. Il loro elettorato del resto è in parte quello degli delusi dalla politica berlusconiana. Il duro discorso fatto da Alessandro Di Battista ieri alla Camera ne è una piccola prova. L’esponente pentastellato ha infatti contestato la Presidente della Camera di “perde tempo e denaro per approvare una legge per istituire una giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione.”

“Questi ipocriti –Di Battista ha affermato nel suo intervento – si lavano la coscienza così e provano ad azzittire chiunque gli ricordi che le cooperative (rosse e bianche) ci mangiano sugli immigrati. Cercano di azzittire chi gli ricorda le loro responsabilità politiche.” Discorsi simili a quelli della Destra, no?

Michele Soliani

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