MASSIMO CORSARO LASCIA FRATELLI D’ITALIA

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Massimo Corsaro lascia Fratelli d’Italia, qui sotto la lettera di motivazione:

Oggi, con profonda tristezza, ho preso la decisione di lasciare il partito “Fratelli d’Italia”, di cui pure fui tra i fondatori. Una scelta priva di astio e rancore nei confronti di alcuno, ma certamente carica di delusione per ciò che avrebbe potuto essere e non é stato, e fors’anche per la mia incapacità nel far capire che stavamo prendendo una piega diversa, rispetto i propositi iniziali.

Un grazie di cuore a quanti hanno accompagnato questo mio tratto di strada con il loro sostegno e partecipazione, e pure con le loro critiche. Per parte mia, esco col disagio di non essere riuscito a fermare la deriva, ma anche con la serenità di non aver mai nascosto il mio pensiero, argomentandolo e non sottraendolo a critiche e polemiche. Forse, se solo ci si fosse voluti ascoltare tutti un po’ di più…

A chi se lo aspettava, a chi rimane sorpreso, ed anche a chi forse non ne vedeva l’ora, il mio invito – in ogni caso – a leggere le motivazioni che ho indicato nella mia lettera di dimissioni, qui riprodotta integralmente.

Cari Amici,

è con sincero rammarico che Vi comunico – con la presente – la mia decisione di lasciare in data odierna il partito ed il gruppo parlamentare.

La scelta, sofferta ma meditata, giunge al termine di una lunga fase di disagio per opzioni e posizioni non condivise, di cui Vi ho sempre tempestivamente e formalmente messi a parte, che hanno a mio avviso stravolto il significato stesso di quel soggetto politico cui – insieme – decidemmo di dare vita nel dicembre del 2012.

Del tutto indifferente alle scelte di bassa cucina (estenuanti ed inconcludenti riunioni su organigrammi e ruoli nazionali e locali, alleanze territoriali, formazione di liste…) che hanno forse impiegato troppo del tempo trascorso, e di cui – me ne darete atto – mai in nessuna fase mi sono voluto interessare, tanti sono stati invece gli elementi che hanno indirizzato il partito su binari altri, rispetto a quelli che io e voi stessi avevamo immaginato.

Anzitutto – va riconosciuto – non ha funzionato (e non solo per colpe endogene) il principale obiettivo che ci eravamo prefissi: quello di tornare ad offrire una casa comune ai tanti che, realizzato il fallimento politico del PDL, si sono trovati orfani di un riferimento che fosse “naturalmente” di destra.

Rancori, livori e gelosie, frutto di un lungo cammino comune ma conflittuale nel corso della vita di AN, hanno fatto anteporre ai più la necessità di vedere fallire le scelte altrui, piuttosto che impegnarsi ad affermare le proprie.

É la stessa logica che sta oggi frenando la potenziale operatività della Fondazione Alleanza Nazionale, bloccata dal comune interesse ad impedire che un eventuale attivismo culturale possa giovare più ad alcuni e meno ad altri. Non intendo, in questa sede, dilungarmi oltre sul tema di cui dovremo comunque discutere altrove, resta tuttavia il rammarico nel rilevare come, recentemente, anche i vertici di Fratelli d’Italia sembrino partecipi di un patto tra chi – forse – pari impegno ed attivismo avrebbe dovuto mostrare quando si trattava di impedire che il nostro vecchio condottiero indirizzasse sugli scogli la prua della nave. Né, taluni movimentismi degli ultimi tempi, riescono a sembrare qualcosa di più nobile di un tardivo ed autoreferenziale anelito di sopravvivenza. L’amara verità, è che questi ancoraggi ad una logica passata rendono – di fatto – non più praticabile l’auspicato tentativo di ricostituire un grande partito di destra.

Sempre quell’aura di sospetto e diffidenza che permea le relazioni tra i cosiddetti “ex-AN” ha tolto efficacia all’unico tentativo cui – come FdI – provammo a dar vita, quella “Officina per l’Italia” da cui, non a caso, si chiamarono subito fuori molti degli attori di diversa estrazione che pure riuscimmo inizialmente ad interessare.

Così, credo di non essere ingeneroso nell’affermare – a due anni di distanza – il fallimento del progetto di ridare vita ad un movimento che sapesse incarnare una destra occidentale, intransigente nei valori, conservatrice nei modelli sociali, moderna, forte ed indipendente nella proposta di soluzioni.

Nella realtà, il nostro cammino è stato guidato più che da una naturale stella polare, da una continua e spesso contraddittoria pesca delle occasioni.

La sacrosanta alterità a questa Europa, figlia di interessi finanziari ed oligarchie massoniche, si è quindi tradotta nel semplice ma fuorviante abbraccio allo slogan “No Euro”, dimentichi di una storia che ci ha visto rappresentare con forza i bisogni delle categorie non protette – piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori autonomi – che sarebbero, se vogliamo essere seri, massacrati da una peraltro impossibile scelta unilaterale dell’Italia di uscire oggi dalla moneta unica.

Ancora, sui temi più generali che attengono l’economia, abbiamo finito per interpretare una deriva pauperista, i cui contenuti ricalcano più le parole d’ordine del partito socialista pre-craxiano, che le logiche battaglie di un soggetto di destra del terzo millennio. La mia scelta di votare a favore del “Jobs Act” – una legge delega la cui eventuale critica può al limite essere formalizzata in sede di decreti attuativi – è stata da me ampiamente motivata dalla considerazione che i suoi contenuti fossero identici ai programmi elettorali di AN e PdL degli ultimi venti anni. Ed è stata resa addirittura inevitabile, come necessaria reazione, dal fatto che molti fra noi – disorientando il potenziale, naturale elettorato – hanno in quell’occasione sostenuto gli stessi argomenti della FIOM, arrivando ad accusare Renzi di essere un emulo di Reagan e Thatcher, quasi che proprio questi non siano stati – con le loro non replicabili sfumature e condizioni – gli unici veri interpreti di politiche di destra, in ogni campo, negli ultimi 40 anni. Assai più fastidio avremmo piuttosto creato al Premier, se con la nostra esplicita adesione avessimo avvalorato gli argomenti con i quali stava subendo la contestazione alla sua sinistra, unica realtà oggi in grado di fargli una vera opposizione.

Non è un caso che, proprio in queste ore, alla luce della presentazione del primo dei decreti di attuazione, torni l’allarme rosso nei rapporti interni al PD e nella sinistra in genere. E noi, che avremmo mille motivi per attaccare Renzi da destra (dalla sicurezza alle tasse sulla casa; dalla falsa abolizione di Provincie e Senato alla dissennata gestione dell’immigrazione; dal rapporto con l’Europa al subalterno ruolo internazionale dell’Italia sui Marò, la Russia, la Libia…), torniamo a “scaldarci” sull’argomento e … prendiamo la stessa parte di Landini!

E che tale situazione rappresenti una involuzione rispetto le iniziali aspirazioni di FdI è certificato dalla circostanza che – ab origine – tutti (nessuno escluso) salutarono la partecipazione di Guido Crosetto (autentico portatore di una visione più simile a quella che è ancora la mia) come il vero elemento innovativo e qualificante del nuovo soggetto politico. Vien quasi da credere, alla luce dei fatti, che quello fosse entusiasmo simulato o di circostanza, e che la recente scelta di Guido di privilegiare l’attualità professionale a quella politica non sia poi così dispiaciuta a molti di quelli che ne celebrarono l’inclusione.

Inutile, in questa sede, avendovene sempre dato tempestivo quanto inascoltato allarme, rinnovare la memoria di tante scelte che a mio parere hanno disatteso le credenziali su cui presentammo il progetto di Fratelli d’Italia.

Ma, tra le maggiori delusioni, non può non essere sottolineato l’esasperato tatticismo che ha sempre contraddistinto il nostro percorso.

Nati per rendere chiarezza in un centrodestra che aveva dissolto la propria carica propositiva, abbiamo puntualmente rimandato – e quindi ritardato – ogni scelta di posizionamento politico, in palese contraddizione con quello slogan “senza paura” sul quale pure avevamo costruito il nostro profilo.

Presto, troppo presto, l’unica nostra premura è stata quella di provare a costruire una leadership personale, affidandoci unicamente alle indiscusse capacità di Giorgia. Ma, in presenza di una strenua competizione mediatica, è stato troppo poco. Oltre al fatto che recenti esperienze dovrebbero averci insegnato che investire sul singolo, quasi che tutti gli altri fossero orpelli fastidiosi, non aiuta a consolidare una solida presenza politica, capace di sopravvivere agli eventi ed agli appannamenti personali.

Uscimmo piuttosto dal PdL nella convinzione che quel partito, ridotto a copertura degli interessi non più politici del Cavaliere non avesse più nulla da offrire, ma mai abbiamo dato davvero l’impressione di avere rescisso il cordone ombelicale con l’ex premier. Tutto ciò ci ha tolto credibilità, ha impedito che davvero fossimo visti come qualcosa di autenticamente nuovo.

Abbiamo usato, per distinguerci, solo la rivendicazione di un metodo – le primarie – rinunciando a rompere sui tanti meriti, in realtà contestati – a nome di FdI – quasi esclusivamente a mezzo di miei interventi in Aula, che immagino probabilmente derubricati nei vostri successivi incontri con Berlusconi alla stregua di vani sproloqui di un incontrollabile visionario.

Con il risultato che, nei tanti momenti di massima lontananza (loro ad appoggiare il governo e noi a contestarlo), è sembrata addirittura bizzarra la richiesta di un sistema di scelta di una leadership comune, a fronte della totale assenza di un programma che fosse condiviso. Ci siamo a lungo incaponiti sul COME, incuranti di definire il COSA.

Da ultimo – e pur senza sancire uno iato definitivo con la rinata Forza Italia – ci si è rivolti al “fenomeno” del momento per chiedergli – anche qui tardivamente – di accoglierci nel suo ambito di fiero oppositore e di italico ambasciatore della Le Pen.

Ora, anche qui, ho troppo rispetto della comune storia per credere che il nostro programma possa essere riassunto nella sovrastampa di quattro felpe; né penso che il nostro campione – con tutto il rispetto e la simpatia che pure provo per Salvini – possa diventare chi, ancora in queste ore, a chi gli chiede conferma del suo passato tra i “comunisti padani” risponde sornione “certamente sto più a sinistra io di Renzi”. Ecco, io avverto fastidio nel consegnarmi a chi si sente più di sinistra del capo del Partito Democratico.

Soprattutto, non avverto neanche in questo ulteriore tentativo la necessaria coerenza con il primigenio obiettivo di rieditare il percorso di allargamento che fu della prima AN, e che non riuscì all’ultimo PdL.

Salvini, che sta dal suo punto di vista svolgendo egregiamente il proprio compito, occupa un’area di protesta che cavalca il disagio dovuto alla crisi economica e sociale e che premia nel breve periodo chi si propone come nemico del sistema. Crescerà ancora, come è capitato per un po’ di anni a Grillo, ma non basterà mai a rappresentare una reale alternativa di governo alla sinistra, la quale anzi ha – proprio nell’assenza di altri credibili interpreti dell’area di centrodestra – la garanzia di poter governare a lungo indisturbata.

Leggo infatti che il collante di un accordo in cui FdI è- gioco forza – subalterna, sarebbe la costituzione di un “fronte anti-Renzi”. Un passato che ci ha formati e di cui resto fiero, mi impedisce di qualificarmi prioritariamente come “anti”, avendo sempre pensato che quello sia il prefisso di chi – avendo pochi o punti argomenti in proprio – veda poveramente se stesso solo come argine alle altrui ragioni. E l’immagine della manifestazione di sabato, con la nostra Presidente accettata come comprimaria in una piazza ove l’unico partner evidentemente cercato e coccolato era Casa Pound, non ha contribuito a dare dignità e credibilità al nostro ruolo.

Francamente, non credo sia solo la mia personale, lunga esperienza di coordinatore regionale lombardo di Alleanza Nazionale, ad impedirmi di sottovalutare differenze culturali, identitarie e programmatiche che ci hanno piuttosto fatto storicamente interpretare – da destra – il ruolo di garanti perché la coalizione di cui facevamo parte non cedesse a derive per noi inaccettabili.

Ciò che manca, piuttosto, è un soggetto, un’area, un progetto che voglia e possa ricostruire l’ambito naturale di coltura di quanti hanno un’identità di centrodestra, finalmente libero da vincoli e condizionamenti cui lo stato soggettivo dell’imprenditore Berlusconi ci ha oggettivamente relegati, e che sappia assumere voce e ruolo davvero indipendenti nei confronti di ogni potere, finanziario, politico o comunitario che sia.

Ciò che manca, è il naturale contenitore di quelle sensibilità, capace di resistere anche quando il vento soffia dall’altra parte, in attesa di tornare a poter esprimere le proprie capacità di governo. Quello che in America è il Partito Repubblicano, o che in Europa sono i partiti conservatori. Che poi, solo poi, potrà ed anzi dovrà raccordarsi con l’area coperta dal Salvini di turno, per sommare istanze complementari ma non sovrapponibili, che siano – unite – in grado di competere alla sinistra il governo della Nazione.

Ciò che manca – per tornare a ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato – è la ripresa di quella strada di affermazione di un’idea di destra di governo, che portò alla nascita ed al radicamento di AN, e poi alla sua confluenza in un soggetto che provasse a fare sintesi di culture diverse ma compatibili, e fornisse agli italiani di centrodestra proprio quel contenitore nel quale individuare ogni sfumatura della più vasta area di pensiero.

Certo, la strada è lunga e presuppone un periodo – di almeno media durata – votato alla costruzione ed al radicamento, senza indugiare in furberie o scorciatoie, prendendo atto che un’epoca è finita e che la prossima non potrà che basarsi sulla rimozione di chi ha caratterizzato la stagione passata. Ma è l’impegno che – non credo solo a mio avviso – avrebbe dovuto costituire, naturaliter, la missione di Fratelli d’Italia. Ed è l’impegno che, nei limiti delle mie capacità, intendo perseguire nel prosieguo della mia attività politica, sul territorio e nelle Istituzioni, nella convinzione che qualcosa di diverso potrà e dovrà nascere, e che alla destra non debba mancare l’opportunità di caratterizzare con la sua presenza ciò che ancora non si è manifestato.

Questi, in modo magari disordinato e certamente non esaustivo, gli argomenti che mi confermano come la direzione intrapresa sia decisamente diversa a quella per cui ci impegnammo nella costituzione del partito. E sono – di conseguenza – i motivi di una scelta per me umanamente dolorosa, quanto ormai politicamente inevitabile.

A Voi, e a tutti gli amici con i quali ho condiviso questa esperienza, il migliore e più sincero augurio di ogni fortuna, nella speranza che – anche da diverse angolature – si possa comunemente contribuire a ridare all’Italia il futuro che speriamo.

Con stima ed affetto immutati

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