LA PATOLOGICA SVALORIZZAZIONE DELLO STATO

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La crisi economica ha messo in discussione, in Europa ma non in America, il concetto di Stato inteso in quanto ente tutelante i singoli individui. Il motivo della sfiducia nel concetto di stato, pare dunque essere intrinseco alla incapacità di difendere dalla “povertà” e dalla “recessione” il ceto medio e i meno abbienti. Ovvero, al momento attuale, il concetto di debolezza dello Stato e di inadeguatezza dello stesso hanno avuto la meglio.

Prima però di procedere ad un’analisi precisa ed evidente del problema, va precisato che i cittadini hanno la percezione di un apparato istituzionale poco reattivo, poco elastico, in alcuni casi incapace di dare risposte concrete alle situazioni di difficoltà.

Attraverso l’idea per la quale esista una crisi che trascenda dalle risposte pubbliche si è non solo svalorizzato lo Stato inteso come istituzione, ma si è anche accresciuta implicitamente l’idea per la quale lo Stato inteso come società garante dei servizi abbia avuto in tutto ciò un ruolo passivo nei confronti della società civile, cosa peraltro gravissima.

Sradicare quest’idea di uno Stato “inutile” ovvero “ostacolante” è fondamentale: solo quando lo Stato si prenderà le sue responsabilità sarà possibile riflettere su una sua rivalutazione dell’idea che è alla base del concetto di appartenenza e partecipazione di uno Stato.

Al contrario, pretendere vigliaccamente che il problema sia solo ”la crisi”, idea promossa in prima persona dai politici al Governo, cozza con quanto accaduto al contrario in America, dove le reazioni alla crisi sono state di tutt’altro stampo: con risultati ben diversi da quelli europei lì si è presa coscienza della situazione, cercando di intervenire con manovre ad hoc, adatte a un rilancio del nazionalismo e dell’amor patrio.

Ma perché ciò è avvenuto in Italia e in parte d’Europa? Perché lo Stato ha diminuito così tanto la sua influenza sul pensiero civile? La risposta è semplice e chiara: la colpa si può equamente attribuire a due diverse correnti di pensiero che si sono scontrate nel tentativo di dare una risposta analitica al problema. Da una parte vi sono i neoliberisti dall’altra i promotori dell’austerity.

Con un’enfatizzazione che potremmo definire patologica del mercato economico i neoliberisti si sono permessi di spodestare le istituzioni pubbliche dall’aureo trono sul quale governavano, lasciando ad un impersonale mercato ciò che prima allo Stato era attribuito. Al neoliberismo bisogna infatti contrapporre una filosofia politica che enfatizzi il ruolo del  popolo che, grazie allo Stato, vada a cambiare le sue sorti senza che il mercato ne sovrasti il potere.

L’ austerity di contro, ha esteso il problema: con la tesi per la quale la spesa pubblica è di per sé dannosa, i politici hanno dequalificato lo Stato tarpandone le ali. All’austerity serve infatti contrapporre il concetto di welfare e di benessere sociale, imprescindibile per una valutazione di soddisfazione verso i servizi pubblici e l’istituzione in genere.

La ricetta europea fatta di austerity e neoliberismo ha sottomesso dunque l’ Europa dal punto di vista economico alle altre potenze, rendendola debole, indecisa, fragile, soggetta a incapacità decisionale.

Gli Stati Uniti, che pure versarono in situazione critica, invece, si sono dimostrati più scaltri e reattivi: riprendendo Keynes e le sue teorie, hanno attribuito allo Stato il ruolo di smuovere i mercati a favore del popolo, abbassando il tasso di disoccupazione e riportando il PIL in pochi anni ai massimi livelli storici.

Queste considerazioni possono essere rafforzate con la critica ad un’ultima corrente che ha avuto un ruolo deleterio per la società: il razionalismo desimbolizzante. Per razionalismo desimbolizzante si intende quell’insieme di correnti che hanno ridotto lo Stato ad un mero oggetto di contratto (contrattualismo) o a solo uno strumento del popolo senza comprendere che esso, per la sua superiorità, non può essere ridotto a i suoi componenti (ossia il popolo), esso è colui che tiene il cosmo sociale in mano evitandone la caduta così da porsi come sintesi superante le singole parti della società.

Solo quando lo Stato verrà visto nel suo ruolo simbolico in quanto, riprendendo certe correnti della filosofia politica cristiana, manifestazione del dominio di Dio sulla terra, esso ritroverà la sua età aurea riprendendo in mano il suo ruolo di Governo.

Da questo punto di vista sono molto più adeguate e potremmo dire anche fruttuose certe filosofie politiche di stampo monoteista di epoca medievale, in quanto sono le poche che hanno saputo attribuire allo Stato un ruolo simile a quello che Dio ha nei confronti delle creature, così da renderlo privo di quelle strumentalizzazioni patologiche a cui si è pervenuti; a patto, naturalmente, che la religione propriamente detta e non metaforicamente intesa, non diventi uno strumento precipuo delle classi dominanti, poiché questo consentirebbe una riunificazione del potere politico e del potere religioso, assoggettando lo Stato ai dettami della fede.

Certo è che indebolendo il concetto di appartenenza, di unitarietà e di condivisione degli intenti e degli scopi, sarà sempre meno facile che nuovi partiti rivalorizzino lo Stato al fin di evitare la caduta definitiva della civiltà europea, intesa anche come popolo e non solo come comunità economica di sistema.

Clemente Maurizio

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