‘QUOTE ROSA’ AL 50%: UNA FOLLIA CHE LE DONNE DOVREBBERO COMBATTERE

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“Se non ora, quando?”. Vien da rispondere: probabilmente mai. Figurarsi se le femministe 2.0, ricordate quelle sempre pronte a scagliarsi contro le abitudini sessuali del Berlusca, coglievano il momento per fare una battaglia seria, davvero a favore delle donne e della loro libertà, magari contro l’odiato Cavaliere. Magari facessero una campagna contro le “quote rosa” nelle liste elettorali che, invece, nel nuovo sistema elettorale al vaglio in questi giorni (il cosiddetto Italicum) potrebbero raggiungere la mirabolante soglia del 50%.

Meglio spiegare da subito, prima d’esser tacciato di machismo, perché lo strumento delle “quote rosa” è fallimentare sotto tutti i punti di vista. Se, infatti, la motivazione di fondo che ha spinto ad inventarsi questo sistema (aumentare la rappresentanza femminile nella classe politica) è nobile e giusta, i risultati prodotti sono a dir poco deludenti, in particolare per quanto concerne la dignità delle donne stesse.

In primis, tale strumento è lontano anni luce dal concetto di meritocrazia. Una candidata è inserita nelle liste non per i suoi meriti e le sue capacità, ma solamente per il fatto di esser donna. Questo mortifica lotte decennali da parte del “gentil sesso” e annulla conquiste faticosamente sudate negli anni da parte di femmine che hanno voluto emergere per e con il loro valore.

A livello nazionale, ma anche a livelli d’amministrazione più bassi, si può facilmente notare come questo strumento abbia, poi, fatto proliferare in tutti gli schieramenti candidature “tappa buchi”, di dubbia validità politica e, delle volte, anche morale. Ciò è dovuto alle già altissime soglie che le ultime leggi elettorali hanno imposto.

Basti pensare, senza andare troppo in là con la memoria, alle ultime elezioni provinciali qui in Provincia di Trento, dove era necessario che un terzo dei posti in lista fosse garantito alla rappresentanza femminile (33%). Chi ha seguito l’evolversi della campagna elettorale ha, giocoforza, dovuto notare il moltiplicarsi di candidate del tutto impreparate ed inadatte a ricoprire incarichi amministrativi, solo per riuscire ad arrivare al limite imposto per legge.  

L’effetto dell’utilizzo del sistema delle “quote”, paradossalmente, è risultato contrario al suo scopo primario, cioè aumentare la rappresentanza femminile in politica. Difatti, si è avuto sì un gran numero di candidate, la maggior parte delle quali, però, già presenti in lista senza alcuna possibilità di essere elette. A riguardo basta andare sul sito delle elezioni provinciali per constatare i voti presi da molte di queste.

Non vanno poi dimenticate le grosse difficoltà che i partiti o le liste civiche hanno riscontrato nel cercare candidate disponibili. Pur di arrivare al terzo dei posti si è mirato a raccattare oves et boves (in latino suona forse più gentile).

Quindi, pensate se dal 33% si passasse al 50%. Tutte le problematiche sopra elencate si moltiplicherebbero, svilendo ancora di più il ruolo della donna nella politica.

Anche in Trentino, il nuovo presidente della P.A.T Rossi ha voluto subito gettarsi nella moda dell’innalzamento delle “quote rosa” al 50%, con un sistema un po’ più astuto: obbligare l’elettore ad esprimere solo due preferenze (invece delle tre ora previste, ndr), una delle quali da esprimere in favore di un candidato maschio, l’altra ad una candidata femmina. Idea che potrebbe anche funzionare, se non si insistesse sulla necessità di voler imporre per legge il 50% dei posti nelle liste alle donne, per i motivi appena spiegati.

Mi aspettavo che le prime a voler combattere questo genere di battaglie fossero proprio le donne. Invece, sia la maggior parte delle politiche nostrane, sia le pasionarias femministe 2.0 non solo se ne sbattono, addirittura invocano speranzose queste imposizioni legislative fallimentari (controllare la dichiarazione dell’altro ieri di “Se non ora, quando?” all’Ansa per crederci).

Luigi Mauro

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