R4 DELL’OMICIDIO MORO PRESTO ESPOSTA IN UN MUSEO

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Il 9 maggio del 1978 il corpo senza vita del presidente della DC Aldo Moro viene ritrovato nel baule della Renault 4 rossa, che ormai, nell’immaginario collettivo, viene associata all’omicidio commesso dalle Brigate Rosse. Attualmente l’auto è parcheggiata in un garage della Polizia di Roma che la tiene in custodia, in attesa di essere trasferita al museo storico delle auto della Polizia di Stato. L’auto venne ritrovata in via Caetani e porta con sé i segni della sua esperienza: sul pianale c’è ancora il foro di quello che, probabilmente, fu uno dei proiettili che uccisero Moro, mentre la tappezzeria è ancora macchiata di sangue. Per poter essere esposta al pubblico, l’auto ha subito un restauro conservativo, senza, però, alcuna volontà di volerne alterare i particolari testimoni.

A distanza di anni, infatti, l’omicidio di Moro è tutt’altro che archiviato: circa un mese fa Gero Grassi, vice presidente del gruppo PD alla Camera, tirava le fila della prima audizione svolta dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Marco Minniti, definendola “positiva”. Minnitti ha svelato che esistono circa 12.500 atti relativi al sequestro del presidente DC e ha poi aggiunto che “il governo è disponibile a collaborare attivamente con la Commissione fornendo i documenti senza gli omissis con cui sono stati depositati all’Archivio di Stato”. L’ostacolo da superare per togliere il segreto di Stato relativo ai documenti è il tempo che, purtroppo, in Italia non ha mai la stessa valenza che nel resto del mondo e tutto sembra procedere lentamente.

Grassi ricorda, infatti, che “la Commissione parlamentare ha due anni per svolgere la propria attività: dunque non c’è molto tempo, considerando che la Direttiva Prodi sulla declassificazione degli atti, emessa nel 2008, ha dato i suoi effetti due anni dopo e che la Direttiva Renzi relativa alle stragi, che avrà comunque effetti nel 2015, non riguarda quelli relativi al caso Moro”. La soluzione, dunque, è stata votare all’unanimità un documento con cui chiedere a Renzi l’estensione di quella direttiva, affidandosi alla “disponibilità del governo”.

Interessato al dilemma del “crescere senza morire” e fautore di un governo di “solidarietà nazionale” che includesse anche il PCI, Moro rimane vittima di un agguato da parte delle Brigate Rosse il 16 marzo del ’78 e subisce 55 giorni di prigionia nel covo di via Montalcini. Durante tale periodo, il leader DC scriverà una serie di lettere, indirizzate soprattutto ai familiari, della cui autenticità si è a lungo dubitato. Al funerale di Stato proposto da papa Paolo VI, la famiglia di Moro non partecipò, accusando lo Stato, il quale voleva commemorare uno dei suoi leader più autorevoli, di non aver fatto abbastanza per salvarlo.

Tuttavia, dopo 36 anni, la figlia di Aldo Moro, Maria Fida, ospite del convegno “Darsi la mano per la sicurezza stradale. Un impegno iniziato più di 50 anni fa”, promosso dalla Consap in occasione del 50esimo anniversario dell’inaugurazione dell’ultimo tratto dell’Autostrada del Sole Chiusi-Orvieto, afferma:” Non dobbiamo temere il giudizio degli altri, ma quello della nostra coscienza. Questo mi hanno insegnato mio padre e mia madre: è con il nostro senso civico che dobbiamo confrontarci. Nessuna legge ci obbligherà mai a servire la collettività di cui facciamo parte, ma ho fiducia in chi indossa una divisa. Le leggi non possono risolvere tutto. Anche i fondi europei sono collettivi e vanno usati oculatamente. Lo Stato siamo tutti noi”.

Antonella Gioia

 

[Photo edit from www.corriere.it]

 

 

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