SACCOMANNI, GLI INSEGNANTI E IL CANCRO MERCATISTA DISTRUTTORE DI CIVILTA’

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Quante volte lo sentiamo dire. “Lo Stato per funzionare bene deve essere gestito come un’azienda privata”. Spesso, nel nostro panorama politico attuale, tale soluzione viene presentata come acriticamente valida e senza obiezioni sia da destra che da sinistra.

Ma la questione, che assume un ruolo preponderante nel dibattito politico del futuro prossimo, merita invece un approfondimento. Sempre più spesso infatti vediamo come i principali servizi gestiti dalla pubblica amministrazione transitino dal diritto pubblico al diritto di stampo privatistico, passo iniziale questo verso un’effettiva privatizzazione dell’ente oggetto del processo.

Quello che però l’opinione pubblica attuale ritiene quasi dogmaticamente come un passaggio inevitabile verso una maggiore efficienza della macchina statale, unitamente alle cosiddette “liberalizzazioni” non è in realtà un dogma scientifico, basato su qualche equazione matematica per la quale una delimitazione sempre maggiore del perimetro dello Stato corrisponda necessariamente a un processo di crescita economica.

Questa semmai è una visione di parte del mondo economico, quello mercatista e neoliberista, che negli ultimi anni, complice anche la crociata demagogica contro la cosiddetta “casta”, avviatasi con tangentopoli e mai realmente terminata, ha finito per farsi portavoce di un dissenso, quello del mondo produttivo oppresso da una fiscalità selvaggia, modellandolo però a immagine e somiglianza delle proprie teorie.

Non bisogna infatti dimenticare che l’economia politica classica sottintende nell’equazione che da come risultato il Prodotto interno lordo di una nazione, cioè il valore complessivo dei servizi e dei beni prodotti in un anno da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, si trova anche la tanto vituperata spesa pubblica, che in quanto spesa però produce ricchezza. Non solo, ma anche ricchezza inevitabilmente utilizzata in territorio nazionale e quindi non solo afferente al perimetro del Prodotto interno lordo, ma anche a quello più importante, per il mercato interno, del Prodotto nazionale lordo, ossia il valore totale di servizi e beni prodotti in un determinato Paese o anche all’estero nel corso di dodici mesi da parte di operatori economici esclusivamente residenti.

Tornando però al nocciolo della questione, ossia se uno Stato debba o non debba essere gestito come un’azienda privata emerge anche un secondo elemento. Scopo dello Stato infatti non è, come invece per un’azienda privata, quello di generare utile economico, ma, guardandolo da un punto di vista esclusivamente economico, quello di garantire benessere sociale. E la differenza qui è sostanziale.

Se infatti uno Stato operasse come un’azienda privata, perché mai avrebbe dovuto portare l’energia elettrica in dispersi paesini della Sila o della Sardegna, operazione questa fonte di spesa senza profitto, se non per il minimo costo delle bollette? Perché mai uno Stato avrebbe dovuto creare una televisione pubblica, portando nelle case degli italiani l’informazione e la cultura cui, all’epoca dei fatti, non tutti potevano accedere? Eppure lo Stato lo fece. Perché? Perché queste cose generarono benessere sociale e permisero una crescita della società italiana nella sua interezza. E con essa, a lungo andare, anche progresso economico.

Questa riflessione ci pone sotto gli occhi l’assurdità dell’attuale propaganda efficientista e mercatista, che invece ci sbandiera la necessità dell’austerità antisociale per placare i “mercati”, di un vincolo costituzionale per il pareggio di bilancio e sostanzialmente della maggior parte delle politiche attuate dagli ultimi due governi.

L’ultima prova di questa idiosincrasia ideologica dell’attuale classe dirigente per il benessere sociale è la richiesta, da parte del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, di riavere indietro da parte del personale scolastico gli aumenti di stipendio precedentemente preventivati.

Una virulenta aggressione, quella di questa classe mercatista, ormai abbagliata dal primato della finanza sulla politica e quindi sulla società e dalla necessità di adorare l’economia come nuova divinità pagana.

Una venerazione, quella dell’economia, che è però tendenzialmente monoteista. Infatti non c’è campo della vita umana che non soccomba, agli occhi di questi distruttori di progresso, di fronte al dio denaro e alla grettezza del materialismo. E allora che gli insegnanti guadagnino pure poco, del resto non producono. E chi se ne frega del fatto che nell’antica Grecia proprio gli insegnanti fossero tra le categorie professionali più considerate. E lo stesso dicasi per qualsiasi campo della cultura umanistica, che è invece spesso depositaria delle tradizioni di un popolo e quindi della sua coscienza.

A proposito di Grecia giova ricordare come proprio la culla della nostra civiltà europea sia arrivata al punto in cui l’elettricità viene staccata da gran parte delle case poiché la gente non è in grado di pagare le bollette. Ennesima “conquista” sociale del mercatismo efficientista promosso dall’Unione europea. La Sila e la Sardegna sono avvisate.

Cristiano Puglisi

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