Stipendi e mandati politici: populismi e realtà dei fatti

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Questi politici prendono troppo!“, “Bella la vita da parlamentare… Con paghe così alte vorrei vedere io!“, “Io vivo con una manciata di euro e quelli hanno stipendi da capogiro!. Queste e altre sono le frasi che quotidianamente si sentono quando si discute degli stipendi dei politici nostrani: cifre altissime che sembrano per nulla in relazione con il salario medio dei cosiddetti comuni mortali.

Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, un parlamentare medio percepirebbe uno stipendio mensile lordo di circa 20.000 euro, dopodiché, tolti gli sgravi fiscali e tutti i contributi da versare, al parlamentare rimarrebbero in tasca comunque circa 11.000 euro netti al mese. Anche Leggo individua una cifra simile a parlamentare (al netto 11.700 euro mensili), comparandola poi agli stipendi dei politici degli altri Paesi europei e decretando che i nostri sono primi in classifica per retribuzioni più alte in tutto il continente, e di gran lunga – i parlamentari tedeschi, secondo Leggo, percepirebbero 7.700 euro netti al mese da secondi in classifica.

In realtà la faccenda è leggermente diversa: secondo quanto riporta ufficialmente il sito della Camera, la retribuzione netta mensile di un parlamentare medio è in realtà di circa 13.500 euro. Sul sito della Camera si legge infatti che ad ogni parlamentare spetta un’indennità di base di 5.000 euro, a cui vengono aggiunti la diaria di 3.500 euro, il rimborso spese di circa 3.700 euro, le spese di trasporto e viaggi di 1.200 euro in media e le spese telefoniche di circa 250 euro. Questo è ciò che testualmente entra nettamente al mese nelle tasche dei politici italiani. Bisogna però tenere presente in ogni caso che il parlamentare ogni mese è tenuto a versare circa 1.000 euro per l’assistenza medica e per l’assegno di fine mandato. Oltre a ciò si conti che con quel denaro il parlamentare deve gestire tutte le spese che caratterizzano la vita del politico, tra materiali e risorse di cui necessita per l’esercizio del mandato ed i costanti viaggi di lavoro – seppur sui mezzi di trasporto pubblici esso detenga effettivamente il lasciapassare completo gratuito.

Infine si conti che per quanto riguarda la diaria al parlamentare vengono decurtati circa 200 euro per ogni assenza in Parlamento nei giorni di votazione. Anche se c’è da dire che al parlamentare è sufficiente partecipare al solo 30% delle votazioni della giornata per risultare ufficialmente presente.

Ma i parlamentari in prima persona cosa pensano di questa faccenda? Cristano De Eccher (FdI-AN), Senatore dal 2008 al 2013 per il PdL, risponde: «Ho sempre trattenuto per me, in modo documentato, esclusivamente un importo corrispondente al precedente stipendio di insegnante», versando la restante parte della sua retribuzione nelle casse del partito per le varie spese di attività. Similmente afferma il Deputato in carica per la Lega Nord, Filippo Busin, il quale spiega che se si comincia «a versare circa il 30% di quello che si riceve al partito, come facciamo noi della Lega, il compenso mi sembra congruo», aggiungendo che «piuttosto direi che sono troppi i parlamentari. Metà dei mille attuali sarebbero un numero più che adeguato».

Ma un’altra questione fa spesso storcere il naso ai cittadini italiani quando si parla della loro classe dirigente: il numero dei mandati. Molte volte infatti ci si chiede se i politici nostrani non siano “troppo affezionati alla poltrona”, e che magari non dovrebbero impegnare così tanti anni della loro vita alla carriera politica. Non per nulla nel nostro Paese si trovano benissimo fulgidi esempi di personalità che hanno dedicato ininterrottamente 20, 30 e anche 40 anni all’attività politica. Nulla di negativo ovviamente se tale attività è stata sempre svolta con competenza ed onestà. Il problema è che non molto spesso si colgono queste qualità nei cosiddetti rappresentanti del popolo italiano.

Sempre secondo Cristano De Eccher, «in linea di principio ritengo sia giusto che le diverse formazioni politiche garantiscano un progressivo ricambio generazionale», ma che «fissare per tutti un numero definito di mandati potrebbe impedire il contributo di persone in grado di contribuire, nell’interesse di tutti, al miglioramento dell’attività parlamentare». Per quanto riguarda Filippo Busin, la sua idea è principalmente che «per le figure apicali – ad esempio Sindaco di Capoluogo, Governatore di Regione, Presidente di Consiglio – è opportuno prevedere un limite ai mandati, perché sono figure che concentrano su di sé molto potere», mentre «per le altre figure – Consigliere, Deputato –, soprattutto se la loro elezione avviene attraverso le preferenze, non considero essenziale un limite», anche perché aggiunge che «in questi ruoli non starebbe male neanche pensare al cosiddetto politico di professione».

Ma cosa potrebbe fare della sua vita lavorativa un politico conclusi poi effettivamente i suoi mandati? Cristano De Eccher è dell’opinione che «conclusi i propri mandati il politico dovrebbe tornare al proprio lavoro, nello svolgimento della nuova funzione, di maggiori spazi di autonomia e libertà». E dello stesso avviso è Filippo Busin, seppur affermi che, mentre per il dipendente pubblico o privato è abbastanza semplice reinserirsi nel mondo lavorativo di tutti i giorni, «per un professionista o un imprenditore la cosa si fa più complicata perché l’attività politica spesso interrompe in modo irrimediabile la propria professione o la propria impresa che è difficilmente recuperabile», aggiungendo che vedrebbe ottimale come soluzione al problema «un’attività nel volontariato o comunque nel terzo settore, se uno può permetterselo».

di Giuseppe Comper

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