ALESSANDRO URZI’ E IL REVISIONISMO STORICO PER TOMMASINI

0
39

Rispondendo ad una mia interrogazione apprendo che non solo l’assessore PD Christian Tommasini ritiene assolutamente “normale” la presenza di esponenti della giunta provinciale alle commemorazioni di terroristi, come avevo denunciato in occasione delle manifestazioni in memoria di Amplatz, ma anzi ritiene questi momenti, con pura retorica veteromarxista, momenti di crescita culturale. Sono indignato.
L’enciclopedia Treccani attribuisce il seguente significato alla voce “commemorare”: “Ricordare qualcuno o qualcosa parlandone in forma solenne, celebrare: commemorare un personaggio illustre, una data, un avvenimento storico; commemorare. un defunto.” Definizione evidentemente non conosciuta dall’assessore provinciale Christian Tommasini che invece pretende che sul piano del pensiero laico e civile la “commemorazione” non venga intesa come sinonimo di “celebrazione” ma anzi si spinge sino ad elevarla ad elemento di sussidio per una miglior comprensione del presente, permettendo di capire le dinamiche ed i processi che hanno guidato la storia passata.

Premessa: la commemorazione riguardava Luis Amplatz, che nel tempo libero metteva le bombe e tirava giù i tralicci dell’alta tensione. Un combattente per la libertà secondo i tiratori piumati, un terrorista per lo Stato italiano, cui furono comminati, con sentenza definitiva, oltre vent’anni di soggiorno nelle patrie galere.

All’indomani delle cerimonie di commemorazione di Amplatz ho presentato un’interrogazione all’assessore Tommasini per sapere se non ritenesse che le celebrazioni civili e religiose dedicate alla memoria di personaggi implicati in gravi vicende di terrorismo e condannati per esse rappresentino un esempio negativo per le giovani generazioni e se non ritenesse che la presenza ad esse, seppur a titolo personale, di rappresentanti della giunta provinciale dovesse sollecitare una presa di posizione sul principio per cui la violenza nell’ambito delle Istituzioni democratiche repubblicane non può mai essere ammessa e celebrata ma solo condannata.

Ci si aspettava dunque una condanna senza indugio da parte di Tommasini, quale rappresentante delle Istituzioni e soprattutto della comunità altoatesina di lingua italiana. Condanna non per Amplatz, già da tempo pronunciata dai giudici, ma per tutti coloro che non nascondono la propria simpatia per le azioni dei terroristi tirolesi, per coloro che li definiscono combattenti per la libertà, per coloro che neppur tanto velatamente vogliono far risalire alla triste stagione del terrorismo separatista l’avvio del cammino autonomista in Alto Adige.

Quale percorso di comprensione può trovare avvio nel ricordo di chi riteneva che la violenza fosse uno strumento giustificato a prescindere dalle conseguenze che ne sarebbero sortite ? Commemorare, secondo Tommasini, non significa giustificare gli errori compiuti da chi ci ha preceduto, ma “ricordare davanti alla collettività la direzione da dove siamo partiti”.

iamo dunque partiti dalle cariche di tritolo poste sotto ai piloni dell’Enel ? Siamo partiti da Malga Sasso, da Cima Vallona o dalla Notte dei Fuochi ?

O siamo invece partiti da quelle Istituzioni democratiche e repubblicane che già nell’Articolo 5 della Costituzione sancivano che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ?

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, dice Manzoni per giustificare il personaggio più pavido che la letteratura abbia mai descritto.

Ma, corsi e ricorsi della storia, certi personaggi, a volte, ritornano.

Perché in definitiva, ci vuole solo un po’ di coraggio per dire che commemorare chi andava in giro a piazzare cariche di dinamite non è il più bell’esempio che si possa offrire alle giovani generazioni. Per prendere le distanze da chi, membro della giunta, partecipi a queste manifestazioni senza curarsi se, come rappresentante delle Istituzioni e quindi anche dei cittadini di lingua e cultura italiana, possa ferire la loro sensibilità. Quella sensibilità che invece si chiede in continuazione agli stessi cittadini di lingua italiana, cui in nome della civile convivenza si arriva perfino a vietare di deporre una corona d’alloro in ricordo di tutte le vittime della Grande Guerra di fronte al Monumento alla Vittoria.

Ma Tommasini si spinge ben oltre e per evitare di prendere posizione tira in ballo anche la “pietas”, il parafulmine dietro il quale egli sostiene sia impossibile censurare l’adesione di un singolo ad accostarsi alla ritualità confessionale legata alla commemorazione dei defunti, scordando però che la “pietas”, intesa come momento di ricordo di chi non c’è più ( ed in questo caso non potremmo dire del bene che ha fatto nel corso della propria esistenza terrena) risale agli albori dell’umanità e certo non necessita di momenti ufficiali per essere manifestata, nè di compagnie schierate con gli schioppi di cartone, essendo puro esercizio spirituale.

Anzi, per rafforzare il suo pensiero, tira per la giacchetta il filosofo neoidealista Giovanni Gentile, uno dei massimi esponenti non solo della politica ma anche della cultura italiana tra gli anni ’20 e ’40 del scorso secolo, vittima dei partigiani, per sostenere che non si possa pretendere di costringere il libero ed autonomo esercizio di giudizio individuale e collettivo su binari tracciati dall’autorità pubblica e guidarne prescrittivamente ed autoritariamente l’azione.

E quindi, pur considerandola “politicamente discutibile”, Tommasini giustifica la presenza di figure Istituzionali come legittima espressione della propria religiosità individuale, rilevando che solo un’esplicita adesione politica ed ideologica ai valori di coloro che hanno compiuto atti biasimevoli andrebbe stigmatizzata di fronte ai giovani.

Si cerca in sostanza di far passare per una manifestazione religiosa strettamente personale una vera e propria cerimonia di commemorazione, seppur svolta anche in un luogo di culto.

Sorprendentemente Tommasini sostiene infine che “la condanna della violenza come strumento politico e come forma di azione nel presente deve essere ribadita senza se e senza ma” ma subito dopo si affretta ad aggiungere che “eppure non si può confondere questo principio inderogabile con la legittima necessità, quando si rivolge lo sguardo al passato con la volontà di comprensione storica, di leggere i momenti del passato in cui la violenza è stata usata senza occhiali censori.” E per sostenere questo ardito pensiero, aggiunge che leggere il Mazzini e commemorarne il profilo di pensatore della libertà non esime dal riconoscere che egli affermava la legittimità della violenza come strumento di azione politica antidispotica.

Una visione che definire rivisionistica non appare un azzardo: invece di prendere le distanze con decisione da ogni forma di violenza si vuole cercare se non una giustificazione quantomeno una contestualizzazione storica: esercizio pericoloso perché porta inesorabilmente ad invertire i ruoli elevando ad eroi i carnefici e considerando le vittime solo degli spiacevoli effetti collaterali.

Una visione alquanto imbarazzante per l’unico rappresentante della comunità italiana dell’Alto Adige nella giunta provinciale che arriva non solo a negare l’intento commemorativo dell’episodio, ma a giustificare la violenza che esso inevitabilmente rievoca in disprezzo dei valori della civiltà, della legalità e della pacifica convivenza tra le diverse comunità altoatesine.
Alessandro Urzì – L’Alto Adige nel cuore

Comments

comments