RODOLFO BORGA CONTRO LA GRANDEUR OLIMPICA

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La proposta dell’assessore Mellarini, di far svolgere i Giochi Olimpici Invernali del 2022 o 2026 in Trentino, ha destato non poche perplessità tra i banchi dell’opposizione. Contrario alla proposta si è mostrato Rodolfo Borga, Civica Trentina, che ci ha inoltrato questo comunicato che con piacere pubblichiamo.

Forse preso dall’entusiasmo per le Universiadi svoltesi in Trentino, l’assessore Mellarini, novello babbo Natale (la notizia è stata diffusa la vigilia del Santo Natale), ha comunicato di puntare ai Giochi olimpici del 2022 o 2026, che, provo a buttarla lì, da noi potrebbero essere per l’occasione ribattezzati, sia pure temporaneamente,  Giochi bondonici o paganellici, non avendo, come noto, il Bondone o la Paganella (montagna tutta bella e zo zo fin a Milan) nulla da invidiare al Monte Olimpo.

L’assessore allo sport (se al Mella gli davano la ricerca, in una ventina d’anni ci portava su Marte!), prontamente supportato dal Presidente del Coni trentino Torgler, il quale esclude che la proposta possa costituire una manifestazione di presunzione (e la precisazione effettivamente è opportuna, specie considerato lo stato in cui versano le finanze della nostra autonoma Provincia), ha annunciato urbi et orbi che il Trentino è pronto ad ospitare un’edizione delle Olimpiadi invernali e che la relativa candidatura sarà pertanto rilanciata.

Infatti, rileva l’assessore, “eventi sportivi del calibro delle Universiadi, ma anche della stessa Ciaspolada e della Marcialonga (notoriamente per impegno, anche finanziario, non inferiori ai Giochi olimpici), sono appuntamenti che qualificano il Trentino, che dimostrano la sua maturità ad organizzare a manifestazioni a carattere internazionale e confermano come possiamo essere pronti anche per le Olimpiadi”.

Pare però che per il 2022 non ci sia nulla da fare, osserva il giornalista (che per il sol fatto d’aver, sia pure velatamente, messo in discussione la fattibilità dell’evento epocale meriterebbe di essere segnalato per le conseguenti meritate sanzioni al competente Ufficio provinciale, quello per la Propaganda), in quanto già sei sono le città candidate, invitate il prossimo anno a partecipare ad un seminario a tema che si terrà a Losanna; e tra queste non c’è Trento, che pure a fianco di Pechino, Oslo e Stoccolma non avrebbe affatto sfigurato.

A questo punto, osserva il giornalista, o l’assessore Mellarini ha un asso nella manica da giocare (che so, ‘na manega de luganeghe de Rvou, en dopion de sgnapa de Cembra, doi chili de boter e poina dela malgia Tuena, ‘na bozeta de teroldech, medio se podeo da Mezombart, etc..), o tutto dovrà essere giocoforza rinviato al 2026, quando la candidature trentina potrebbe essere addirittura blindata.

Ciò doverosamente premesso, alcune sintetiche considerazioni.

Si crede comunemente (più probabilmente l’affermazione è infatti ascrivibile al politico e predicatore statunitense James Freeman Clarke) che Alcide Degasperi, uomo politico la cui frugalità e serietà avrebbero fatto assai comodo al Trentino degli scorsi anni, ebbe a dire che “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”.

A questa condivisibile affermazione può darsi si sia ispirato l’assessore Mellarini nel promuovere un evento che, se tutto va bene, potrebbe aver luogo nel 2026, quando egli, pur meritevole di reiterate conferme, non dovrebbe più far parte della Giunta provinciale da qualche tempo.

Certo è vero che per certe cose è meglio prepararsi tempestivamente; che poi magari si va altrimenti finire come con la protonterapia, per avviare il cui percorso di accreditamento si è atteso di completare l’opera, senza far nulla nel decennio della sua realizzazione.

Certo è però che questa uscita dell’assessore Mellarini sa un po’ di propaganda, che considerato il momento che il Trentino sta vivendo, ci pare stoni particolarmente.

Come ad urne ancora calde (prima ovviamente no) il Presidente Rossi ha riconosciuto, quello attuale è infatti il periodo dei tagli, che fa seguito a quello delle visioni, dei fasti, dei sogni (da cui sovente, come noto, ci si risveglia bruscamente) dei lustri scorsi.

Lustri caratterizzati anche (ovviamente non solo) da un lato da un enorme spreco di denaro pubblico in elargizioni clientelari, in “investimenti” mobiliari ed immobiliari mossi più che da strategie amministrative e/o politiche da rapporti di contiguità con i poteri forti trentini, in progetti mai realizzati ma tanto propagandati e, soprattutto, assai costosi (V.A.L., Metroland, Boulevard Busquets, inceneritore, biblioteca universitaria etc..), dall’altro da opere, spesso costruite “a debito”, che francamente risultano essere fuori scala per la dimensione trentina.

Ed ora, finiti i tempi delle vacche grasse, con un bilancio provinciale oberato di debiti e con uno Stato alla sempre più spasmodica ricerca di risorse, ci rendiamo conto un po’ tutti quanti di quanto negli anni scorsi sarebbero state utili alla Comunità trentina una maggior sobrietà ed una maggiore lungimiranza.

Peraltro quanto accaduto è stato in fin dei conti il frutto dei tempi.

Tempi di grandeur, in cui il Trentino sembrava essere l’ombelico del mondo, in cui una classe politica affetta da una non modica dose di megalomania si è trovata a disporre di risorse enormi, che ha continuato a spendere (ed a spandere) anche quando per conservare ritmi di spesa e clientele la Provincia ha dovuto indebitarsi, in cui molti erano convinti che i Trentini nulla avessero da imparare da nessuno e molto da insegnare a tutti.

Senza pensare che i tempi sarebbero cambiati, neppure quando era ormai a molti evidente che la crisi incombente avrebbe imposto un brusco cambio di rotta.

D’altra parte tutto questo non è neppure esclusivamente imputabile a chi ha governato il Trentino negli ultimi lustri. A modesto avviso dell’interrogante, infatti, abbiamo vissuto tempi in cui in nome dell’autonomia, della ricerca, dell’innovazione ogni iniziativa – anche le più smaccatamente clientelari, le più discutibili, la più singolari e sovradimensionate – venivano esaltate come frutto di lungimiranza non comune.

Tutti o quasi incensavano, chi per convenienza, chi per piaggeria, chi per appartenenza politica, chi anche per l’effettiva convinzione di avere a che fare con statisti degli di calcare ben altri palcoscenici politici; e le isolate voci critiche venivano isolate, silenziate, quasi con fastidio. In un contesto come questo gli errori sono inevitabili, anche nei più bravi, giacché senza il pungolo della critica, che non sia quella di qualche sparuto (ed ampiamente snobbato) oppositore politico o di qualche scomoda associazione non allineata, sbagliare infine è facile. Ecco, al sottoscritto consigliere pare che quella delle Olimpiadi trentine sia “iniziativa” che rientri a pieno titolo nel recente passato che sopra ho descritto.

Può anche darsi che mi sbagli e che in realtà quello dei giochi olimpici a Trento sia un obiettivo raggiungibile ed economicamente sostenibile, così come può darsi che la Giunta provinciale abbia già tessuto relazioni politiche, ignote all’interrogante, che rendano possibile portare a Trento un evento così importante. Però ne dubito e temo che di altro non si tratti che di una boutade propagandistica o, peggio, di un tentativo velleitario, destinato a bruciare risorse ed energie senza giungere a nulla.

Per questo ritengo opportuno chiedere alla Giunta alcuni chiarimenti circa gli eventuali costi di un’olimpiade trentina, il reale stato dell’iniziativa e le eventuali relazioni che sono state avviate con altri soggetti interessati. A tal proposito rilevo come l’importanza dell’evento e la concorrenza che si dovrebbe affrontare per ottenerne l’organizzazione consigli, se non imponga, la ricerca di una collaborazione con altre Regioni dell’arco alpino, se non addirittura con altri Paesi.

Perché con tutta franchezza non vorremmo si trattasse dell’ennesima manifestazione di una megalomania, di cui qualcuno sembra accorgersi soltanto ora, che tanti danni ha prodotto in passato e che oggigiorno, in tempi assai difficili, risulterebbe ancor più indigesta.

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