Le troppe domande che ruotano intorno all’ospedale di Trento sul caso malaria

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Sta prendendo una piega preoccupante la vicenda della piccola Sofia, la bambina trentina morta di malaria. A essere coinvolto sempre di più è il sistema ospedalerio trentino, considerato da molti un’eccellenza, ma che in realtà ha mostrato delle preoccupanti falle di sistema, cosa già nota negli ambienti politici locali.

In queste ore a Portogruaro i Nas hanno acquisito la cartella clinica, mentre la commissione ministeriale ha incontrato il direttore generale dell’Usl 4 Carlo Bramezza, i primari del Pronto Soccorso Franco Laterza e del Dipartimento materno-infantile Piergiuseppe Flora, oltre al direttore medico Caterina De Marco. “Abbiamo illustrato il percorso di cura effettuato dal momento del ricovero alle dimissioni della bimba, dimostrando che quando è uscita di qui non presentava alcun sintomo riconducibile a malaria o ad altre malattie infettive — spiega Bramezza —. I campionamenti del Dipartimento di Prevenzione hanno infatti accertato che sul litorale, e nello specifico a Bibione, non c’è la specie di zanzara (l’Anopheles, ndr) che può trasmettere la malaria”. Gli ispettori hanno poi visionato la Pediatria e la stanza di degenza della bambina, riscontrando che le finestre del reparto non sono apribili dai pazienti ma solo dal personale, a garanzia di ulteriore protezione. Anche dal pericolo zanzare. Dopodichè la task force è partita alla volta del S. Chiara. Intanto controlli sulle zanzare sono in corso nella zona del campeggio in cui Sofia ha passato le vacanze e altri sarebbero stati disposti nel camper della famiglia Zago.

Lascia riflettere anche come l’ospedale Santa Chiara abbia risposto ieri affermando: “Siamo certi che non sono stati fatti errori procedurali e che i materiali erano tutti monouso”.

Una dichiarazione pesante se si pensa che vi sono migliaia di malattie che possono essere trasmesse con il sangue e l’uso di materiali monouso è una necessità per la salute pubblica.

Appare piuttosto improbabile che la malattia sia stata contratta all’ospedale di Trento, dove (si spera) vengano adottate tutte le misure di profilassi richieste dalla legge, ma su questa vicenda resta il dubbio sui medici: perchè solamente sabato 2, quando ormai era troppo tardi, qualcuno ha avuto la prontezza di controllare l’ipotesi malaria su una bambina con strani sintomi da ormai un mese?

La bambina il 16 agosto, dopo 3 giorni di ricovero a Portogruaro, era stata trasferita a Trento, all’ospedale cittadino Santa Chiara, dove aveva ricevuto un trattamento specifico per il diabete. In seguito al miglioramento delle sue condizioni, era stata dimessa il 21 di agosto.

La bambina era stata portata nuovamente al nostro pronto soccorso il 31 agosto, con febbre alta e sintomi che prima non aveva. Le era stata diagnosticata una faringite. Bordignon, direttore dell’ospedale, ha affermato che “per una bambina che non ha fatto viaggi all’estero, non si poteva immaginare la malaria. E’ stata prescritta una terapia antibiotica e la piccola è tornata a casa”.

L’epilogo sabato 2 quando qualcuno si rendeva conto che non si trattava di una semplice faringite, bensì la malaria. Una morte che poteva essere evitata con un semplice esame dell’emocromo.

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