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91° Adunata Alpini: la Protezione Civile in Piazza

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Doss Trento Foto ANA Slogan,

91° Adunata Alpini a Trento ed oggi 9 Maggio – per chi avesse avuto il tempo – è stata presentata la parte più importante – per noi italiani del 2018 – del corpo Alpini: si tratta della Protezione Civile ANA cioè quella organizzazione che quando volete dare vita a una festa ma non possedete niente vi presta tavoli, sedie e tensostrutture, ma anche la stessa organizzazione che corre a tutta velocità quando c’è un’alluvione o un terremoto in qualsiasi punto della nazione. Un corpo, una penisola, una nazione, uno scopo: salvare vite umane. Ecco perché gli Alpini sono amatissimi.

Manifesto Merler

Dunque nella mattinata di oggi a Trento sono stati allestiti presso la Regione un grande Ospedale da Campo, nonché in Piazza Dante sono state preparate le postazioni dei volontari. Entrambe le aree sono certamente da visitare. In Piazza la PAT e il Museo storico di Trento hanno allestito anche la struttura per la proiezione dei video che mostrano le specialità della Protezione Civile ANA, che sono stati oggi presentati da Massimo Zambelletti, responsabile stampa nazionale del Corpo Alpini.

Pensi Alpini ed è impossibile non pensare a tutti gli eventi catastrofici che hanno visto essere protagonisti gli uomini, e adesso anche le donne, di questo corpo. Diventa altresì ancor più difficile comprendere le sensibilità “altre” che nella nostra città non rendono omaggio ma danneggiano e ledono la festa degli Alpini (non certo il calibro d’immagine in tale bassezza di costume) con sassate e cartelli e scritte. La sensibilità del Trentino – in questo contesto – è volta certamente alla solidarietà e non alla militanza estremista. I filmati rappresentano – invece – il vero sentire e pulsare del Trentino! Così dicono: “Io ci credo!” 

La Piazzetta della Protezione Civile è una novità assoluta che caratterizza questa 91° Adunata Alpini che si candida – per l’importanza del territorio – ad essere tra le più vissute. Non dimentichiamo che, grazie al Corpo degli Alpini, sono molti i giovani che possono avere una collocazione lavorativa in Trentino, arrivando magari da diverse regioni, anche dal Sud. Un fenomeno quindi, quello del moderno Corpo degli Alpini, che serve per unire l’Italia, molto più semplicemente che non la politica.

Gli Alpini rappresentano in Trentino un punto di riferimento, sia per lo sport che per la sicurezza. Non solo stand quindi con feste della birra ma specialmente volontariato per il territorio. Parte quindi da questo punto di vista la 91° Adunata Alpini non da altri, il fine settimana delle Penne Nere a Trento. Che certamente porteranno moltissime persone, secondo le stime 600 mila e oltre, sperando che il sole faccia capolino, da tutta Italia. Tra queste montagne, con il Doss Trento che rappresenta da sempre il simbolo della PACE e non certo della contestazione. Con le nostre linee di confine che sono state teatro di combattimenti nella I Guerra Mondiale (1915/1918).

Nella giornata di oggi – come si sarà ben sentito in tutta la Valle dell’Adige – si sono tenute anche le prove tecniche di volo in bianco delle Frecce Tricolore. Tuttavia anche in bianco uno spettacolo molto emozionante. (MC).

Foto di copertina: lo slogan del sito web ANA.it per Adunata 2018

Farmaci, Aifa e FOFI: rischi di disfunzione sessuale se si usa Finasteride

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La Finasteride è il farmaco utilizzato per prevenire e rallentare la caduta dei capelli (Alopecia) e per il trattamento dei problemi alla prostata. Gli effetti collaterali erano già noti. Un nuovo riesame, non solo li ha confermati, ma si sono aggiunte nuove complicazioni. Il Finasteride può causare reazioni avverse quali disfunzione sessuale e disordini psichiatrici: per questo l’Agenzia italiana del farmaco e la Federazione Ordine Farmacisti Italiani hanno diffuso informazioni di sicurezza sui medicinali contenenti finasteride per il trattamento della caduta dei capelli e, più nel dettaglio, dell’alopecia androgenetica e il rischio di disfunzione sessuale e disordini psichiatrici. Dopo le segnalazioni di reazioni avverse è stato deciso, a livello nazionale, che siano effettuate a cadenza regolare delle comunicazioni sui rischi. Il Comitato ha concluso che “il profilo beneficio/rischio di questi farmaci rimane favorevole, ma che esiste un rischio di reazioni. Come supporto nella valutazione del rapporto rischio-beneficio del medicinale prima di intraprendere una decisione terapeutica per il trattamento dell’alopecia androgenetica, AIFA e FOFI informano i pazienti di quanto segue:

• Durante la terapia con finasteride 1 mg, i pazienti devono essere consapevoli del rischio che si verifichi disfunzione sessuale (inclusi disfunzione erettile, disturbo dell’eiaculazione e libido diminuita) come evento avverso. Inoltre, i pazienti devono essere informati del fatto che sono stati segnalati eventi avversi di disfunzione sessuale che persistevano anche dopo l’interruzione della terapia.

• Gli Operatori Sanitari devono monitorare attentamente i pazienti durante il trattamento con finasteride 1 mg per la comparsa di sintomi psichiatrici (inclusi ansia, depressione e ideazione suicidaria) e, se questi si dovessero verificare, il trattamento deve essere interrotto e il paziente deve richiedere il consiglio del medico.

La Finasteride, spiega il Comitato, è un inibitore dell’enzima 5-alfa-reduttasi che, nel dosaggio 1 mg, è stato autorizzato per il trattamento dell’alopecia androgenetica in Italia nel 1999. Come tutti i medicinali, anche quelli a base di finasteride sono sottoposti ad un monitoraggio continuo della sicurezza da parte delle Aziende farmaceutiche titolari delle AIC e delle Autorità Regolatorie; tale controllo comprende anche la segnalazione delle reazioni avverse e del profilo rischio-beneficio del medicinale. Come risultato di questo monitoraggio, si pubblica questa Nota Informativa Importante, al fine di minimizzare i potenziali rischi per i pazienti. La nota informativa diramata è un invito alla segnalazione agli Operatori Sanitari di continuare a segnalare le eventuali reazioni avverse sospette associate all’utilizzo di questo medicinale, attraverso la Rete Nazionale di Farmacovigilanza dell’AIFA con l’utilizzo del seguente link: direttamente online sul sito http://www.vigifarmaco.it o seguendo le istruzioni al link http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/come-segnalare-unasospetta-reazione-avversa. Per anni è stato acceso il dibattito sulle complicanze e sugli effetti collaterali di questo farmaco, con l’interrogativo se fossero solo temporanei o permanenti. In particolare su quelli che compromettono la vita sessuale dell’uomo, provocando una diminuzione del desiderio sessuale, disfunzione erettile. Per tale ragione i pazienti, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, devono sospendere immediatamente il trattamento e mettersi in contatto con il medico qualora si presentino i sintomi di disfunzione sessuale e disordini psichiatrici.

Ponte Morandi: tragedia evitabile? Si parlava di rischi già nel 2016

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Il Ponte Morandi è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti“. Non sono parole di questo tragico 14 agosto 2018, bensì è parte dell’interrogazione che nel 2016 il Senatore Maurizio Rossi aveva presentato proprio riguardo il ponte che oggi è crollato, trascinando con sé molte, troppe vite.

Il senatore genovese, eletto con Scelta Civica e proprietario dell’emittente televisiva Primocanale, aveva infatti segnalato una forte preoccupazione per lo stato del Ponte, temendo che una sua chiusura avrebbe comportato dei disagi enormi alla circolazione data la mancanza di alternative. Il tutto senza lasciare in secondo piano la sicurezza, in situazioni critiche già due anni fa.

La tragedia sembrava dunque essere nell’aria e furono in molti tra i parlamentari liguri a chiedere interventi infrastrutturali per realizzare opere che convogliassero in un’unica direzione la scorrevolezza del traffico e la sicurezza. Difatti, il Ponte Morandi si caratterizza per l’importanza strategica che ricopre anche in funzione dell’autostrada, unico snodo della viabilità per tutto il territorio.

Tra le richieste del Senatore Rossi, vi erano quelle di sapere i motivi del blocco pluriennale dell’iter amministrativo per la costruzione della cosiddetta Gronda, se le disponibilità finanziarie finalizzate alla costruzione della stessa fossero state utilizzate da Società Autostrade o se fossero state accantonate, se sempre la Società Autostrade avesse chiesto al Ministero dei Trasposti una proroga della concessione fino a 7 anni proprio per la costruzione della Gronda.

In sostanza, Società Autostrade era al centro di altre domande da parte del Senatore, come ad esempio l’ammontare delle somme percepite dagli aumenti autostradali, aumenti che secondo la Società Autostrade sarebbero stati anche maggiori qualora la costruzione della Gronda senza proroga, con rincari fino al 30%.

Ma ancor prima di arrivare a Roma, le problematiche del Ponte Morandi avevano interessato la politica: è infatti risalente al 4 dicembre 2012 un verbale di un Consiglio Comunale a Genova nel quale si assiste a un acceso diverbio tra Putti – consigliere comunale del Movimento 5 Stelle – e il Presidente della Confindustria di Genova.

Il presidente degli industriali disse, in seguito a una iniziale bocciatura del progetto della gronda: “Ci ricorderemo di chi oggi dice no alla gronda“, suscitando le ire di Putti.

Questa persona dovrebbe, prima di utilizzare un tono per così dire minaccioso, informarsi. Lui sostiene infatti che il ponte crollerà fra 10 anni, mentre a noi Autostrade ha detto che altri 100 anni può stare in piedi” ha dichiarato Putti.

Le domande da farsi sono molte: si è trattato di una semplice fatalità? La mancata manutenzione poteva essere appianata già dando fiducia all’interrogazione di Rossi del 2016? Tutte legittime domande, alle quali non si può dare risposta oggi. Oggi è il giorno del lutto e del rispetto di chi si è trovato nella più grande tragedia infrastrutturale della storia italiana.

L’Italia crolla a picco con il ponte Morandi. E’ necessario ritornare a essere pragmatici

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Era evitabile la tragedia che ha interessato il ponte Morandi a Genova? Non lo si può sapere e qualsiasi affermazione in merito sarebbe solamente speculazione. Restano però i dati di fatto: in Italia il sistema degli appalti pubblici non trova certezza normativa per colpa di continue riforme e di una burocrazia che ha portato, come unico risultato, a perdere di vista le cose importanti.

Ci focalizziamo sui problemi di secondaria importanza e non guardiamo in faccia a tutto ciò che sta alla base di una società. Prassi, norme e contronorme troppo spesso imposte dall’Europa non fanno altro che danneggiare il nostro Paese. Giustissimo il principio della concorrenza, ma a volte questa viene anteposta alla sicurezza. Sicurezza non significa solamente predisporre continuamente regolamenti sui centimetri di un casco: significa soprattutto affrontare di netto i problemi.

Gran parte della rete stradale italiana si è sviluppata grazie all’apporto della Democrazia Cristiana, la quale ragionava ben spesso sulle cose concrete e con filosofia. Il nostro è un Paese fermo al 1994, con governi che non hanno puntato al rimodernamento della Penisola preferendo fissarsi su altri argomenti, come ad esempio la TAV. Opere certamente interessanti dal punto di vista futuro, ma che rappresentano un plus rispetto a ciò che l’Italia oggi necessita.

Il vero cambiamento, da domani, dovrà essere quello di bloccare la cessione di infrastrutture e servizi ai privati e spendere i soldi necessari a manutenere questa benedetta terra, le sue strutture ed il suo territorio. Senza pensare a faraonici progetti utili per nessuno: perché è facile prendere un treno ad alta velocità, ma è inutile se mancano le strade per arrivare alla stazione dei treni. Non ci sono vincoli o trattati che tengano, di fronte alla morte degli italiani.

In Trentino è necessario un Assessorato Unico alla Montagna

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La Montagna è un ambiente non sempre favorevole a chi lo abita e chi vi si stabilisce lo sceglie e deve rispettarne i vincoli, che sono orografici, geologici, ambientali ed interagiscono con le presenze che lì convivono. Nei millenni si sono sviluppati ed evolute modalità di antropizzazione in cui l’Ambiente ha modificato l’Uomo e l’Uomo a sua volta ha mutato l’Ambiente. Certi interventi (i bacini di Prestavel e la tragedia di Stava sono li, ogni luglio, a ricordarLo).

Il Trentino, è terra di Montagna e gran parte dei Trentini sono Uomini di Montagna. La gestione di un Territorio, che con le sue complessità vincola fortemente lo sviluppo organizzativo delle comunità e le regole che le governano, è un elemento che si rivela come il presupposto perché la Montagna sia intesa come il Luogo di Autonomia e ciò è sulle Alpi o sul Caucaso, così come nei massicci del Centro Asia o sulle Ande.

Se la Montagna con la complessità del suo Ambiente è il Luogo Fondante dell’Autonomia Trentina ed in quanto tale si ritrova nella Storia dei nostri Territori e delle Comunità che li popolano, la Proposta di Individuare in un unico Assessorato alla Montagna, il gestore dell’Ambiente e delle Attività Economiche che lì si realizzano (Agricoltura, Allevamento e Turismo) dovrebbe essere uno degli elementi di Innovazione di un prossimo Governo Locale che ponga ad Ambiente e Territorio quell’attenzione che fino ad ora è mancata nell’identificare nel Contesto del nostro Interagire il Soggetto dell’azione Politica Territoriale.

Fugatti incontra gli abitanti residenti del Vanoi

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Anche durante i momenti di riposo con la famiglia, il futuro candidato presidente Maurizio Fugatti ha modo di mantenere forti contatti con il territorio.

Così nello scorso weekend tra una passeggiata in montagna e un caffè nei paesi della valle, i residenti del Vanoi hanno piacevolmente trovato Maurizio Fugatti a Caoria alla Festa al Pront, presso il tendone degli alpini con moglie e bimbi, intento a degustare il menù tradizionale e ad intrattenersi con i numerosi cittadini che anche in questa occasione gli hanno ribadito le problematiche del territorio, auspicando che un cambiamento nel futuro della nostra Provincia vi porti soluzione.
Tra chi ama girare il territorio per svago e mantenere il contatto con tutti gli ambiti di valle, non c’era solo Fugatti, ma, come si vede dalla foto, anche Gianni Festini Brosa, da poco riconfermato segretario organizzativo della Lega trentina e da Martina Loss, componente della Consulta per lo Statuto di autonomia, che ha trovato proprio nelle periferie forti incoraggiamenti per il dibattito sulla riformulazione del terzo Statuto.
Il deputato leghista Maurizio Fugatti è stato nominato sottosegretario al ministero della Salute. Il 46enne è stato consigliere provinciale a Trento fino lo scorso aprile, quando si è imposto alle elezioni politiche nel collegio uninominale di Pergine Valsugana con il 44,56% delle preferenze, entrando così a Montecitorio.

Crollo Ponte Morandi. Bisesti (Lega Trentino): “Campanello di allarme per sistema infrastrutture Trentino”

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Il crollo del ponte Morandi a Genova ha allertato anche la politica regionale. Sul caso è intervenuto il Segretario della Lega Trentino, Mirko Bisesti, che, presente a Genova per motivi personali, è accorso presso il ponte Morandi per dare una mano alle operazioni di recupero.

“Era il ponte di Brooklyn – afferma Bisesti – per Genova, grande raccordo per la Francia e per la zona del porto. Per mesi la città di Genova sarà isolata dall’autostrada con un danno enorme. Purtroppo i soccorritori comunicano che ci sono decine di morti e decine di feriti. Una giornata funesta per la nostra Italia, ma anche un preoccupante campanello d’allarme per il sistema infrastrutturale italiano e del Trentino”.

Il Segretario della Lega Trentino Bisesti ha poi voluto anche aggiungere in merito al crollo del ponte Morandi che: “E’ necessario un maggior monitoraggio del nostro territorio simile su certi aspetti a quello ligure, monitoraggio che porti alla verifica dello stato di tutte le opere presenti sul nostro territorio”.

“Attonito e sconvolto dalle notizie che arrivano da Genova, desidero manifestare il mio affetto ai cittadini convolti nell’immane tragedia e rivolgere parole di stima, ammirazione e rispetto per le Forze dell’Ordine e per i volontari che con grande impegno ed abnegazione si stanno prodigando per salvare vite umane”, è quanto, invece, dichiarato  dal Consigliere provinciale dell’Alto Adige nel cuore Alessandro Urzi, riguardo all’ennesima drammatica sciagura che ha colpito stamane il nostro Paese.

Intanto sulla rete viaria gestita da Anas in Liguria al momento non si registrano particolari criticità legate alla chiusura dell’A10 ‘Autostrada dei Fiori’.

 

Urzì lancia l’allarme: “La rappresentanza italiana in Alto Adige rischia di scomparire”

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La presenza di italiani nel Consiglio provinciale di Bolzano rischia di venir meno. E’ questo l’allarme lanciato dal Consigliere Alessandro Urzì. “Renate Prader per il Pd, Kurt Pancheri per la Lega, Josef Pedevilla per il Movimento Cinque Stelle: i tre partiti che attingono consenso tradizionalmente fra gli Italiani in Alto Adige rischiano di fare eleggere due candidati di lingua tedesca ed un ladino”, ha affermato in merito il Consigliere.

“E’ a rischio – aggiunge Urzì – tracollo la rappresentanza italiana in Consiglio provinciale, che scenderebbe ai minimi storici di anche solo due o tre consiglieri, vicini all’estinzione. Che il rischio di fare cancellare la voce italiana in Consiglio provinciale (dove si fanno le leggi e si scrive il futuro di questa terra) venga da partiti tradizionalmente italiani è sconcertante”.

Il Consigliere ricorda che sino a pochi anni fa gli italiani in Consiglio provinciale erano una decina. Ora solo cinque, domani se i sondaggi dessero ragione a Lega, Cinque Stelle e PD si limiterebbero a due o tre. “Non ci sarebberoaggiunge Urzìnemmeno consiglieri italiani a sufficienza per dare rappresentanza italiana nelle commissioni legislative. Dal numero di consiglieri italiani dipende quanti assessori italiani ci sono, meno assessori, meno voce in capitolo, meno consiglieri nessun peso nell’ufficio di Presidenza, meno ruolo e meno rispetto”.

 

Per il Consigliere di Fratelli d’Italia ora Lega, Cinque Stelle e PD sono chiamati a rispondere di questo loro avventurismo che rischia di travolgere la rappresentanza italiana nel futuro di questa terra.

“E per beffa non dai partiti tradizionalmente espressione del mondo di lingua tedesca ma per mano di partiti… tradizionalmente italiani. Sia chiaro: il diritto alla candidatura è sacrosanto e lo difendiamo. Anche L’Alto Adige nel cuore nella lista unitaria con Fratelli d’Italia candiderà a titolo di testimonianza dei concittadini di lingua tedesca di cui siamo orgogliosi, ma con la consapevolezza loro e nostra che si tratti però di nobilissimi atti di testimonianza e simbolici per rendere omaggio ad un territorio plurilingue ma non per concorrere direttamente alla elezione”, ha aggiunto Urzì che ci ha tenuto a precisare che sarà una situazione diversa per i candidati di lingua tedesca di punta di PD, Lega e Cinque Stelle che potrebbero essere inseriti in lista con l’obiettivo di elezione personale, “con un danno irreversibile verso i concittadini di lingua italiana. Da qui il mio appello sincero perché PD, Lega e Cinque Stelle assumano le loro autonome decisioni sulle proprie liste evitando di fare scomparire gli italiani in Consiglio provinciale, questo non potrebbe essergli perdonato”.

Il falso mito dell’Italia razzista

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A leggere la grande stampa e a sentire le dichiarazioni addolorate di certi politici, sembra che quella del 2018 sia destinata a passare alla storia come l’estate della violenza razzista, delle aggressioni, della «caccia al nero». Ora, con tutto il rispetto per chi solleva questo tipo allarme – presunto o reale che sia -, da sociologo aspetterei i dati, prima di esprimere qualsivoglia considerazione. Certo, il fatto che per l’aggressione all’atleta Daisy Osakue molti giornali abbiano gridato all’aggressione razzista – subito smentiti dalla magistratura – non lascia ben sperare, sull’obbiettività del giornalismo italiano sull’argomento.

Ad ogni modo, in attesa di poter effettuare un’analisi sulla “terribile” estate in corso, è già possibile affermare una cosa: gli Italiani non sono un popolo razzista. Lo si evince da numerosi indizi. Tanto per cominciare, il nostro Paese – così paurosamente intollerante, secondo alcuni, – è stato praticamente il solo, come hanno notato, stupiti, fior di osservatori internazionali, nel quale il terrorismo islamico non ha compiuto delle stragi. Tutto merito delle pur validissime forze dell’ordine oppure, anche se si fa fatica ad ammetterlo, qui l’integrazione funziona già più che decentemente, anche senza Ius soli? Chi lo sa. E’ un dubbio con il quale – pur senza negare che talvolta, anche da noi, episodi di razzismo possano essersi verificati – vale la pena confrontarsi.

Anche perché un conto è confrontare quel che gli Italiani dicono – cosa che può farli apparire intolleranti, in certe rilevazioni demoscopiche -, un altro è andare a vedere cosa poi concretamente avviene.  Un compito, quello di conteggiare pazientemente gli episodi di razzismo verificatisi in realtà, che si sono sobbarcati gli autori del rapporto dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr) dell’Osce – organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che dal 2006 raccoglie e sistematizza informazioni e statistiche ricevute dagli Stati aderenti – scoprendo, per il nostro Paese, in effetti come da un lato i casi di violenza segnalati siano in aumento, anche se questo è verosimilmente determinato da un sistema più efficiente di rilevazione e di comunicazione dei dati, ma, dall’altro, come il confronto fra altri importanti Paesi europei veda l’Italia particolarmente tollerante.

Gli episodi di razzismo e xenofobia segnalati nel nostro Paese nel 2014 (appena 4 anni fa) ammontano difatti a poco più di 400 – per la precisione, 413 –, che è comunque un numero da non sottovalutare anche se, questo è il punto, moltopiù basso di quelli registrati in Francia (678), Finlandia (829), Germania (2.039), Svezia (2.768) e Regno Unito (43.113), tutti Paesi solitamente osannati come più avanzati e civili del nostro. Certo, si può sempre obiettare che questi dati possono risentire di una differente propensione, da Paese a Paese, alla segnalazione degli atti di violenza ma, a parte che la cosa è tutta da dimostrare, la discrepanza tra quanto rilevato in Italia rispetto agli altri Paesi è troppo elevata per essere spiegata solo così.

Vuoi vedere che gli italiani pieni di “stereotipi e pregiudizi”, in realtà, sono meno razzisti di altri? Un’ipotesi, questa, suggerita anche da un’analisi, realizzata nel 2013, sui dati World Values Survey – rilevamento ultradecennale dell’opinione pubblica mondiale – in ordine alle tendenze razziste degli abitanti di 80 Stati. Sondando, in particolare, la difficoltà di avere come vicini persone straniere, si è visto come l’Italia, pur risultando meno tollerante della Germania e dell’Inghilterra, risultasse comunque mentalmente più aperta della Francia e ai livelli della civilissima Finlandia. Non proprio quello che si direbbe, insomma, un Paese razzista. Attenzione, però, perché le sorprese di quell’analisi internazionale non sono finite.

Andando infatti a verificare quali fossero, in cima alla classifica del razzismo, i Paesi più problematici, questa è la classifica emersa: India, Bangladesh, Indonesia, Vietnam, Corea del Sud, Arabia Saudita, Iran e Nigeria. Una classificaaltamente imbarazzante per i paladini del politicamente corretto. Non solo, infatti, non vi figura alcun Paese europeo, ma la maggioranza di questi Paesi molto razzisti – cinque su otto – vanta come prima religione quella mussulmana. Ma l’Islam, scusate, non era un credo tollerante? Non erano gli Europei a dover spalancare menti e cuori? Questo è quanto ripetono, con frequenza ormai ossessiva, i corifei del buonismo, sempre pronti a denunciare l’Italia come Paese che deve sbarazzarsi del razzismo. La realtà, però, è un’altra cosa.

Libia: manifestazioni contro l’Italia e contro Salvini

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Per il secondo venerdì consecutivo diversi manifestanti si sono riversati nelle città libiche per protestare contro l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, da loro accusato “di aver chiesto con insistenza il rinvio delle elezioni” e quindi di aver interferito in un paese sovrano.

Il parlamento “di Tobruk” ha definito il diplomatico “persona non grata”, ma va ricordato che l’accredito dei diplomatici spetta al governo “di Tripoli”, riconosciuto dalla comunità internazionale, e comunque Perrone ha in più occasioni smentito la cosa, fino ad una comunicazione ufficiale dell’ambasciata indirizzata alla camera dei rappresentanti di Tobruk in cui si legge che “l’ambasciatore ha ribadito che la data concernente le elezioni è di pertinenza dei libici e solo dei libici”.
Nonostante ciò a Tripoli e a Gianzur sono stati bruciati circa 40 tricolori, sebbene i manifestanti fossero solamente diverse dozzine. Tricolori bruciati anche ad Homs, al-Marsad, Zawyia, Sorman e Bengasi, con una partecipazione maggiore nella zona orientale del Paese, esclusa dalle recenti visite dei funzionari italiani. A Tripoli alcuni gruppi di persone hanno gridato “no all’Italia, no a Perrone”, sottolineando la volontà e il desiderio di elezioni secondo la data del 10 dicembre stabilita dalle parti libiche a Parigi lo scorso 29 maggio.

Il casus risale al 4 agosto, quando Perrone, intervistato da Libya’s Channel, aveva affermato che le elezioni dovevano tenersi solo dopo che fossero stabilite le giuste basi costituzionali e di sicurezza, nonché dopo che venisse raggiunta una reale riconciliazione nazionale. Al di là della condivisione o meno delle parole di Perrone, la protesta si è scagliata contro quella che da molti libici è stata vista come un’interferenza nella già delicata e frammentata politica del paese.

Giuseppe Perrone. (Foto Notizie Geopolitiche / VT).

Intervistato per Speciale Libia Yousef al-Gouri, capo di quella commissione Affari esteri e la cooperazione internazionale della Camera dei Rappresentanti (quindi “di Tobruk”) ha spiegato che “Come presidente della Commissione e a nome dei suoi membri, per la preoccupazione per gli interessi del nostro paese e la sua unità e le scelte della sua gente, abbiamo preso la decisione di denunciare le dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Perrone, l’ambasciatore italiano in Libia, che ha chiesto il rinvio delle elezioni, con gravi conseguenze per gli interessi italiani nel nostro Paese”.
Al-Gouri ci tiene a sottolineare chenon abbiamo avuto fretta di rilasciare la dichiarazione, ma abbiamo aspettato che l’ambasciatore facesse marcia indietro e ritirasse ciò che aveva detto, ma non lo ha fatto. Le osservazioni dell’ambasciatore hanno causato una risposta popolare, che respinge le sue affermazioni”. Ha poi aggiunto che “il modo in cui l’ambasciatore ha scelto di parlare della questione libica è sbagliato. Ha parlato in modo provocatorio, in violazione delle norme diplomatiche. Come commissione Esteri vediamo l’intervento del signor Perroni come le parole di qualcuno che sta danneggiando il nostro paese e il percorso del dialogo politico. Per noi il rispetto della sovranità nazionale è una linea rossa che non può essere pregiudicata da alcun paese”.
Il presidente al-Gouri ha poi precisato chenon vogliamo che questa reazione venga interpretata come un attacco alla Repubblica italiana. Il nostro paese ama relazionarsi con l’Italia, nel rispetto reciproco. Siamo consapevoli della profondità delle relazioni e della loro importanza. La libia considera l’Italia il primo partner economico e il paese europeo più vicino”. “Vogliamo che il ministero degli Affari esteri italiano nomini un nuovo ambasciatore in sostituzione di Perrone, che abbia le qualità necessarie per questa fase politica e che consenta lo sviluppo di relazioni positive, che è ciò a cui aspiriamo”, ha aggiunto.

Il 7 agosto, Mohamed el-Sallak, portavoce ufficiale di Faiez al-Serraj, capo del Consiglio di Presidenza e del Governo di Accordo Nazionale, ha sottolineato che il corso e la data delle elezioni programmate in Libia sono una questione che appartiene solamente ai Libici, prendendo le distanze in maniera ferma dalle affermazioni dell’ambasciatore. El-Sallak ha sottolineato che al-Serraj e l’intero Consiglio presidenziale richiamano alla responsabilità tutte le parti libiche interessate alle elezioni ed in particolare quelle che si erano impegnate con l’accordo di Parigi, affinché rispettino i loro doveri costituzionali.

Vanessa Tomassini per Notizie Geopolitiche

Perché Haftar non vuole l’ambasciatore Perrone

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Per l’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone le elezioni in Libia si dovranno tenere solo dopo il raggiungimento della riconciliazione nazionale. Affermazioni, quelle del diplomatico italiano durante un’intervista per il Libya’s Channel, che hanno innescato critiche e proteste fino a manifestazioni di piazza con tanto di tricolore bruciato. Il tutto nonostante una nota dell’ambasciata avesse precisato che “l’ambasciatore ha ribadito che la data concernente le elezioni è di pertinenza dei libici e solo dei libici”.

Se non la questione della data, ad innescare lo tsunami che da anti-Perrone è ben presto divenuto anti-italiano sarebbe stata la presunta interferenza nel disastroso quadro politico generale della Libia, tant’è che sabato l’uomo forte “di Tobruk”, il generale Khalifa Haftar, ha fatto sue le rimostranze della Camera dei rappresentanti di Tobruk ed ha affondato ulteriormente la lama affermando sull’al-Marsad di ritenere “l’ambasciatore italiano non più gradito alla maggioranza dei cittadini libici e che la politica dell’Italia nei confronti della Libia necessiti di radicali riforma e cambiamento, sulla base del pieno e letterale rispetto dell’accordo di amicizia con la Libia”.

Eppure Perrone ha ragione. Forse ha peccato di esuberanza, forse non ha calcolato gli effetti delle sue parole, ma quanto ha affermato è lapalissiano, per non dire elementare. Basti pensare che la Libia oggi esiste solo sulla carta geografica, perché in realtà continua ad essere un mosaico di tribù armate fino ai denti che si azzannano tra loro, e che è spaccata tra due macro-insiemi che reclamano a torto o a ragione il controllo di tutto, cioè il governo e il parlamento “di Tripoli”, riconosciuti dalla comunità internazionale e messi in piedi per raggiungere la stabilità attraverso la coesistenza delle diverse tribù e fazioni, ed il governo e parlamento “di Tobruk”, frutto delle elezioni del giugno 2014 (lì era fuggito il parlamento in quanto la capitale in mano alle milizie) e di fatto con a capo il generale Khalifa Haftar.

Per capire chi e cosa abbia avuto l’interesse a montare in questo quadro la polemica anti-italiana, per cui Perrone ha involontariamente fornito l’occasione d’oro, bisogna fare due passi indietro: senza essere troppo dietrologisti va ricordato che da tempo la Francia sta mettendo in Libia i bastoni fra le ruote all’Italia per prendere il controllo di parte del territorio, inteso come zona di economia (petrolio, gas) e di influenza. La “giustificazione” morale della Francia va fatta risalire a quanto avvenne nel 1987, quando il presidente tunisino Habib Bourghiba fu destituito con un piccolo golpe definito “dei camici bianchi”, cioè per “incapacità psicofisica”, ed al suo posto i servizi italiani misero Ben Alì, cosa confermata nel 1999 in audizione dal capo del Sismi Fulvio Martini: lo scopo era quello di strappare alla Francia la zona di influenza, ed oggi i francesi punterebbero a prendersi la loro fetta di Libia lasciando all’Italia solo la Tripolitania, dove comunque si concentrano gli interessi di Roma.

Prova ne è il fatto che la Francia per prima bombardò la Libia il 19 marzo 2011, lasciando di stucco l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, e che nel luglio 2017 l’Eliseo si è messo di traverso alla lunga e faticosa mediazione italiana, raccogliendone i frutti, facendo sedere allo stesso tavolo il presidente del Governo di accordo nazionale Fayez al-Serraj e, appunto, Khalifa Haftar. Per farla breve, la situazione che si è venuta a creare vede l’Italia sostenere Tripoli nel pieno interesse di stabilizzare il paese, e la Francia tenere la parte di Tobruk per garantirsi spazio nel paese nordafricano.

Si noti che gli attacchi a Perrone sono arrivati da Tobruk, cioè dal parlamento e dal governo non riconosciuti dalla comunità internazionale ma appoggiati ufficiosamente dalla Francia.
D’altro canto Haftar ha non pochi risentimenti nei confronti dell’Italia, innanzitutto per essere stato escluso dai giochi (voleva per sé il ministero della Guerra); sono state le milizie islamiste e diverse tribù occidentali a pretendere l’esclusione del generale libico dalla formazione di un governo unitario: è infatti accusato a torto o a ragione di essere stato al soldo di Washington poiché, fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, venne poi prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove rimase fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Sentitosi escluso Haftar non solo non ha avallato l’iniziativa della comunità internazionale di costruire un governo di unità nazionale, ma si è anche mosso subdolamente innanzitutto rompendo l’embargo sulle armi, ricevute attraverso l’asse emiratino-egiziano, poi si è recato in Russia per chiederne appoggio politico e militare, sentendosi però rispondere elegantemente “picche” dal momento che a Mosca non conviene ne’ crearsi ulteriori nemici in Europa (si pensi al gas e alle sanzioni per il caso Skipral), ne’ entrare in un nuovo braccio di ferro con gli Usa (Haftar aveva promesso in cambio una base militare nella Cirenaica).
Anche oggi Ahmed al-Mismari, portavoce del Libyan National Army (esercito “di Tobruk”) sotto l’egida del maresciallo Khalifa Haftar, ha reso nota l’ennesima richiesta alla Russia di operare presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per togliere l’embargo alle armi, nonché di appoggiare esplicitamente la data del 10 dicembre (stabilita a Parigi) per le elezioni politiche.

Perrone è, insomma, quanto di meglio poteva capitare ad Haftar per alzare il polverone su scala internazionale, ma è evidente la contraddizione di chi accusa diplomatico e l’Italia di interferenze, salvo poi fare la spola tra Parigi e Mosca o ancora chiedere alla Russia di tutelare all’Onu la data delle elezioni.
L’ambasciatore italiano ha tecnicamente ragione: in un paese tanto caotico è bene aspettarne quantomeno l’unità per arrivare a elezioni degne di tale nome.

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