Ieri la Marcia per la Vita a Roma: è tempo di ripensare alla legge 194?

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Ieri a Roma si è tenuta la Marcia per la Vita, sono stati moltissimi i giovani che ne hanno preso parte; e quello di quest’anno è un appuntamento importante: se guardiamo l’ambito nazionale, basti pensare alla censura che hanno subito i diversi poster delle onlus pro vita, perché sensibilizzavano ad una presa di coscienza che fosse contro l’aborto. In una repubblica democratica quale è la nostra, dove nella “costituzione più bella del mondo” vige il diritto sacrosanto di manifestare liberamente le proprie opinioni, veder rimossi quei cartelloni è sembrato ai militanti delle diverse associazioni, e forse non a torto, un paradosso. Oppure, se guardiamo fuori dal nostro orticello, i “protocolli di cura” (quale dolce binomio per indicare esecuzione) cui sono stati sottoposti gli ormai tristemente noti Charlie, Isaiah e Alfie, ovviamente nel loro miglior interesse. Spesso e volentieri chi giustifica queste morti, o le interruzioni delle gravidanze, si ripara dietro a diverse motivazioni all’apparenza nobili, o almeno umane: stanno soffrendo; non vivono appieno la vita; rimangono a vita su un letto; ormai, sono già orti; oppure: non sono economicamente sufficiente per mantenere un figlio; le aziende non mi assumono se rimango incinta o mi licenziano; non lo voglio; non mi va di mettere al mondo un infelice. Umane, ma forse non nobili.

La legge 194 ha reso legale in Italia l’interruzione di gravidanza nel 1978; sono quarant’anni che è in vigore, e il numero dei feti che nel corso del tempo sono stati abortiti ha raggiunto una cifra considerevole: si parla di centinaia di migliaia di interruzioni volontarie di gravidanza all’anno, anche a fronte dei moltissimi medici obiettori di coscienza. L’aborto è un tema molto delicato: sul piano etico e bioetico è oggetto di infiammate discussioni tra medici, filosofi e sociologi. Perché il dibattito riguarda la vita, o meglio: quando il feto non è più un mero grumo di cellule, ma è una persona? Esiste, e, se sì, dov’è possibile porre la linea di demarcazione che oltrepassata segna l’omicidio? La legge prevede che fino al terzo mese di gravidanza sia possibile praticare l’aborto; oltre, il bambino deve nascere. Se all’epoca della sua introduzione la 194 forse poteva avere un senso (pensiamo a tutte quelle donne che hanno abortito in clandestinità e che sono anche morte perché lo avevano fatto in luoghi che non erano asettici e sterili come invece poteva e può essere un ospedale), anche perché non esistevano tutti i metodi contraccettivi che adesso invece uomini e donne quotidianamente usano, oggi invece è necessario che appaia ancora nelle pagine del nostro diritto? I movimenti pro-life affermano ovviamente di no: la donna che vuole abortire non è l’unica persona coinvolta, ma pure il bambino che si trova nel suo ventre e che non può esprimersi perché non è ancora nato. Si tratta perciò di omicidio.

La dignitas hominis non è più un valore fondante della patria del Rinascimento, e della società -quella europea- in cui si è sviluppato. Al suo posto, il cinismo verso i più deboli; o l’egoismo che annulla il senso della famiglia. Ma su quest’ultimo punto, forse, si può sospendere il giudizio: oggi l’Italia non tutela i diritti delle donne, e spesso i datori di lavoro le assumono se nei progetti delle future dipendenti non ci sono assolutamente matrimoni o figli, né nel breve periodo, né nel lungo. Sono totalmente assenti delle tutele per garantire a chiunque sia di avere una famiglia, un proprio ménage famigliare, sia di poter lavorare, allo stesso tempo. L’aborto viene visto, quindi, come una scappatoia, quasi come un contraccettivo indolore e senza conseguenze. Ma non è così: non è un momento facile per chi decide di farlo; si uccide il proprio figlio, che lo si volesse un giorno o meno. Che lo si consideri un grumo di cellule o no. E lo stato in tutto questo? Latita. Lo si è appena detto. Ma non solo dalla parte lavorativa: sempre secondo la legge 194 sia lo stato, sia le regioni e qualunque ente coinvolto dovrebbero in linea teorica pure agire per evitare che si giunga all’aborto, proponendo ad esempio campagne di promozione sociale sui diversi temi che riguardano questa problematica. Ce ne sono state? È una domanda retorica: nel nostro Paese teoria e prassi spesso e volentieri non coincidono. Eppure, magari anche oggi, ci sono le possibilità per adempiere alla legge in toto: gli strumenti che ci offre la tecnologia sono i più disparati e non sfruttarli è un delitto. Siamo inondati di convention e conferenze per l’Unione Europea e a favore di tanti altri temi (pure interessanti, sia chiaro, ma utili?), pagati con i soldi dei cittadini, e non ci sono fondi o il tempo per dedicarsi a qualcosa che colpisce più da vicino la salute e la vita delle persone, come il tema dell’aborto o del concepimento. Lo stato “affida” tutto questo nelle mani di altri, a youtuber o a influencer virtuali, che registrano il video o scrivono quattro righe sul proprio blog e chi vuol vedere o leggere lo fa tranquillamente; altrimenti si rimane nell’ignoranza.

A meno che non si abbia la fortuna di avere al liceo un insegnante di scienze che ne parli e ne discuta con la classe. È uno scenario desolante, ma è la realtà. Come è naturale constatare come l’aborto viene visto, cioè come un semplice anticoncezionale a cui sottoporsi ogni volta che vi è necessità, tralasciando gli effetti che si ripercuotono prima sul fisico e poi sulla psiche. Chi ha marciato a Roma nella giornata odierna lo ha fatto per questi motivi; per chiedere una maggiore azione culturale in merito; e per pretendere l’abolizione della 194. “Siamo sopravvissuti alla 194, la 194 non sopravvivrà a noi” recita uno degli slogan apparsi alla Marcia per la Vita di ieri. Sarà davvero così?