APOLOGIA DI DON MATTEO

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Che in televisione ci sia parecchia spazzatura, è indiscutibile. Che non ci sia che quello, tuttavia, è discutibilissimo. E la conferma è venuta l’altro giorno in prima serata, con l’inizio della nona serie di Don Matteo, l’ormai celebre prete-detective interpretato da Terence Hill. Le prime due puntate hanno ripreso – com’era prevedibile – il copione classico: avviene un omicidio o un’aggressione, i Carabinieri iniziano ad indagare ma poi è sempre lui, don Matteo, a togliere dai guai il presunto colpevole, nel frattempo già spedito in cella, e ad individuare il vero responsabile, un personaggio solitamente trascurato dall’inchiesta.

Ecco, una sintesi superficiale potrebbe farci dire che la fortuna di Don Matteo è tutta in questo schema narrativo ripetuto centiania di volte: ma sarebbe, per l’appunto, una sintesi superficiale. Infatti, a rendere l’ex sacerdote di Gubbio (con la nona serie è passato a Spoleto) così amato da essere riproposto addirittura in una nona serie, è altro. E merita di essere studiato. Perché mai giovedì scorso l’inizio di Don Matteo 9 è stato seguito in media da 8 milioni e mezzo di spettatori, con uno share dal 31 ad oltre il 33%, stabilendo il record di miglior debutto di serie dal 2000? Apparentemente è assurdo: tutti, lo abbiamo detto, conoscono il copione, eppure seguono ancora don Matteo.

Merito delle abilità investigative del sacerdote o dell’irresistibile ironia di Nino Frassica, il maresciallo Cecchini grande amico di don Matteo? Certo, c’entra un po’ tutto. Ma il vero segreto, molto probabilmente, è un altro, e cioè il fatto che don Matteo sia un personaggio affascinante nella sua straordinaria normalità. Soprattutto, è un sacerdote vero, un pastore prima che un investigatore. La sua, cioè, non è una caccia all’uomo, o per meglio dire al peccatore, ma al peccato; a don Matteo non interessa tanto una cattura, bensì una liberazione, quella dell’anima dei malfattori. Che puntualmente, prima dell’arresto, chiedono perdono.

L’esito paradossale e bellissimo è che, alla fine di ogni puntata, il colpevole – che pure sarà chiamato a pagare pienamente per le proprie responsabilità – è il personaggio più umano, quello che meglio si spoglia del proprio orgoglio per lasciarsi avvolgere dalla misericordia di Dio, che don Matteo offre nel solo modo in cui un sacerdote può offrirla veramente: con parole semplici, la voce bassa e lo sguardo carico d’amore. Francamente non so fino a quando lasceranno a don Matteo la licenza di parlare di Gesù Cristo e dei santi così liberamente, in prima serata, senza neppure un intellettuale laicista che, imprecando contro la Chiesa, ristabilisca la par condicio.

Anzi, a dirla tutta ritengo che se don Matteo è stato riproposto per la nona volta è anzitutto per gli ascolti che attira, prima che per il contenuto che propone. Tuttavia, la ragione per cui piace, anzi strapiace alla gente – ossia quella normalità di prete vero, che gira con l’abito talare e ama pregare in chiesa più che protestare in piazza, che propone il Vangelo così com’è, e non penose parodie pacifiste – è un’altra. E c’è da sperare che in Rai continuino ad ignorare la grandezza di questa serie televisiva così semplice e densa di valori. Tanto a loro, inutile nasconderselo, in fondo non interessano che gli ascolti. E a noi interessa, e tanto, la rassicurante compagnia di don Matteo.

Giuliano Guzzo

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