A pochi giorni dall’inizio dei Mondiali, un tema che da molti sembra “dimenticato” se non addirittura “ignorato” dai mass media: quel che si cela dietro il bellissimo spettacolo che sicuramente essi sapranno offrire al mondo intero è di ben altra bellezza; orrori e storie che in molti, fanno finta di non vedere. Dimenticandosene. Qual’è l’altra facciata di questi mondiali? Forse si combatte una guerra che il mondo intero non vuole vedere.

Una guerra sociale, che ancora una volta vede contrapporsi quella che è la parte più debole della popolazione contro quelli che sono gli interessi di un’intera nazione, una nazione che non conosce etica, né morale. In quest’articolo non si pone l’obiettivo finale di giudicare quelli che potrebbero essere gli “atti” moralmente o meno criticabili commessi e legittimati dalle istituzioni, quanto quello di porre attraverso  un’analisi di affondi teorici e critici, quella che è la realtà che troppo spesso (per forza di cose) non vediamo. Essa parla di paesaggi urbani, di emarginati sociali, di dannati, che ogni giorno combattono una guerra. In nome dei propri diritti, del proprio nome, della loro memoria. Essi, non vogliono essere dimenticati. E rivendicano il loro nome, la loro memoria, per ricordarci che al di quella spettacolare facciata fatta di stadi ultra-moderni e città pulitissime e all’avanguardia, si nascondono loro. Quelli che si guadagnano da vivere veramente, senza correre dietro un pallone.

Ancora una volta si ha come oggetto gli scarti umani dell’economia capitalistica, coloro che, in una triste specularità mimetica, vivono dei rifiuti di questa economia,  i vinti, gli abietti, i rivoltosi che sono apparsi per un istante sulla scena della “storia dei vincitori” per poi ripiombare nell’anonimo inferno della loro quotidiana umiliazione, e ai quali nessuna visione dialettico-progressiva degli eventi sembra in grado di rendere giustizia, o almeno donare l’onore del ricordo.

Eppure nella società contemporanea, malata perché completamente globalizzata (cioè satura e, per così dire, catastroficamente rosa dal verme del progresso infinito), nella “Società immaginaria” (la società dell’immagine sia l’immagine che la società vuole avere di se stessa) che brucia in pochi mesi, giorni, se non addirittura ore il fuoco della notorietà, tutti costoro fungono paradossalmente e inconsapevolmente da memento mori, da rappresentazione vivente o non-più-vivente dell’irrappresentabile destino di rovina, che, nella forma infantilmente esorcizzata della vecchiaia, grava su tutti i membri del finto paradiso di benessere, consumo e salute veicolato ogni giorno dall’ottuso martellamento dei media.

Ma la massa informe dei “dimenticati” che nelle bidonville, come nelle favelas e più in generale nelle ‘zone’ di emarginazione, costituirebbero lo sfondo inafferrabile  della nostra civiltà, cosa sono? Forse il loro comune essere allo stesso tempo appartenenza alla metropoli e alla disfatta dell’umano. Alla misera decomposizione del concetto di umanità di cui questa è stata  teatro.

E’ infatti doveroso riconoscere, che l’ingiustizia subita dai singoli non può essere hegelianamente ‘superata’ o ‘redenta’ dall’universale, e che dunque la storia, intesa come “tradizione degli oppressi”, si configura come il luogo “dove le voci dei morti incontrano il presente dei viventi”, come se il tutto si potesse semplicemente spiegare con una riflessione etico-politica.

Al di fuori dello spazio politico istituzionale della rappresentanza sembra non esservi alcuna ‘singolarità’ in grado di “farsi valere come rivendicazione”, nemmeno se una massa a gran voce protesta dinnanzi al parlamento brasiliano. Voci inascoltate, che come lo stesso  Antonio Carlos Costa, fondatore dell’ong “Rio dela Pace”, affermano :

“Vogliamo che le istituzioni pubbliche chiedano perdono alla nazione perché non hanno mantenuto le loro promesse: hanno speso una fortuna in denaro pubblico in settori non essenziali”

E mentre il Governo spende 8 miliardi di euro per l’evento sportivo lo stato procede con questi atti di repressione, sfrattando (secondo alcune fonti) ben 250.000 persone in nome della FIFA WORLD CUP e delle varie infrastrutture che ospiteranno le varie nazionali, in veri e propri stati d’assedio nelle città. Questa è la vera coppa del mondo. E noi? Ne saremo complici?

Giuseppe Papalia

 

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