Diego Abatantuono: dalla carriera alla passione per il Milan

Diego Abatantuono è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format “I Lunatici”, condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in onda ogni giorno dall’1.30 alle 6.00 del mattino.

Abatantuono ha ricordato i suoi inizi: “Ho iniziato a fare il cabaret al Derby di Milano dove lo spettacolo iniziava alle 22 e finiva alle 3 del mattino. Facevo il tecnico, il direttore di scena, l’adolescenza l’ho passata lavorando di notte nei locali. Avevo 15 anni quando alternavo la scuola al lavoro di notte facendo il direttore di scena. Il mio impegno scolastico era relativo, ma per fortuna al Derby di Milano passavo ogni sera con Cochi e Renato, Jannacci, Gaber, Dario Fo, grandi pittori, grandi architetti, grandi politici. Al Derby c’erano tutti, c’era anche il top della delinquenza. Ho visto serate passate con Turatello. Una notte, quando ero il responsabile delle luci, ero in una stanza dove stavano gli artisti quando non dovevano andare in scena. Sento bussare, ed era il signor Turatello. Tutti sapevamo chi fosse, ma nel locale si comportava benissimo. Il Derby era una specie di porto franco. Tutti si comportavamo bene. Insomma, Turatello mi disse che sapeva che io ero un bravo ragazzo, nipote del proprietario, e mi chiese se poteva lasciare lì la mamma. L’ha messa lì e l’ha lasciata sullo sgabello. Il problema è che io non avevo fatto in tempo ad avvertire gli altri che ci fosse la mamma di Turatello in quella stanza. Lì entravano tutti, entrava Boldi e sparava una cavolata, entrava Teo Teocoli e sparava una cavolata, c’era un via vai fatto di grande confidenza, con gente che poteva sparare ogni tipo di cavolata in qualunque momento. Così sono uscito e per dirlo a tutti, ma tutti pensavano che fosse uno scherzo. Così hanno iniziato a venire e a guardare la mamma di Turatello. Questo è un aneddoto, ma quel tipo di vita, quelle frequentazioni, erano fatte di persone di ogni tipo. C’era grande qualità, al di là del signor Turatello, c’era grande cultura, era una scuola di vita straordinaria. Io ho cominciato così”.

Successivamente l’attore ha proseguito con i suoi racconti: “Poi ho iniziato a fare il tecnico del suono con i Gatti di Vicolo Miracoli, che erano miei grandi amici e lo sono ancora oggi. Ero un tecnico anomalo, non guidavo, non avevo preso la patente di proposito, altrimenti avrei dovuto guidare sempre io. Smaila guidava perchè era il più grosso, io sedevo davanti, perché ero il più alto, dietro c’erano Oppini, Jerry Calà e Nini Salerno. Era straordinario e imperdibile andare in giro con loro. Avevo 18 anni. Poi sono tornato al Derby e mio zio, che era il proprietario, mi propose di fare una sorta di direzione artistica. Avevo girato tutta Italia, conoscevo un sacco di comici, lì si esibivano tutti. Io li presentavo, poi piano piano ho iniziato a fare anche io una sorta di spettacolo, che è diventato sempre più lungo”. 

Il successo è stato folgorante: “Il personaggio del terruncello funzionava molto. Iniziarono a propormi i primi film, ho iniziato a fare il Cinema, fino a quando Monica Vitti mi propose di fare il Tango della Gelosia come coprotagonista. E’ stato un periodo in cui il mio personaggio è stato spremuto. Sono stato ingenuo e gestito male da chi faceva il mio agente. Ci fu anche un problema di tasse non pagate, lì ho avuto un momento difficile. Avevo fatto 12 o 13 film in 3 anni, il personaggio era esaurito. Poi mi telefonò Pupi Avati per propormi ‘Regalo di Natale’ e fu una rinascita. Fare l’attore comico è molto più difficile che cimentarsi in ruoli drammatici. Fare Attila è molto più difficile che fare Regalo di Natale. Pupi Avati è uno che scrive la storia, è tutto molto preciso, tu devi solo interpretare. Il protagonista del film comico, invece, soprattutto di quel genere, è veramente difficile da fare”.

Abatantuono, poi, ha svelato un aneddoto su Enrico Mentana: “Da piccoli abitavamo vicini. Non eravamo amici, non ci conoscevamo. Io abitavo al Giambellino, lui abitava in una zona vicino, in un posto che noi chiamavamo le case dei giornalisti, perché molti tra quelli che ci abitavano erano giornalisti. C’era anche Mentana. Quando arrivava Capodanno per noi era una libidine sparare razzi nelle finestre dove abitavano i giornalisti. Magari qualche razzo è arrivato anche in casa di Mentana. Ma non l’ho mirato, non lo conoscevo. Eravamo ragazzini”.

Altre curiosità: “Ho dovuto smettere di giocare con la play station, perché altrimenti mi viene un colpo, mi sovraeccito. Mi era venuto un pollice enorme, facevamo dei tornei e giocavamo per ore. L’ultimo si beccava un cucchiaio di legno, il gruppo di amici che giocavano era composto da una ventina di persone.

 Le donne? Ho una ex moglie e una compagna adesso. “Con la mia ex moglie mi sono sposato, ho avuto una figlia, poi dopo un po’ di tempo la cosa si è affievolita. Capita, purtroppo. Ho conosciuto un’altra persona, mi sono innamorato di lei e ci sto ancora adesso. Sono passati trent’anni, potrei essere considerato un uomo fedele”. 

Sul Milan: “L’era di Berlusconi è stata un qualcosa che ogni tifoso sogna di vivere. Ho sempre scisso il Berlusconi presidente dal Berlusconi impegnato in altri campi. Era troppo comodo avere Berlusconi presidente in quegli anni. Abbiamo passato anni meravigliosi. Siamo in costante conflitto con i nostri cugini interisti, gli juventini non erano neanche da prendere in considerazione visto che la Coppa dei Campioni è il loro obiettivo unico e noi la vincevamo sempre. Avevamo una squadra straordinaria, che ha fatto la storia del calcio. Impossibile scegliere un solo giocatore di quell’era. Il mio preferito è sempre stato Rivera, pallone d’oro, giocatore strepitoso. Una volta aprii il portafogli di mio nonno e ci trovai una foto di Rivera e una di Padre Pio. Gli chiesi chi fossero e lui mi rispose che uno faceva i miracoli e l’altro era un noto frate pugliese. Rivera l’ho conosciuto, veniva al Derby, era amico di mia mamma, per un periodo abbiamo abitato nello stesso palazzo. In ascensore facevo finta di non conoscerlo, ma l’ho sempre amato”.