Elogio della caccia e della vita umana

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Ortega y Gasset scrisse ne L’origine sportiva dello Stato: «si pensi che cosa sarebbe un vegetariano frenetico che aspirasse a guardare il mondo dall’alto del suo vegetarianesimo culinario: in arte, rifiuterebbe tutto ciò che non è paesaggio da giardino; in economia politica sarebbe eminentemente agricolo; in religione, non ammetterebbe che le arcaiche divinità cereali; nel vestiario, si muoverebbe solo fra la canapa, il lino e lo sparto; e, come filosofo, si ostinerebbe a predicare una botanica trascendentale». Di più, aggiungo io: davanti alla morte di un cacciatore, il vegetariano, ovvero l’animalista, gioirebbe.

Ma la caccia, lo si voglia o no, è insita nella storia dell’uomo, pena la sua sopravvivenza. L’uomo è stato cacciatore per necessità perché la vita è una caccia continua.

Si caccia, ovvero si cerca con tutte le proprie forze, il lavoro e perfino la fidanzata. Cos’è il ratto delle Sabine se non una grande e divertente battuta di caccia? Ortega y Gasset, prosegue nel suo Discorso sulla caccia, arriva perfino ad affermare che «forse, il più grande e morale omaggio che possiamo tributare in certe occasioni a certi animali è ucciderli in certi modi e riti». Un’espressione durissima, ne convengo. Che stona perfino alle mie orecchie, che non sono certo orecchie di un animalista. Ma, pensate un attimo: chi alleverebbe un maiale per godere della sua compagnia? Nessuno. È quindi, paradossalmente, nell’interesse del maiale esser mangiato. Se nessuno mangiasse maiale, ci ritroveremmo magari ad avere una generazione di maiali da compagnia che arriveranno perfino alla vecchiaia, ma – dopo di loro – si dovrà dire addio alla gloriosa stirpe del prosciutto. Anzi: «mangiare carne ci ha aiutato a diventare quello che siamo, dal punto di vista fisico e sociale. Come ci racconta l’antropologia, sotto lo stimolo della caccia il cervello umano crebbe in dimensioni e complessità; la cultura fiorì per prima in quelle zone dove si imparò a cuocere e a tagliare in modo appropriato le prede», come scrive Michael Pollan ne Il dilemma dell’onnivoro. Volete esser quindi più intelligenti? Andate a caccia, imparate a legger le tracce che il terreno offre. Appostatevi silenziosi dietro un albero ad aspettare la vostra preda. Magari vi ritroverete pure a parlarci assieme, nell’attesa.

Già, perché la caccia risponde solo all’esigenza dello stomaco. Un uomo caccia perché deve mangiare. Pollan, nel libro citato, racconta di quando chiese a un cacciatore perché cacciasse il maiale selvatico e il cacciatore rispose: «“perché è la carne più saporita che ci sia. E il prosciutto di queste bestie è troppo buono” […] In un certo senso, Angelo era in cerca di prosciutti più che di maiali». Così è. Non si caccia per sport (o almeno non si dovrebbe). Si caccia – paradossalmente – per salvare gli animali dall’estinzione. Cacciando si impara perfino a non gioire per l’amore dell’animale e, forse, bisognerebbe far imbracciare un fucile a certi animalisti che, spregevolmente autoreferenziali, gioiscono di fronte alla morte di un cacciatore.

Matteo Carnieletto

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