Etica e morale: Alain de Benoist e la società odierna

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Schopenhauer diceva che “predicare la morale è facile, fondare la morale è difficile”. Ne è certo anche Alain de Benoist, filosofo francese dalle idee criticate sia a destra, sia a sinistra: prova a darne prova nel suo Minima moralia. Per un’etica delle virtù (Bietti, pp. 130), tradotto in Italia nel 2017 ma già su Krisis negli anni Novanta. In particolare, per de Benoist basterebbe mantenersi eretti, guardare davanti a sé, mostrare coraggio nelle avversità, praticare la generosità, non considerare prioritario il proprio interesse, possedere la cognizione dello stile, per apprendere la morale.

Ma davvero la morale si può apprendere? Secondo de Benoist, ognuno agisce in un certo modo perché ci sono ancora responsabilità etiche nel mondo, ed esiste il valore della virtù, la quale è propria di ogni individuo e non può essere racchiusa in codici morali, che al contrario rendono, con i loro imperativi, il mondo immorale.

La storia insegna che la politica degenera quando si confonde con la morale, in quanto nel momento in cui inizia a richiedere l’approvazione di ciò che sta realizzando in nome della morale, ciò è certamente immorale. Ogni azione politica dovrebbe possedere un ethos proprio al di là di quello richiesto, che coincide con la ricerca del bene comune. Come spiega Luigi Iannone per Il Giornale, dunque, in politica può dunque esservi la morale, ma non possiamo avere una politica morale.

Riflettere sulla morale oggi sembra non aver più senso, o almeno non intendendola come comune. In un mondo dominato da un anticonformismo conforme ai più e con un tasso di corruzione tanto elevato, l’etica e la morale passano in secondo piano. De Benoist ha provato ad evidenziare un fenomeno che va al di là di  un semplice discorso moralista, perché la morale in sé non è più definita a tal punto da poterla criticare. Il mos maiorum latino, la degenerazione dei costumi, il politicamente scorretto vengono messi in discussione a partire dalla concezione stessa della loro essenza come valori fondanti di una civiltà. In un mondo senza centro ognuno deve ritrovare il proprio, finendo per scontrarsi col centro altrui – e la stessa cosa accade con la morale, non più univoca.

La soluzione potrebbe essere andare avanti e vedere che succede, oppure fare un passo indietro e comprendere quali errori hanno portato a una crisi di coscienze di tali dimensioni. L’etica individuale ha superato drammaticamente l’etica della società, e riportare un ordine sembra impossibile.

Alain de Benoist, teorizzatore di questa crisi morale, è uno di quei personaggio scomodi, di quelli che piace o non piace.

Per alcuni teorizza una versione aggiornata del fascismo, chiamata il nativismo, secondo la quale una società che accolga troppi individui e gruppi etno-culturali diversi rischia la perdita della propria identità storica; questo pensiero è parte del movimento culturale denominato Nouvelle Droite (Nuova Destra), del quale è stato animatore insieme a Guillaume Faye, Pierre Vial e Giorgio Locchi.

Per altri, è un filosofo geniale, che già durante gli anni settanta ha iniziato a criticare le idee al centro dell’Occidente come la globalizzazione, il liberalismo in favore delle piccole patrie e delle identità culturali. In particolare, De Benoist ritiene che la democrazia rappresentativa sia un limite per poter sviluppare un maggior coinvolgimento popolare alla vita politica di un paese. Si oppone al modello del melting pot in favore di identità nazionali definite, e allo stesso tempo si dichiara avversario di razzismo e antisemitismo, nonché di un’eccessiva immigrazione proveniente dai paesi arabi.